MAGGIO 2022 ANNO XLVII - 233 IYAR 5782

 

 

Ricordi

 

 

Beppe Sajeva

Storia di un combattente ebreo (1927 - 2022)


Beppe Segre

 

Vecchio e sazio di giorni, alla vigilia del novantacinquesimo compleanno, è mancato Beppe Sajeva, partigiano combattente, volontario per la difesa di Israele, militante dell’Haganah, fotografo, giornalista, scrittore, uomo colto, ironico, generoso, beffardo di fronte ad ogni forma di retorica, mai gli venne meno il gusto del raccontare.

Quando cercavo di esprimere il debito di gratitudine che tutti noi portiamo nei suoi confronti poiché grazie al comportamento suo e di persone come lui noi oggi possiamo vivere in pace e libertà, mi rispondeva minimizzando e limitandosi ad accettare nient'altro se non la semplice affermazione: “mi è capitato di essere al posto giusto nel momento giusto, … e di fare la scelta giusta”.

 

Partigiano in val Sangone

Aveva solo sedici anni quando decise di abbandonare la casa familiare e di unirsi alla formazione alpina Valle Sangone e poi ad una formazione G. L. capeggiata dal marchese Felice Cordero di Pamparato, detto il Campana, che fu come un padre per lui. Gli assegnò il nome di battaglia “Balilla”, lo formò all’uso delle armi, lo guidò in azioni militari, cercando di evitargli le situazioni troppo pericolose, gli insegnò a tenere per se stesso l’ultimo proiettile. Scoperto che il giovane era ebreo, il comandante gli fece giurare che mai avrebbe confidato a nessun altro compagno la sua identità. Ancora negli ultimi giorni della sua lunga vita, Beppe esprimeva la sua gratitudine nei confronti del comandante Campana, che con questo obbligo alla prudenza probabilmente gli aveva salvato la vita.

Poi, il Comandante Campana fu catturato con un inganno dalle Brigate Nere, torturato affinché rivelasse i nomi dei compagni. Non parlò. Due giorni dopo, nella piazza principale di Giaveno, Felice Cordero di Pamparato insieme ad altri tre partigiani fu impiccato con ganci da macelleria.

 

Per la Liberazione di Torino

Per Beppe, la liberazione di Torino incomincia nella notte del 27 aprile. Alla Brigata che ha assunto il nome dell’amato comandante Campana viene affidato il compito di espugnare la Casa Littoria. Beppe è tra i partigiani che si muovono in camion dai comuni della cintura torinese e poi, entrati a Torino, avanzano a piedi, due squadre in fila indiana, ai due lati delle strade, in modo da controllare le finestre delle opposte case, pronti a rispondere al fuoco dei cecchini appostati sui piani alti. In memoria del valoroso comandante la Casa Littoria viene rinominata Palazzo Campana, oggi una delle sedi dell’Università torinese.

Partecipa poi alla grande sfilata della vittoria, da piazza San Carlo lungo via Po fino a Piazza Vittorio Veneto, dove pronunciano i discorsi ufficiali Franco Antonicelli, il generale Cadorna e le altre autorità. In testa le rappresentanze degli eserciti alleati, gli americani, gli inglesi con le cornamuse, i polacchi di Anders, i brasiliani, gli italiani della “Cremona” che avevano combattuto con gli alleati e un gruppo dei terribili Gurkha, nepalesi con il machete al cinturone. Ci sono anche i russi, già ubriachi, con cui è difficile capirsi. Poi tutti nei bar della piazza a brindare e far festa, e infine l’assalto alle case di tolleranza, che avevano riaperto i battenti.

Ha raccontato alcuni episodi della sua guerra partigiana nel libro di memorie Appunti di vita partigiana di un ragazzo ebreo pubblicato nel 2009 e poi notevolmente ampliato in una seconda edizione nel 2015, alcuni drammatici e altri più lievi. Nel libro c’è l’orrore della strage di Cumiana, quando i nazisti non rispettarono i patti e invece dello scambio dei prigionieri fucilarono gli ostaggi, 51 civili innocenti, e c’è il racconto di rari momenti di umanità. Di queste narrazioni ha anche collaborato per una lettura teatrale che è stata intitolata Se mi beccavano era peggio che per voi, lapidaria frase con cui Beppe Sajeva sintetizza la condizione di chi è salito in montagna con una doppia pesante identità, e dimostra che su tutto, ma proprio su tutto, si può sorridere, anche della morte.

Per comprendere completamente le sofferenze di questo periodo bisogna avere il coraggio di parlare anche degli aspetti più concreti, prosaici, materiali della vita partigiana: sporcizia, puzza, spidocchiamenti, fame, gelo, problemi intestinali, con crisi di stitichezza e di diarrea tali da impedire di combattere: si tratta di guerre di intestini ma sempre di guerra, commenta Beppe.      

 

Guerra al Giappone

Alla Liberazione non seguì immediatamente la fine delle ostilità: il 15 luglio 1945 il Governo italiano dichiarò guerra al Giappone e l’A.M.G., il Governo Militare Alleato, pretese un apporto fattivo e, attraverso manifesti, promulgò un bando di arruolamento “volontario” per un corpo di ausiliari da addestrare in Francia, nei pressi di Tolone dall’esercito degli Stati Uniti. Il lancio dell’atomica su Hiroshima segnò la fine della Seconda Guerra Mondiale e di conseguenza anche di quella guerra lontana.

 

Collaborazione all’Haganah

Beppe fu smobilitato e tornò in Italia, dove trovò un lavoro presso la Gazzetta del Popolo, e poi alla Stampa, pur tenendo i contatti con l’Haganah, l’organizzazione paramilitare ebraica in Palestina per la difesa dell’insediamento ebraico, durante il Mandato Britannico. Occorreva riorganizzare la vita ebraica, fornire assistenza ai reduci dai campi di concentramento, organizzare l’immigrazione clandestina, prepararsi alla vita in Palestina. Beppe Sajeva costituiva il collegamento tra gli italiani e gli inviati dalla Palestina e in particolare curava l’approvvigionamento delle armi.

 

Armi

All’ONU si discuteva della spartizione del territorio della Palestina britannica, la guerra era imminente, e le richieste di armi e munizioni dagli ebrei della Palestina si facevano di giorno in giorno più pressanti. La cantina di casa e l’ufficio di Beppe erano utilizzati per nascondere armi di ogni tipo: pistole, fucili, mitra, rivoltelle, con le relative munizioni, di diversa produzione. Ma non solo: alcune casse contenevano bombe a mano, poi c’erano maschere antigas tedesche, radiotelefoni americani, perfino un bazooka. Vi era anche una mina anticarro tedesca, potentissima, che una notte Beppe buttò in Po avvolta in una tela di sacco, essendo sorto il dubbio fosse stata manomessa e potesse dunque essere pericolosa.

Beppe aveva solo vent’anni ed un viso da ragazzino, ma l’Haganah affidò a lui la responsabilità del trasporto delle armi. Ebbe anche un fugace dialogo con Ada Sereni, in uniforme di ausiliaria dell’esercito inglese, che si congratulò con lui per la sua attività.

 

Propaganda

L’Haganah si proponeva anche di informare la popolazione italiana circa le rivendicazioni del movimento sionista, le decisioni dell’ONU e la situazione in Medio Oriente. A tale scopo fu predisposto un progetto: sarebbe esplosa una bomba carta nel centro di Torino, di fronte all’ingresso principale del Municipio, di fronte alla fermata, che c’è ancora oggi, di linee diverse di tram. Il boato avrebbe suscitato la curiosità dei passanti, e contemporaneamente dal contenitore sarebbero volati in aria centinaia di manifestini di propaganda sionista. A Beppe non viene mai meno il sorriso: e la nota che ci ha lasciato ricorda che gli organizzatori sbagliarono tram, che i volantini caddero a terra e non furono raccolti da nessuno, e che peraltro ben pochi tra i passanti sarebbero stati in grado di comprendere i testi scritti in inglese ed in ebraico.

Il giorno dopo, 11 gennaio 1947, sulla Stampa comparve un trafiletto: “Scoppia un cartoccio e lancia manifestini / .. qualcuno aveva disposto un cartoccio d’esplosivo con miccia in un angolo oscuro del portici; il cartoccio scoppiava spargendo attorno numerosi manifestini di propaganda della “Irgun Zwai Leumi” cioè di quell’organizzazione ebraica che combatte per la libertà della Palestina contro la dominazione inglese: il testo dei fogli incitava appunto gli italiani a sostenere il movimento clandestino”.

 

Gli aerei

Beppe ci ha raccontato anche di quella volta che partirono in quattro, armati solo di bottiglie di acido solforico e di benzina, imbuti e tubi, con destinazione Venegono, in provincia di Varese, sede dello stabilimento Caproni, la società all’avanguardia nella progettazione e nella realizzazione di velivoli, sia civili sia militari. Si trattava di produrre bottiglie incendiarie per sabotare alcuni aerei destinati all’Egitto.

Due giovani, simulando di essere una coppietta alla ricerca di un luogo appartato, riuscirono ad introdursi nello stabilimento, lanciare alcune bottiglie molotov e produrre un incendio. Il giorno dopo il Corriere della Sera pubblicava un titolo in quattro colonne: “Grave incendio alla Caproni di Venegono - distrutti tre aerei negli hangar”.

*****

La tregua imposta dalle Nazioni Unite impediva ad ambo le parti l’importazione di armi ma non di altri materiali come ad esempio mezzi automobilistici ed aerei, purché disarmati . Risultava che la Siria aveva ordinato alla risorta Fiat-Aeronautica un certo numero di caccia G91 di nuova produzione. Ma la Fiat glieli forniva completi di mitragliere e cannoncini. Agli ebrei occorrevano prove certe, con documentazione fotografica degli aerei a terra e in volo con le armi installate per dimostrare la violazione del veto da parte dei paesi arabi. Era necessario entrare nel campo dell’Aeronautica e scattare fotografie.

Beppe, accompagnato da un tecnico e da un fotografo, percorse tutto il periplo dello stabilimento e scoprì che da una certa posizione, era ben visibile il limite della pista di atterraggio.

In sostanza la Fiat stava producendo per la Siria un certo numero di caccia, tutti armati, e un tecnico siriano, laureato alla Sorbona, era a Torino per controllarne la produzione. L’ipotesi del sabotaggio adesso sembrava difficile da percorrere, anche perché Israele non intendeva avere un contrasto con il governo italiano. Nell’Haganah, alcuni incominciarono a riflettere: si poteva presumere che, nel paese, i tecnici aeronautici siriani non fossero numerosi e che, eliminato quest’uomo, la produzione certamente avrebbe accumulato difficoltà e ritardi. Ma i pareri erano contrastanti. Si decise di chiedere il parere dei vertici dell’organizzazione in Italia.                                                 

Ma lasciamo la parola direttamente ai ricordi di Beppe: “Cominciammo allora a fantasticare sul modo di arrivare alla liquidazione dell’uomo: pistola, arma bianca, laccio, veleno? Per strada, in albergo al ristorante? Non riuscivamo a prendere una decisione. Scrissi a Milano accennando al nostro progetto usando termini eufemistici. Dopo due giorni mi giunse una lettera raccomandata - espresso. Conteneva solo queste parole in yiddish e in italiano: meshùga, meshùga, pazzo, pazzo, avrai una telefonata. E nello stesso giorno alla Gazzetta del Popolo dove lavoravo mi arrivò questo messaggio: “Sospendi tutto, non vogliamo avere addosso proprio in questo momento la polizia italiana, e poi l’Haganah non è una banda di assassini”. Finì così nel ridicolo il nostro progetto terroristico”.

 

Volontario per Israele nelle guerre del 1948 e del 1967

Partecipò poi nel 1948, come volontario, alla Guerra di Indipendenza del neonato Stato di Israele, e riprese infine le armi un’ultima volta, grazie all’aspettativa concessagli dall’allora Direttore della Stampa, Giulio De Benedetti, nel 1967 per la Guerra dei Sei Giorni per portare il suo contributo alla difesa dello Stato di Israele assediato dai paesi arabi; però Beppe amava dire: “mi hanno chiamato e poi mi hanno dato da lavare i cessi”.

Beppe Sajeva è stato una persona che ha saputo fare la scelta giusta, sempre con coraggio e sempre con un sorriso, in una fase della storia davvero difficile.

Sia il Suo ricordo in benedizione.

Beppe Segre

 

 

 

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