LUGLIO 2021 ANNO XLVI - 229 AV 5781

 

 

Prima pagina

 

Not in our names.
Due generazioni a confronto
Emilio e Beatrice Hirsch

 

 

Padre: Nel corso dell’ultima crisi di violenza in Israele, l’appello sui social Not in our names, con il quale un gruppo di giovani, di cui fai parte, si è dissociato dal sostegno incondizionato espresso dalle nostre comunità verso le politiche del governo di Netanyahu nei confronti dei palestinesi ha avuto un effetto dirompente, scatenando una escalation non solo di apprezzamenti ma anche di condanne di ignobile violenza verbale. In famiglia ne abbiamo discusso a lungo e mi piacerebbe condividere le nostre riflessioni con i nostri affezionati lettori. Mi avete ricordato la canzone di Cat Stevens “Father and Son”, dove un padre cerca di spingere il figlio a rimanere, a non ribellarsi e fuggire, ma il figlio risponde “There is a way and I have to go”, ho trovato la mia via e la devo seguire. Così anche voi giovani della lettera Not in our names, invece di seguire la strada tracciata dai più anziani, consolidata su conquiste ma anche su grandi errori, mi sembra abbiate deciso di prendere la vostra via. Cos’è successo? Perché proprio ora?

Figlia: Se non ora quando? Il gruppo di opinione di giovani ebrei in tutta Italia da cui è scaturita la lettera, si era già coagulato nel passato per discutere della situazione israeliana e dell’attività del governo Netanyahu, non trovando uno spazio adeguato in cui potersi esprimere e confrontare in momenti critici, come quello vissuto nel mese di maggio. Da un anno a questa parte, il percorso formativo di questo gruppo procede nonostante mille difficoltà, cercando di fornire a tutti un punto di riferimento per un libero confronto. Quando mi sono unita a loro, quello che ho trovato è la vicinanza di tante ragazze e tanti ragazzi che come me sentono forte la propria identità ebraica e il legame con Israele, ma percepiscono la mancanza di pluralità di opinioni ed un forte disagio nel riconoscersi nelle posizioni perentorie ed unilaterali prese intorno a noi.

Padre: Come mai hai sentito questa mancanza? L’ebraismo è sempre stato basato sul dialogo. In yeshivà si deve studiare almeno in due. Tuttavia capisco che le comunità italiane siano in difficoltà e tendano a convergere su posizioni conservatrici, sempre più subordinate a scelte prese in un Israele in mano alla destra radicale. Forse la tendenza ad assecondare dalla diaspora qualunque mossa politica del governo israeliano scaturisce dal timore che Israele ci disconosca e non ci protegga nel caso in cui ce ne fosse bisogno?

Figlia: Secondo me, Israele ci potrà difendere solo se sarà un paese democratico e laico. All’interno delle comunità italiane manca il dialogo perché quando si parla di Israele si mescolano irrazionalmente questioni di identità ed istinto alla sopravvivenza, non solo di Israele ma soprattutto di noi stessi. A me sembra che in molti nella diaspora abbiano paura che, se il popolo ebraico si mostrasse composito e pluralista, come dovrebbe essere normale in una qualunque società democratica occidentale, potrebbe sembrare ancora una volta debole e indifeso. Pertanto, da anni molti propinano una facciata di unità falsa e posticcia ma soprattutto autoritaria e unilaterale, dettata dalla paura atavica dell’antisemitismo. È evidente però che la realtà non può essere questa, la diversità e il dialogo sono una nostra ricchezza storica e sono questi valori che ci permetteranno di sopravvivere come popolo ebraico. Per questo penso che sia importante ora lavorare per un futuro di dialogo costruttivo invece che continuare a litigare su prese di posizione e comunicati. Ci fosse questa pluralità all’interno dei nostri dibattiti, ci fosse accettazione e rispetto, anche io non avrei sentito la necessità di essere così radicale e non sarebbero arrivate risposte così estremiste e violente, legittimate da semplificazioni che da anni riducono la questione israelo-palestinese in una dicotomia pro o contro.

Padre: Anche se non sono completamente d’accordo con la vostra presa di posizione, certamente le risposte che avete ricevuto superano questo mio iniziale sentimento di contrarietà e mi inorridiscono. Concordo che il dialogo civile sia un fondamento dell'ebraismo, non a caso il tema scelto per la Giornata della cultura ebraica 2021 è proprio “Il dialogo”. Nella degenerazione del confronto scaturita dalla vostra lettera, che ruolo hanno avuto i social network? Forse non sono proprio questi a ridurre il dibattito a meri slogan?

Figlia: I social non sono sicuramente il posto più adatto per un dialogo costruttivo, spesso sono rappresentazione di superficialità e disinformazione, ma sono anche dei mezzi molto potenti ed è fondamentale riconoscerne la centralità in una pandemia come quella che viviamo da mesi. Proprio per questo motivo abbiamo sentito la necessità di esprimerci attraversi questi mezzi. Siamo riusciti infatti, grazie soprattutto ai social, a raggiungere una platea molto ampia, aprendoci spazi in collettività altrimenti difficili da raggiungere, spesso lontane dal mondo ebraico istituzionale. I social, però, sono mezzi ancora acerbi che non siamo in grado di utilizzare al meglio e all’interno dei quali molti nostri correligionari non riconoscono ancora gli stessi valori etici ben adam le chaverò, di coesistenza e civiltà, che dovrebbero rappresentare la legge non solo del mondo ebraico reale, ma anche di quello virtuale.

Padre: I social vi hanno dato molta visibilità, hanno creato scompiglio ma hanno anche reso possibile la strumentalizzazione delle vostre prese di posizione da parte di testate, come Il Manifesto, molto di parte e con una visione del conflitto mediorientale che, come me, molti non condividono.

Figlia: Personalmente penso che la nostra lettera fosse chiara, non voleva sostenere nessuna istituzione o fazione politica, rappresentava il nostro stato d’animo e siamo riusciti a guadagnarci uno spazio nel dibattito pubblico. In molti ci hanno condiviso e ci hanno dato visibilità, altri ci hanno strumentalizzati e sfruttati per i loro scopi. Tuttavia, credo che questa voce mancasse e in molti all’interno del mondo ebraico ci hanno sostenuti perché hanno condiviso questa necessità.

Padre: Dopo tutto, come nella canzone di Cat Stevens, dove il figlio prende la sua strada verso l’ignoto, penso che imbrigliare l’esuberanza giovanile sia impossibile e sbagliato. Concordo che i giovani debbano poter farsi sentire e divergere dal sentiero tracciato. Mi ha stupito che molte critiche vi siano state rivolte da persone che, almeno in gioventù, si sono definite progressiste. Persone che proprio come voi avevano la visione di un futuro diverso e che oggi sembrano sopportare in silenzio una realtà ben lontana da quegli ideali. Nonostante tutto il pandemonio che avete generato, credo di non aver sbagliato come genitore ad avervi insegnato il libero arbitrio. È giusto che voi siate liberi di fare le vostre scelte e abbiate l’opportunità di costruire il vostro pensiero critico, di esprimervi e sperimentare.

Emilio e Beatrice Hirsch

 

Pierfranco Fabris, Sinagoga di Biella

 

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