MAGGIO 2022 ANNO XLVII - 233 IYAR 5782

 

 

Israele

 

 

Unica democrazia del Medioriente?


Rimmon Lavi

 

 

 

Non si può certo mettere in dubbio questa ripetuta e orgogliosa affermazione israeliana, in confronto ai paesi tutt'intorno, arabi e altri, anche dopo la delusione della primavera araba del 2011. La minaccia allo stato di diritto che si temeva presente nelle manovre elettorali, legislative ed esecutive di Netanyahu, degno collega di Trump, è stata per ora scongiurata da una strana e fragile coalizione legalista dalla destra alla sinistra, che per la prima volta in 74 anni d'esistenza dello stato include persino uno dei partiti della minoranza araba.

Possiamo per ora essere fieri (80% ebrei e 20% arabi) del regime democratico all'interno della "linea verde" che delimitava dal 1948 al 1967 lo Stato d'Israele: non solo relativamente agli stati vicini, ma anche in confronto a quasi tutte le nazioni formate dopo la seconda guerra mondiale e il crollo degli imperi coloniali, incluso quello sovietico. Persino la discriminazione dei cittadini arabi, degli immigrati dall'Etiopia e di quelli originari dai paesi arabi, sta diluendosi lentamente col passare delle generazioni e lo sviluppo economico.

Ma può rimanere democratica anche solo al suo interno una società di 9 milioni di persone, che continua da 55 anni a dominare quasi 4 milioni di persone senza diritti civili nella Cisgiordania e nella striscia di Gaza assediata? L'amministrazione militare pur detta "civile", le deboli autorità palestinesi, cosiddette autonome, i metodi corruttori di controllo dei servizi segreti, l'espansione continua delle colonie ebraiche su terre demaniali o confiscate, i frequenti attacchi ai palestinesi da parte di bande teppiste di giovani ebrei estremisti e il sistema legale diverso per i coloni israeliani e la popolazione araba locale permettono ad Amnesty International di descrivere la situazione in termini di apartheid. 

L'influenza nefasta di questa situazione senza speranza impregna sempre di più l'atmosfera nelle piazze d'Israele e anche nelle città miste arabe-ebraiche esasperando la polarizzazione etnica e nazionalistica delle due popolazioni, mettendo in pericolo dall'interno la nostra società.

Vale dunque la pena di riflettere su cosa s'intenda oggi per democrazia negli ambienti intellettuali della destra israeliana che ottiene da anni assieme ai partiti ortodossi la grande maggioranza dei voti degli ebrei israeliani. Molte leggi usano la definizione "ebraica e democratica", che si crede implicita, pur non inclusa, nella Dichiarazione d'Indipendenza del 1948: definizione invece esplicitamente evitata (assieme al principio d'uguaglianza tra i cittadini) nella legge fondamentale "della Nazione", del 2018, che consolida la supremazia della maggioranza ebraica. L'assenza di costituzione è dovuta proprio alla reticenza a consolidare le implicazioni della democrazia occidentale.

 Iniziamo da Gadi Taub, a suo tempo di sinistra, che da anni fa una crociata contro le vecchie élite (bianche, benestanti e cosmopolite) che secondo lui bloccano con gli apparati legalisti, anche senza costituzione, la volontà della maggioranza ebraica (orientale, tradizionalista e sovranista). Nel suo libro più conosciuto, Mobili e sedentari, e in articoli su Haaretz sostiene che non c'è tensione intrinseca tra l'essere Israele ebraica e democratica, dato che la stragrande maggioranza tra gli ebrei, che in ogni modo costituiscono l'80% della popolazione, approvano le leggi e gli atti dell'esecutivo che legalizzano la discriminazione politica, economica e culturale della minoranza araba (a suo tempo giustificata solo per ragioni di sicurezza interna) e degli ebrei non ortodossi (che in America invece sono in grande maggioranza). Secondo Taub la contraddizione è con la democrazia liberale, che sostiene i diritti fondamentali dell'uomo, il principio d'eguaglianza tra i cittadini, il pluralismo culturale e i valori universali della giustizia sociale: il liberalism, secondo lui, contraddice il diritto democratico della maggioranza e la raison d'être dello stato d'Israele come espressione della sovranità ebraica. In questo si allinea, come molti oggi in Israele, con Victor Orban e altri a limitare la democrazia al solo elemento di libere elezioni che darebbero legittimità a qualsiasi decisione discriminatoria della maggioranza: quale sarebbe il senso di elezioni libere, se l'uguaglianza tra i singoli cittadini che partecipano al voto fosse continuamente colpita in tanti aspetti della vita civile?

Basandosi su tale interpretazione limitata della democrazia e seguendo le accuse di Netanyahu contro la procura e la magistratura che lo avrebbero deposto col processo di concussione, molti in Israele assieme al Taub, come pure Moshe Brandt, ne scrivono come se si trattasse di un nuovo "affare Dreyfus" o "Arlozorov", messo in scena appunto dalle elite askenazite e dai politici precedenti, per riottenere il potere contro la volontà del popolo. Avishai Ben Haim sostiene appunto che Netanyahu è assieme a Begin (anche se entrambi non certo "orientali") espressione della maggioranza sefardita discriminata. È indubbio che Netanyahu, "bianco" e laico, ma sostenuto com'è dai religiosi e dalla maggior parte degli ebrei orientali, potrebbe vincere elezioni personali di tipo presidenziale, mentre in quattro turni elettorali consecutivi non è riuscito ad ottenere il sostegno di una maggioranza parlamentare.

All'attacco contro la democrazia liberale sono presenti nuovi gruppi israeliani ultraconservatori, finanziati da magnati ebrei americani, vicini ai gruppi libertariani intorno a Trump e all'estrema destra del partito repubblicano: essi agiscono molto intensivamente e sistematicamente, all'interno delle università, dei circoli economici e giuridici, di case editrici, dei media, dei partiti e dei ministeri, con pubblicazioni e con borse di studio e di ricerca, per promuovere l'agenda di una destra tradizionalista, neo-liberale, etnocentrica e nazionalista. La tesi fondamentale, presentata da Moshe Kopel, fondatore e direttore del Circolo Kohelet, nel suo libro Vivere da ebreo: perché la tradizione continuerà a seppellire i profeti della sua morte, propone, anche a chi non è religioso e non si basa sulla promessa divina, di rendersi conto che i valori liberali, umanisti e universali (derivati sì dai profeti d'Israele ma poi generalizzati e estrapolati in postulati astratti) non possono competere con l'intuizione popolare che si fonda sui valori collettivi "innati", atavici o assorbiti sin da piccoli attraverso l'esperienza familiare e sociale, proprio come la lingua materna. Secondo il Kopel lo stato moderno basato sui valori astratti d'eguaglianza formale tra tutti i cittadini, deve imporre con leggi e sistemi di controllo l'applicazione dei valori liberali, mentre il sistema fondato sulla tradizione, la fede e l'identità etnica si basa sull'adesione personale e l'identificazione con il gruppo naturale o la comunità, anche se le norme sono scritte e costrittive come l’halakhah. Gli stessi argomenti servono a Kopel per sostenere che il sistema economico neo-liberale, accompagnato dai sistemi volontari comunitari di sostegno ai deboli, poveri e malati, è infinitamente più efficiente dell'apparato dello stato sociale, basato su imposte progressive e redistribuzione coatta delle risorse comuni alla ricerca di un’effimera eguaglianza: secondo lui i valori universali dei diritti dell'uomo minacciano sia la responsabilità individuale sia la coesione sociale. Questa poi, a suo parere, deve fondarsi appunto su legami naturali, biologici e d'evoluzione, come la famiglia, la comunità, la religione, la nazione (a condizione che non sia costruzione astratta, ma etnica).

 La realtà israeliana potrebbe confermare questa tesi: da un lato coesione interna delle comunità religiose sia ashkenazite sia orientali e il loro sistema di mutuo aiuto ("kol Israel arevim ze beze": tutti gli ebrei sono responsabili l'uno per l'altro); dall'altro dissoluzione, con la privatizzazione neo-liberale e l'individualismo laico, dello spirito cooperativo e degli apparati sociali creati dal grande sindacato ebraico prima della fondazione dello stato. Infatti il patriottismo e le strutture create prima del 1948 hanno reso possibile il miracolo della formazione stabile di una società democratica e moderna, per lo meno al suo interno, malgrado l'assorbimento di ondate d'immigrazione da tante diaspore diverse in lingue, istruzione, tradizioni, regimi e esperienze civili. Ma ora i giovani laici nelle città e nei kibbutzim (oramai una piccolissima minoranza) sono dedicati ognuno al benessere personale. Il patriottismo si trova ormai, purtroppo spesso deformato in nazionalismo etnocentrico e xenofobo, quasi solo tra i coloni nei territori occupati, nei gruppi nazional-religiosi e persino tra i giovani ultraortodossi (mentre la maggior parte dei rabbini ortodossi, haredim, a suo tempo rifiutavano il sionismo, pur accettandone le sovvenzioni). Anche nei ranghi degli ufficiali dell'esercito i laici dalle città e dall'agricoltura cooperativa stanno diventando la minoranza.

Sia Herzl sia Jabotinsky s'immaginavano uno stato ebraico e democratico, probabilmente come autonomia liberale all'ombra di una potenza imperiale: entrambi sognavano che tale sistema potesse contenere, nell'interpretazione occidentale post-coloniale, l'aspirazione nazionale ebraica assieme a una giustizia umanistica per gli individui e le comunità etniche e religiose autoctone. Questa visione impregnò il sionismo di prima del 1948, cioè finché gli ebrei nella Terra Santa erano in chiara minoranza, ed ebbe espressione nella dichiarazione d'Indipendenza e nei narrativi comuni nei primi due decenni dello stato ebraico. Bisogna ammettere che dal momento che gli ebrei divennero maggioranza assoluta, grazie alle ondate d'immigrazione dall'Europa e dai paesi musulmani e all'esodo a senso unico dei palestinesi, la visione e la pratica dello stato ebraico cominciò ad allontanarsi da quella del sionismo originale: prima il governo militare sugli arabi rimasti in Israele, l'espropriazione dei terreni dei rifugiati e l'uso di essi e di quelli demaniali a beneficio solo dei nuovi immigrati, poi la vittoria del 1967 e il diniego dei paesi arabi di qualsiasi trattativa, crearono una realtà neo-coloniale nei territori occupati, che inceppò il lento processo d'integrazione civile dei cittadini arabi israeliani.

I partiti del centro-sinistra israeliani cercano di difendere la democrazia liberale del paese, con pochi risultati, in assenza di programma chiaro e di collaborazione con i cittadini arabi palestinesi. Caroline Landsman analizza la debolezza della sinistra israeliana appunto nell’essere bloccata nel passato, sulla disputa storica tra arabi ed ebrei fino al 1948 e poi sui territori occupati dal 1967 e la loro colonizzazione. Manca quasi del tutto in Israele, e anche tra i palestinesi, sia nella destra sia nella sinistra, la ricerca attiva di come creare un futuro di coesistenza e di sviluppo basato su interessi comuni: solo così, dopo le disastrose e ripetute guerre centenarie, si riuscì a creare passo a passo la Comunità Europea, consolidando la democrazia e per ora contenendo le pericolose tendenze sovraniste. Riuscirà Israele a restare, o a divenire, una vera democrazia, non solo in paragone ai paesi limitrofi?

Rimmon Lavi, Gerusalemme

 

      

Asaf Hanuka, copertine di Ko a Tel Aviv

 

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