MAGGIO 2022 ANNO XLVII - 233 IYAR 5782

 

 

Ricordi

 

 

Federigo De Benedetti


Anna Segre

 

Federigo De Benedetti (Ghigo) è mancato il primo giorno di Pesach che quest’anno coincideva con la vigilia della Pasqua cattolica. Una data che sembra quasi simbolica per sigillare un’identità in bilico tra ebraismo e cristianesimo sia per le radici famigliari sia per cultura e interessi. Da ateo dichiarato che scriveva poesie e racconti su temi religiosi probabilmente ci avrebbe scherzato sopra.

Colto, raffinato, intelligente, ironico; conversare con lui era un piacere: spaziava facilmente dalla storia alla letteratura, alla politica, religione, sempre con l’aria di chi non si prende troppo sul serio. Mi torna spesso in mente il suo modo di ridacchiare quando stava per dire qualcosa di divertente che faceva pregustare la battuta in arrivo.

Sapeva vedere e comunicare il lato comico nelle situazioni quotidiane. Da un viaggio in Norvegia con alcuni amici, tra cui i miei genitori, aveva costruito un racconto esilarante in cui ogni personaggio era inquadrato efficacemente nelle sue peculiarità. Alcuni anni prima aveva scritto un libro divertente e intelligente su una coppia in viaggio di nozze che seguendo un’indicazione sbagliata si ritrova a fare il giro del mondo incontrando una serie di personaggi bizzarri protagonisti di vicende paradossali e surreali.

Negli ultimi anni i miei contatti con lui erano legati soprattutto alla sua collaborazione con Ha Keillah (sul nostro giornale ha pubblicato riflessioni, poesie e un racconto, L’altro, che ha poi ripreso nel suo libro con il titolo Il montone, ed è stato anche inserito nella raccolta Racconti spirituali di Einaudi). Ho riletto con commozione le sue mail affettuose, sollecite, premurose di sapere come stesse la mia famiglia durante il lockdown.

A pensarci bene non credo che avrebbe approvato il termine identità che ho usato all’inizio. Rivolgendosi al lettore nell’apertura del suo libro Il nome del padre. Racconti blasfemi (Instar, 2010) si mostrava giustamente diffidente di fronte alle definizioni: Se tu mi chiedessi, lettore, chi io sia, non saprei quale risposta darti. […] Potrei affermare che le mie radici sono illuministiche, ma mi lascia perplesso il concetto stesso di radici (un rapporto tale da saldarti indissolubilmente alla zolla, senza possibilità di deriva, che hanno perfino i continenti, beati loro), così come mi disturba che un sacramento imposto (il battesimo) o una discendenza (che stabilisce se sono ebreo o non ebreo), per decreto altrui e senza possibilità da parte mia di fare la benché minima obiezione non solo mi definiscano ma siano anche, per sempre, “indelebili”. Al concetto di “radici” preferirei quello di “ormeggi”, che implica la libertà di “levare gli ormeggi”, per approdare in altri porti, salvo poi tornare al mio, secondo i capricci miei e del vento. Quanto ai dogmi – non solo quelli delle religioni – mi fanno sentire come un cane alla catena.

Possiamo dire comunque che ebraici e cristiani sono i riferimenti culturali e il sottofondo delle sue riflessioni, racconti e poesie, legati spesso, soprattutto negli ultimi anni, a temi religiosi. Alcuni racconti raccolti nel libro Il nome del padre sono ambientati oggi, altri mettono in scena Abramo e Mosè, Giuseppe e Maria, Gesù, Giuda e tanti altri; in entrambe le categorie (che a volte si mescolano in modi imprevedibili) compare spesso Dio, un Dio debole e insicuro, chiamato in causa e messo in discussione dalle sue creature, a volte succube delle loro manipolazioni. “Una volta mi sono lasciato sfuggire che voi siete fatti a mia immagine e somiglianza, e insomma adesso credo di aver capito il perché di tante lodi iperboliche, tanti superlativi: perché qualcuno di voi vorrebbe essere trattato allo stesso modo”.

Sono racconti per lo più umoristici ma quasi sempre molto tristi, che denunciano il dolore e la sofferenza di tutti gli esseri viventi. Fortissima la diffidenza verso tutte le religioni e i loro rappresentanti. Curiosamente alcuni di questi racconti blasfemi riprendono lo stile e i temi del midrash (forse si potrebbero definire midrashim laici?) Per esempio quando si nota che dopo la creazione dell’uomo Dio non dice che era cosa buona. “Sintomatico, no? Eppure subito dopo ordina che tutti gli animali siano soggetti agli uomini. Non è paradossale?”.

Con lui Ha Keillah perde un collaboratore e un amico.

Anna Segre

L’inesperienza

Il primo giorno
Creò la luce, Dio,
Ma fece anche
Simultaneamente
Moltitudini
Di ombre.

 

Un po’ come Dio

A immagine
Del Quale
E somiglianza,
A quanto pare,
Siamo fatti,
Così, probabilmente,
Neppure noi esistiamo

 

Noi

Noi ebrei, noi omo, noi zingari, noi folli,
noi contrari a ogni prepotenza, noi neri, noi barboni,
noi meridionali, noi malati,
diversi accomunati dal disprezzo altrui e alcuni, molti,
dagli stessi carri bestiame un tempo diretti ad Auschwitz
(auspicati anche oggi dai vicini di casa)
siamo assolutamente soli.
Ma cosa avete capito?
Soli come le stelle, anche se lontanissime;
però, senza di loro, per non dire di noi, tutta l’umanità (nei
due sensi del termine: complesso di individui che popolano
la terra, e pietà, compassione)
si perderebbe nelle tenebre.

 

Federigo De Benedetti

 

 

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