MAGGIO 2022 ANNO XLVII - 233 IYAR 5782

 

 

Storia

 

Sprazzi di memoria


Franco Segre

 

L’attesa della fuga

Siamo a Intra. Non oso fare domande, ma intuisco che è prossima una nuova partenza. Papà e Mamma tacciono, o parlano in fretta con i signori Cesa che ci ospitano, e, forse, ci nascondono qualcosa. Saprò poi che i giornali locali riportano a grandi titoli la notizia della famiglia Ovazza, ammazzata e bruciata nelle caldaie della scuola locale: non ne parlano per non spaventarci.

Si sta in casa, silenziosi, per non destare il sospetto dei vicini. Alla sera si gioca insieme a carte. Finalmente, dopo qualche giorno, la mamma mi racconta che dovremo nuovamente scappare per sfuggire ai tedeschi, e sono in arrivo i signori che organizzano il viaggio in assoluto segreto. Arrivano infatti al mattino presto, di nascosto, quattro individui malvestiti, sporchi, con capelli lunghi coperti da grossi baschi. che devono spiegarci come e quando si svolgerà il nostro viaggio segreto. Dicono che sono “contrabbandieri”, cioè persone che, a pagamento, devono organizzare il nostro viaggio. Parlano male l’italiano e, dai loro modi di fare e di esprimersi, mi fanno venire oggi in mente i “bravi” di manzoniana memoria. Parlano del costo del servizio, della segretezza dell’operazione, del rischio che corrono e dei particolari del viaggio segreto nell’acqua del lago. Chiedono un pagamento anticipato, peraltro previsto dai signori Cesa che hanno organizzato l’incontro. Viene stabilito il giorno del viaggio, anzi la notte con la luna nuova, per la fine di dicembre, insieme ad altri particolari sull’abbigliamento e sui bagagli possibili. Nei giorni seguenti si fanno i preparativi, scegliendo accuratamente indumenti ed altri oggetti da prendere, scartando tutto ciò che si ritiene superfluo. Occorre poi attendere la notte di luna nuova (27-28 dicembre) perché il viaggio sia privo di qualsiasi riflesso. Ma nel giorno precedente a quello convenuto per la partenza, quando tutto è pronto, mi becco l’influenza, con un febbrone che impedisce ogni spostamento. È tutto da rifare: bisognerà attendere la mia guarigione. I contrabbandieri vengono avvertiti e stabiliscono il 16 gennaio come data della nuova partenza, in periodo di luna pallida calante. La noia, l’ansia e l’immobilità caratterizzano i giorni seguenti, fino alla mia guarigione ed ai nuovi preparativi per la fuga. Questa volta si parte, ma non conosco ancora la meta: tutti hanno paura delle mie possibili chiacchiere!

 

La fuga in Svizzera. Posso dire “Sono ebreo”

Si parte, ma non so dove si va. Papà e Mamma mi dicono che andremo a Cannobio e di là fuggiremo. Non faccio ulteriori domande, perché sono già pago di essere messo al corrente della prima destinazione. Viaggiamo in una corriera con rimorchio, separati in due gruppi per non dare nell’occhio, ma accompagnati ancora dal signor Cesa. Giunti a Cannobio, ci separeremo da lui, con le ultime raccomandazioni, e giungeremo in corriera nella piccola località di Cànnero sulla riva del lago, presso un’osteria dove si trovano alcuni uomini, che sembrano non gradire la nostra compagnia. Qui vengo messo al corrente da papà e mamma che il viaggio dovrà proseguire in barca sul lago. Questa notizia mi crea un certo piacere, per la novità. Ad un’ora notturna arrivano alcuni individui che sembrano “contrabbandieri” e ci dicono di essere i nostri accompagnatori per la fuga. Ma dalle risposte che forniscono alle nostre domande il papà e la mamma capiscono presto che non sono quelli con cui era stato pattuito il trasporto. È un momento di grande spavento: forse sono spie pronte a denunciarci; oppure sono contrabbandieri appartenenti a bande rivali. Non lo sapremo mai. Ma, tra l’incertezza e l’angoscia per esserci traditi, a un certo punto arrivano i contrabbandieri di una banda che si fa riconoscere per gli accordi già stabiliti: ci dicono che non dobbiamo fidarci di quegli altri individui e ci avvertono che è prossima la partenza in barca. Quando quegli altri uomini se ne vanno, e non sapremo mai chi erano e che cosa cercavano, i nostri contrabbandieri ci avvertono che è giunta l’ora di partire: ci fanno uscire dal retro dell’osteria con i nostri bagagli, e, sulla riva del lago, in un freddo intenso, ci fanno salire su una grossa barca a remi, attrezzata con coperte per il viaggio per tutta la famiglia. Ci raccomandano l’assoluto silenzio, e, quali ottimi rematori, si staccano da riva e ci portano al largo. La spiaggia scompare presto dalla vista, e non si vedono altre luci. Si sentono solo i rumori delle grandi remate, e mi chiedo ancora adesso come facciano a non perdere l’orientamento: dalla scia che lasciano dietro di noi capisco solo che andiamo diritto. Ma dove? Sono avvolto nelle coperte e vedo solo la scia che si allunga dietro di noi. Passano le ore in un clima gelido. A un certo punto mi viene un gran male di pancia: lo sussurro alla mamma che mi dice di tenermelo fino all’arrivo. Dopo alcune ore i rematori ci avvertono che ci avviciniamo alla costa: siamo in Svizzera e sbarcheremo a Brissago. Arriviamo nel buio della notte su una spiaggia completamente deserta, dove i rematori ci fanno scendere in fretta e ci avvertono che devono subito lasciarci per fare il viaggio di ritorno, perché noi siamo salvi ma i contrabbandieri sarebbero arrestati dai doganieri svizzeri. Dopo i saluti e gli auguri, la barca e i rematori si allontanano nell’acqua e spariscono in fretta. Noi cerchiamo un’uscita da quel luogo, ma ci accorgiamo di essere sbarcati in uno stabilimento balneare che, dato l’inverno, è chiuso e recintato tutt’attorno. La mamma grida “Aiuto! Aiuto!” nel freddo gelido, ed è finalmente udita da una squadra di poliziotti che, scavalcando dall’esterno la recinzione, ci dichiara in arresto e ci porta in caserma. Qui dichiariamo di essere ebrei in fuga dall’Italia. La mamma mi avverte che devo di nuovo chiamami Franco Segre: il gioco del cognome “Bertero” è finito.

Ci chiedono i documenti, ma, per un residuo di prudenza, abbiamo addosso solo quelli falsi italiani. Ci dicono che, se non riusciremo a fornire le nostre generalità, saremo riaccompagnati al confine, ovviamente in mano ai tedeschi. In quel momento mi ricordo che, fin dalla nascita, porto addosso, sotto tutti i vestiti, attaccata ad una catenella, una medaglietta d’oro, su cui è incisa da un lato la parola ebraica Shaddai (= “Onnipotente”) e dall’altro sono incisi i miei veri dati personali: nome, cognome e data di nascita. Finora non me la ero mai tolta di dosso, né di giorno e né di notte, e tutti i parenti prossimi si erano dimenticati di lei, nonostante il pericolo di possederla. Dico sottovoce a papà e mamma “Io ho lo Shaddai”. Mi guardano con ammirazione e sollievo e mi chiedono di mostrarlo. Appena l’ho esibita ai poliziotti, questi esclamano “Ma allora siete proprio ebrei!”. Saremo accettati.

Nel corso della mia vita, quando contemplo quel pezzetto d’oro raccontando la mia storia, tutti mi dicono che è lo Shaddai che ti ha salvato! Io rispondo: “No. Un amuleto non può salvare! Forse è Chi c’è dietro.”

Franco Segre

 

 

Tomer Hanuka, spring-awakening, copertina del New Yorker 2017

 

Tomer Hanuka, copertina del New Yorker, 2014

 

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