MAGGIO 2022 ANNO XLVII - 233 IYAR 5782

 

 

Israele

 

 

Piccoli elfi crescono


Alessandro Treves

 

 

L’invasione dell’Ucraina ha rilanciato e diffuso nei media internazionali l’analogia, citata per anni dai russi stessi anche con orgoglio, fra la patria russa ed il mitico regno di Mordor, fra i russi e gli orchi dei romanzi di Tolkien. Di fronte all’orda brutale e disorganizzata degli invasori, i resistenti ucraini, deboli ma intelligenti, sono diventati elfi, e ancora più esplicitamente si sono autonominati elfi i giovani cibernauti di tutta Europa che cercano come possono di sostenere la resistenza ucraina sul web. Senza entrare nel merito della prima schematica analogia, che non rende né l’orrore delle uccisioni e degli stupri né l’eterogeneità degli orchi invasori (fra i quali pare ci siano stati anche casi di ammutinamento; del resto Tolkien scriveva degli orchi come di elfi rapiti, torturati e storpiati da Melkor [il signore del male, ndr]) è difficile non vedere nella seconda analogia una valenza liberatoria e universale.

L’agilità degli elfi può connotare simbolicamente il contributo, individuale o auto-organizzato, e insofferente delle gerarchie e dei confini nazionali, che la frazione più mobile della popolazione giovanile può apportare, nel resistere ad una schiacciante superiorità militare come pure, in altri contesti, al suprematismo politico. Mobilità informatica ma anche fisica. I cui alfieri sono i milioni di giovani che, in tutto il mondo, studiano altrove, e ricevono implicitamente una doppia dose di vaccino (non sempre efficace, va detto) contro il nazionalismo sia del paese di provenienza che di quello ospite. Ma quanti sono gli elfi di questo tipo, cioè gli studenti internazionali?

Le statistiche in proposito sono quanto mai confuse, per la difficoltà di definire sia “studente” che “internazionale”. Negli Stati Uniti, dove la seconda qualifica è più chiara, nell’anno accademico 2019-2020, l’ultimo a cominciare prima della pandemia, c’erano un milione e settantacinquemila studenti stranieri nei college e nelle università, pari al 4.6% del totale – una percentuale in crescita lenta ma costante, anche se il numero di nuovi arrivi è declinato negli anni di Trump. Più della metà di questi studenti sono però dall’India e dalla Cina, e come per quelli di molti altri paesi è difficile stimare quanti di loro si sposteranno di nuovo una volta conclusi gli studi. Quelli che rimangono negli Stati Uniti possono contribuire come vaccinati al trumpismo (non sempre) ma poco come vaccinati al non meno preoccupante bullismo di Xi, di Modi e dei loro tristi compari.

Nell’Unione Europea le statistiche ufficiali sono rese quasi incomprensibili dal requisito imposto di non presentare nessuno dei paesi membri troppo in cattiva luce, ciascuno deve essere lodato almeno per qualcosa. Allora la Croazia guida per esempio la classifica della più alta percentuale, fra i propri studenti stranieri, di quanti provengono da altri paesi europei, oltre il 90%; ma su un totale bassino, circa 5000 studenti stranieri, di cui forse molti croati della Bosnia-Erzegovina. Comunque, pur col dubbio se considerare davvero straniero un austriaco in Germania (lì al terzo posto come percentuale, dopo cinesi e indiani) o un francese in Belgio (al primo posto, prima di olandesi e lussemburghesi) gli studenti stranieri sono stati stimati in un milione e trecentocinquantamila nel 2018, dopo la defezione del Regno Unito che ne aveva quasi mezzo milione. Sono numeri che è lecito sperare riprenderanno a crescere dopo la pandemia, usufruendo anche dell’aumento dei fondi per le nuove modalità del programma Erasmus+, di cui usufruiscono circa 4 milioni di giovani l’anno. Molti di loro solo per alcuni mesi e talvolta impegnati in attività diverse dallo studio accademico (da qui la discrepanza col numero di studenti stranieri) ma comunque utili al superamento delle divisioni almeno intraeuropee.

E in Israele? La situazione dei giovani ebrei che vanno a studiare in Israele per un senso di appartenenza, magari perché stanno facendo o considerando se fare l’alià, è ovviamente diversa da quella dallo spagnolo medio che fa l’Erasmus in Svezia, per esempio. E non ci sono statistiche granché affidabili, a parte gli aspetti etici, sulla percentuale degli studenti stranieri “non ebrei” in Israele, rispetto al numero totale stimato in 11700 (nel 2019; una proporzione di tipo croato sul numero complessivo di studenti). C’è dall’altro lato della medaglia qualche fenomeno interessante, non necessariamente incoraggiante, sugli studenti israeliani in uscita, che vanno a studiare all’estero. Fra questi, un numero crescente di arabi israeliani che vanno a studiare nelle università della Cisgiordania. Secondo un reportage del 2020 di Israel Hayom, il giornale allineato a Netanyahu, gli arabi israeliani che studiano all’estero sarebbero oltre 15000, forse 20000, di cui circa mille a Hebron, 2000 a Nablus (ad An-Najah), addirittura 6000 a Jenin (dove ha sede l’università Araba-Americana). A fronte di poche migliaia di israeliani ebrei all’estero, in un rapporto invertito rispetto alla popolazione residente. Pressoché tramontata l’epoca gloriosa degli studenti israeliani di medicina, di architettura, di tutto, gli “elfi” che nelle decadi passate hanno riportato in patria ventate di cultura europea e di esperienza di dialogo interetnico, drammaticamente carenti fra i giovani israeliani attuali.

Bisogna sperare che una rapida integrazione nei programmi Erasmus+ permetta a numeri ben maggiori di giovani israeliani di conoscere altri da sé, oltreché di conoscersi fra arabi ed ebrei in terre cui NON appartengono. Terre di Mezzo.

Alessandro Treves – Trieste e Tel Aviv

 

https://www.israelhayom.com/2020/06/12/pa-suffering-from-brain-drain-as-students-look-elsewhere-for-higher-education/

https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Learning_mobility_statistics#Key_figures

 

 

Asaf Hanuka, Cronache a Tel Aviv

 

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