MAGGIO 2022 ANNO XLVII - 233 IYAR 5782

 

 

Europa

 

Hakehila a Helsinki


Äisi Silvelainen

 

 

[N.d.R. Avevamo mandato a Helsinki un corrispondente per un pezzo serio e approfondito sugli ebrei finlandesi. Purtroppo il nostro inviato ci ha mandato questo pezzullo con pretese umoristiche assieme a una giustificazione confusa su un viaggio urgente in Lapponia. Ci scusiamo con i lettori ma li assicuriamo che il nostro corrispondente non ha ricevuto il compenso promesso e che abbiamo disdetto il suo contratto di lavoro. Per proteggerlo dall’ira dei benpensanti, pubblichiamo il suo testo scritto sotto lo pseudonimo che aveva adottato per immedesimarsi nel ruolo del finlandese medio.]

 

Dal nostro corrispondente a Helsinki, Äisi Silvelainen:

 

28 Aprile 2022

Gli ebrei di Helsinki hanno accolto con grande entusiasmo la notizia che verrà scritto un articolo su di loro su una rivista italiana perché di solito nessuno se li fila. “Siamo in mille,” disse in ebraico un signore anziano nella pasticceria Gateau di Liisankatu, la via più antica della città. “Cioè, mille attivi e forse altri mille che si fanno i cavoli loro.”

Il signore non ha voluto dare il suo nome - atteggiamento tipicamente finlandese. “Voi stranieri vi scambiate il nome senza pensarci due volte,” ha spiegato una madre finlandese anche lei senza nome. “Io non conosco i nomi dei miei vicini né dei genitori degli amici dei miei figli. Perché dovrei conoscerli? Ho saputo il vero nome di mio marito soltanto due anni dopo averlo sposato.”

Si spera che l’apertura del nuovo centro ebraico nella città dia inizio a rapporti più calorosi a Helsinki, per esempio sorridere almeno una volta all’anno. In occasione della Pasqua ebraica, quasi 80 persone si sono riunite nel secondo più antico edifico in pietra nel centro di Helsinki a celebrare i riti tradizionali: raccontare l’esodo dall’Egitto, cantare canzoni infinite, ingozzarsi di pane azzimo, e lamentarsi di tutto. Quest’ultima usanza è particolarmente difficile per i finlandesi perché si credono diretti ma sono soltanto onesti e hanno una paura folle del disaccordo.

La paura del disaccordo pervade ogni vero finlandese ed è alla base di molto dei loro comportamenti che altrimenti sembrerebbero irrazionali, inspiegabili o forse eredità dei loro ascendenti, una civiltà extraterrestre la cui nave spaziale si è arenata nei dintorni di Oslo cinquemila anni fa. Per prima cosa, questa paura spiega il silenzio terrificante che riempie Helsinki nonostante sia una città di più di 600,000 abitanti. Parlare significa interagire con altre persone e quindi correre il rischio di un possibile disaccordo (per esempio, se sta piovendo molto o tanto).

Un viaggio in tram — pulito, puntuale, perfetto — è entrare in un cimitero (e i cimiteri di Helsinki sono bellissimi). Regna un silenzio tombale. Perfino guardarsi è sconsigliato perché anche con uno sguardo si può arrivare a un disaccordo. Se per sfiga due viaggiatori devono sedersi uno di fronte all’altro faranno di tutto per non incrociare gli sguardi. Le acrobazie che fanno con la testa, le contorsioni che fanno con le facce pur di non guardarsi negli occhi sono degne dei più grandi mimi nella storia del teatro mondiale.

Ma alle volte parlare è inevitabile. In questi sgradevolissimi casi, essere vaghi ed evitare risposte dirette è una tattica di autodifesa essenziale. Quando un membro della comunità finlandese è venuto a sapere che le riviste della comunità ebraica di Helsinki e quella del Gruppo di Studi Ebraici di Torino hanno lo stesso nome, ha appreso l’informazione senza battere ciglio e poi ha risposto così: “Sì, ma noi scriviamo la parola ‘Hakehila’ diversamente sia in ebraico che nella versione traslitterata. Queste differenze vanno studiate…” Si capiva che pensava che la loro versione fosse quella corretta, ma non aggiunse altro per una paura folle di un possibile disaccordo.

Hyvää Vappua!

 

Asaf Hanuka, copertina di The Realist

 

Tomer Hanuka, copertina del New Yorker 2020

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