LUGLIO 2021 ANNO XLVI - 229 AV 5781

 

 

Prima pagina

 

Bibi, no Bibi, i rabbini e l’Italia
Giorgio Berruto

 

Tutto in poco più di un mese: l’incapacità di Netanyahu di formare un governo, il disastro del monte Meron, l’incarico a Lapid, gli scontri a Sheikh Jarrah, le posizioni intransigenti e provocatorie dell’estrema destra xenofoba ebraica, la violenza scatenata dai terroristi di Hamas, gli undici giorni di guerra, gli scontri civili tra ebrei e arabi in alcune città, l’elezione di un nuovo presidente dello stato, l’intesa di Lapid con Bennett e la nascita di un governo che relega all’opposizione Netanyahu dopo dodici anni ininterrotti al potere. è  risaputo che in Israele non ci si annoia ma nelle recenti settimane gli eventi si sono susseguiti a ritmo frenetico perfino per le abitudini di quel piccolo paese del Mediterraneo orientale, e non ci sarebbe da stupirsi se mentre il bimestrale che state leggendo va in stampa la lista dovesse essere allungata.

La caduta del re

Il cambio di governo, che sancisce finalmente un’alternanza indispensabile alla democrazia, è un fatto di grande portata. Negli ultimi dodici anni Netanyahu non solo ha gestito continuativamente la politica israeliana, facendo il vuoto innanzitutto nel proprio partito nel tentativo di sbarazzarsi sul nascere di possibili rivali e circondandosi quasi esclusivamente di personaggi subalterni e signorsì, ma ha anche portato in auge un modello di leadership fondato sull’autocelebrazione e il culto della personalità, non senza inquietanti analogie con regimi tutt’altro che democratici come quelli di Erdogan o Putin. Con l’intesa tra Lapid e Bennett, che coinvolge otto partiti su tredici che hanno rappresentanza nell’attuale Knesset, dalla destra nazionalista religiosa a quella radicalmente laica, dal centro ai laburisti, dalla sinistra sionista fino agli arabi islamisti, questo modello viene rovesciato. Dal dominio incontrastato di un uomo solo, che i suoi sostenitori più strenui non si fanno scrupolo a invocare come melekh (re), all’intesa tra numerosi e diversi partiti, in cui il primo ministro dovrà essere inevitabilmente un primus inter pares, la differenza è macroscopica. In secondo luogo Netanyahu non solo non ha fatto nulla per limitare le profonde divisioni interne alla società israeliana, ma ha anzi incoraggiato queste divisioni e il ripiegamento su se stesse delle diverse tribù che compongono le tessere del mosaico sociale, secondo la definizione del presidente uscente Rivlin. Netanyahu ha operato in questo modo nel tentativo di mantenersi più a lungo possibile al comando, appagando l’ambizione personale e sfuggendo ai numerosi processi di cui vede avvicinarsi l’ombra minacciosa. I bersagli del capo del Likud sono stati gli arabi israeliani, collettivamente accusati di mettere a repentaglio il futuro del paese semplicemente partecipando in modo attivo alle elezioni nel 2015, la “sinistra”, nelle sue accuse mostro senza testa sotto cui si radunano non solo i partiti effettivamente di sinistra o centrosinistra, ma anche il centro e porzioni cospicue della destra con la sola colpa di non accettare la sua leadership indiscussa al di sopra della legge. Ma Netanyahu si è accanito anche contro la magistratura, la Corte suprema, i media indipendenti e perfino la polizia e l’esercito, alludendo a quelle teorie cospirazioniste e complottiste che invece il figlio Yair afferma e diffonde senza mezze misure avvalendosi perfino di immagini antisemite. Ha offerto ben miserevole spettacolo contro Obama ed è saltato senza pensarci due volte sul carrozzone di Trump. La coalizione di governo, non a caso, è composta da tutti coloro che Netanyahu in questi anni ha irriso, indicato come nemici o addirittura traditori, acuendo le frizioni interne a una società già in ebollizione. Il governo del cambiamento si propone quindi di salvare l’unità del paese; se è vero che potrebbe cadere da un momento all’altro per disaccordi personali tra i leader degli otto partiti oppure eventi esterni come una nuova guerra o terrorismo su vasta scala, è altrettanto vero che rappresenta una novità epocale chiara e semplice: un’alternativa al potere a vita di Netanyahu nella democratica Israele c’è, ed è questo un fatto che sopravviverà al governo stesso di Bennett e Lapid. La novità della partecipazione al governo del partito islamista Ra’am è inoltre di assoluto rilievo. Se Ra’am e il suo leader Mansour Abbas saranno in grado di interagire all’interno del governo per realizzare un’agenda politica per la prima volta per nulla ideologica ma tutta centrata sui servizi concreti da offrire alla comunità araba (infrastrutture, istruzione, abitazioni, sicurezza e ordine pubblico), sarà solo il futuro a dirlo. Di certo la sua scelta di aderire alla coalizione, decisiva per raggiungere la necessaria maggioranza parlamentare, infrange un doppio tabù, per gli arabi d’Israele quello della partecipazione attiva alla gestione della cosa pubblica e per i partiti e la società ebraica quello dell’interazione fattiva con una forza araba all’interno del governo.

Dopo Meron

“Stiamo affrontando una sfida interna, una spaccatura fra le persone che si vede proprio in questo momento, e che ci ha portato a una tempesta di odio, a uno scontro tra fratelli, alla paralisi del paese”, ha detto Bennett presentando alla Knesset il governo a sua guida, indispensabile per porre fine a “un periodo terribile di odio all’interno del popolo d’Israele” di cui Netanyahu è il primo ma non l’unico responsabile. A essere esclusi dalla maggioranza di governo, ed è soltanto la seconda volta che succede dal 1948, sono i partiti ebraici ultraortodossi, organizzazioni fondate su nepotismo, omofobia, misoginia, clientelismo e corruzione che negli ultimi anni hanno sostenuto in modo convinto Netanyahu ottenendo in cambio un’influenza sproporzionata, oltre alla perpetuazione di privilegi in materia fiscale e di esenzione dal servizio militare. La reazione al nuovo governo dei partiti ultraortodossi, timorosi di vedere messo in discussione il loro enorme potere, è stata emblematica. Il capo di Shas (ortodossi sefarditi) Aryeh Deri ha detto che la compagine guidata da Bennett e Lapid “distruggerà e rovinerà tutto ciò che abbiamo preservato per millenni: distruggerà lo Shabbat, la conversione, il gran rabbinato, la kasherut e farà a pezzi il popolo d’Israele”. Il suo omologo di Yahadut haTorà (ortodossi ashkenaziti) Moshe Gafni ha definito Bennett “malvagio” e invitato il suo mondo di provenienza, quello nazionalista religioso e del movimento Benè Akiva, a “cacciarlo, scomunicarlo, ostracizzarlo”. Il collega di partito e membro di setta chassidica Yaakov Litzman, che ha dato infima prova di sé come ministro della Sanità durante la prima fase dell’emergenza Covid, ha aggiunto che il nuovo governo è “di estrema sinistra”, “senza valori e senza coscienza” e che Bennett “dovrebbe togliersi la kippà, che disonora”. Secondo gli analisti i partiti ultraortodossi temono una commissione ufficiale d’inchiesta sul disastro del monte Meron, quando a fine aprile in occasione di un pellegrinaggio sono morte quarantacinque persone. Di certo si sono opposti all’istituzione della commissione fino a giugno, adesso che siedono all’opposizione non sarà però così facile continuare a sottrarsi.

Convergenze di guerra

Subito dopo la tragedia di monte Meron c’è stata la guerra degli undici giorni scatenata da Hamas, non senza che ai terroristi che dominano Gaza sia stato fornito un comodo pretesto con la mala gestione del contenzioso delle case del quartiere di Gerusalemme est Sheikh Jarrah. Al di là delle responsabilità di un conflitto le cui radici sono profonde e che si riaccende ciclicamente, è interessante riflettere su chi, dal punto di vista del capitale politico, ha tratto vantaggio dalla guerra e chi invece ne è stato danneggiato. Hamas si è imposto una volta di più come la fazione di riferimento per i (numerosi) palestinesi oltranzisti; la Turchia ha accentuato il ruolo di leadership sulla galassia della Fratellanza musulmana, di cui Hamas fa parte; l’Iran e altri regimi in guerra ideologica contro Israele hanno avuto occasione di puntare il dito contro lo stato ebraico; le frange oltranziste e suprematiste della destra israeliana, che si appoggiano da qualche mese su una rappresentanza parlamentare e ritengono che gli arabi capiscano solo il linguaggio della forza; Netanyahu, che ha visto provvisoriamente evaporare l’opzione di un governo Lapid-Bennett (poi recuperata con successo, come sappiamo, nonostante la strenua opposizione dell’ex premier) e si è presentato ancora una volta come il salvatore della patria in pericolo. Questi i favoriti dal conflitto. Tra chi invece ha perso capitale politico con il deflagrare delle ostilità vanno menzionati i paesi sunniti pragmatici e gli altri paesi arabi che hanno aderito agli accordi di Abramo, Abu Mazen di cui è stata sancita una volta di più l’insignificanza, gli islamisti anch’essi pragmatici del partito Ra’am e l’intero fronte “tutto fuorché Bibi”, la cui coalizione è stata temporaneamente congelata e recuperata infine all’ultimo momento.

Con me o contro Israele

Netanyahu resta indubbiamente al centro della politica israeliana, come dimostra la stessa nascita di un governo unito prima di tutto dall’urgenza di estromettere il padrone del Likud e promuovere un’alternanza. Lapid, leader del secondo partito per rappresentanza parlamentare dopo quello di King Bibi, è stato disposto a cedere la premiership, almeno nella prima fase, pur di convincere Bennett a unirsi alla coalizione e evitare una nuova chiamata alle urne, con conseguente prolungamento di una paralisi politica che dura ormai da troppo tempo. Ma in anni di potere anomalo quanto a vastità per una democrazia, Netanyahu lascia eredità pesanti, a partire dall’identificazione di se stesso, e della sua sorte politica, con Israele e il futuro dello stato. Chi è con me è con Israele e chi è con Israele deve essere con me, è stato il suo martellante messaggio più che decennale, quindi chi è contro di me è contro Israele, in una parola: un traditore.

E noi?

Questa tendenza si è combinata con quella di vecchia data del governo israeliano di presentarsi come guida dell’ebraismo mondiale, con effetti deleteri negli Stati Uniti e in Europa. Negli Stati Uniti, dove vivono circa dieci milioni di persone direttamente legate all’ebraismo che rappresentano la più grande comunità ebraica del mondo (sono invece la seconda, dopo Israele, adottando un criterio strettamente halakhico), il raffreddamento di molti ebrei nei confronti delle sorti di Israele è un dato di fatto di cui Netanyahu porta una grossa porzione di responsabilità. L’afflato umanista e cosmopolita della tradizione ebraica, particolarmente accentuato negli Stati Uniti, è stato ripetutamente calpestato dal capo del Likud, che durante gli ultimi mesi di presidenza Obama ha addirittura offerto un indegno show antidemocratico (a cui è seguito l’endorsement alla politica circense di Trump) ignorando i sentimenti della grande maggioranza dell’elettorato ebraico d’oltreoceano. In Europa la sovrapposizione tra destino di Israele e sorte politica di Netanyahu ha portato a conseguenze perfino più deleterie, con l’impoverimento del dibattito interno alle comunità ebraiche, soppiantato sempre più spesso dalla centralità esclusiva del rapporto verso lo stato di Israele e in un numero crescente di casi dalla sua difesa senza se e senza ma, coincidente in questi anni con il supporto per il suo longevo leader secondo il cortocircuito innescato dallo stesso Netanyahu. La concomitante ascesa, anche in Italia, di correnti neortodosse sulla scorta di equivoche sirene identitarie, promossa dall’Assemblea dei rabbini (Ari), è al tempo stesso causa e conseguenza della situazione. L’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei) non sembra più in grado di mantenere autonomia reale da un rabbinato israelocentrico, dunque a propria volta sempre meno autonomo, poco interessato a promuovere un umanesimo ebraico e disposto a chiudere entrambi gli occhi di fronte ai ripetuti episodi di intolleranza nei confronti di chi in seno alle comunità manifesta opinioni divergenti quando, come succede costantemente, i responsabili sono anche corifei della (formale) ortodossia. In Italia esistono inoltre crescenti comunità ebraiche di denominazioni non ortodosse oppure che rifiutano di essere incasellate rigidamente in una denominazione che non sono rappresentate all’interno dell’Ucei. Eppure nessuno può negare che queste comunità siano qualcosa e siano parte del multiforme mondo ebraico. Una unione deve essere tale, a parere di chi scrive, anche a costo di rinunciare ad alcune prerogative: se non c’è accordo su alcuni punti centrali meglio rinunciare a cercare su questi una impossibile rappresentanza unitaria e ridurre l’Ucei a una organizzazione ombrello di tutte le diverse comunità che si occupi di questioni di interesse davvero comune (per esempio la lotta contro l’antisemitismo, la promozione della cultura e dei beni culturali ebraici, la memoria, in un certo grado l’istruzione), come peraltro già accade in molti paesi europei. La situazione attuale si è cristallizzata negli anni del dominio politico di Netanyahu e da questo ha tratto modelli e atteggiamenti come la sovrapposizione tra interesse comune e quello del leader, il potere del rabbinato, il ripiegamento identitario, il declinante interesse per i valori umanistici, il populismo, l’esclusione delle voci alternative. Non è affatto detto che il capo del Likud non torni a guidare Israele, è certo invece che il suo monopolio dopo tanto tempo è stato rotto da partiti che coprono tutto lo spettro politico (con le sole esclusioni di ultraortodossi, estrema destra xenofoba e nazionalisti arabi). Per un paradosso tutto israeliano a guidare la coalizione che ha estromesso Netanyahu dal potere è un premier che - primo nella storia di Israele - indossa la kippà ed è legato a filo doppio al movimento nazionalista religioso Benè Akiva.

Giorgio Berruto

                          vignetta di Davì

 

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