LUGLIO 2021 ANNO XLVI - 229 AV 5781

 

 

Prima pagina

 

I pericoli della torre d’avorio
Anna Segre

 

L’idea che i panni sporchi si lavano in famiglia è un’idea meschina, che ci riduce all’impotenza e che non fa il bene della famiglia al cui interno dovremmo lavare i panni sporchi, accanendoci spesso in dispute che diventano anche rivalità personalistiche, guerricciole di potere all’interno di realtà numericamente minuscole. Quindi io credo che non dobbiamo avere paura di esprimerci all’esterno.

Così ha risposto Gad Lerner in un interessante dialogo con il Gruppo di Studi Ebraici che si è svolto il 31 maggio[1] , a una mia domanda su quale dovrebbe essere a suo parere il ruolo di giornali come il nostro. Oltre all’invito, condivisibile, ad esprimerci senza autocensure ho letto nel riferimento alle guerricciole di potere anche una possibile motivazione della scelta di molti ebrei progressisti di non impegnarsi all’interno del mondo ebraico e nelle sue istituzioni. Una scelta comprensibile, dato il clima che spesso si respira, ma che a mio parere può rivelarsi pericolosa.

Non si tratta solo di esprimersi, ma anche di valutare quali risultati si vogliono e si possono realisticamente ottenere e quali sono i mezzi più adatti per ottenerli. La scelta di concentrarsi sul dialogo interno al mondo ebraico non deriva solo da una volontà di chiusura ma anche dalla ricerca di una presenza nell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e nelle singole Comunità che non si limiti alla pura testimonianza, alla rassegnata esposizione di opinioni minoritarie. Personalmente credo che lasciare del tutto in mani altrui la gestione dell’Ucei e delle Comunità sia un lusso che in questo momento storico non ci possiamo permettere.

Gad Lerner si riferiva in particolare alla necessità di un confronto più libero e aperto sul conflitto israelo-palestinese. Tema indubbiamente importantissimo, ma la vita delle nostre Comunità non è fatta solo di quello. C’è una quotidianità ebraica ricca di feste, eventi, attività culturali, gruppi giovanili, ecc. in cui ogni Comunità – come l’Unione – è chiamata continuamente a decisioni che possono renderla più o meno pluralista, più o meno inclusiva, più o meno amichevole nei confronti dei singoli iscritti.

Poi c’è la necessità di esprimersi su grandi temi che riguardano la vita politica italiana: non solo la difesa della memoria e la lotta contro l’antisemitismo, ma anche la lotta contro il razzismo, le politiche sui migranti, la difesa delle libertà individuali, la lotta contro le diseguaglianze e molto altro. Su questi temi abbiamo una capacità di essere ascoltati spesso decisamente elevata in rapporto ai nostri piccoli numeri, ovviamente non per le fantasiose ragioni addotte dai complottisti ma per una serie di motivi del tutto legittimi (la nostra storia, la diffusione capillare di un antisemitismo che giustifica le prese di posizione ferme e preoccupate dei nostri leader comunitari, la nostra inevitabile partecipazione a ricorrenze ufficiali come la Giornata della memoria o il 25 aprile, ecc.). I presidenti dell’Unione e delle Comunità sono intervistati da TV e giornali, rilasciano dichiarazioni ufficiali, intervengono presso le autorità locali e nazionali; che lo si voglia o no, sono percepiti come la voce degli ebrei che vivono in quel luogo.

Una visibilità che è anche una responsabilità molto pesante in un momento storico tutt’altro che facile, con una destra sovranista - fortemente egemone nelle coalizioni che tra pochi mesi potrebbero trovarsi a guidare città come Torino e Roma - che ormai ha gettato qualunque maschera di moderazione e non si fa alcun problema ad allinearsi sulle posizioni più liberticide e apertamente nostalgiche delle destre europee. La legge recentemente approvata dal Parlamento ungherese, che addirittura proibisce di parlare ai bambini di omosessualità, e l’appoggio che ha ricevuto dai due leader della destra italiana, è un esempio inquietante. Forse ancora più preoccupante, dal punto di vista degli ebrei italiani, la “carta dei valori europei” firmata dai leader sovranisti, compresi i leader dei due principali partiti della coalizione che forse tra poco amministrerà la nostra città. Personalmente trovo il testo inquietante dalla prima parola all’ultima ma per capire perché noi ebrei dovremmo preoccuparci più degli altri basta un assaggio del preambolo “storico” (si fa per dire): “La turbolenta storia dell'Europa, soprattutto nel secolo scorso, è caratterizzata da molte avversità. Nazioni che difendevano la propria sovranità ed integrità territoriale dagli aggressori hanno sofferto oltre l'umana immaginazione. Dopo la seconda guerra mondiale, alcuni Paesi europei hanno dovuto lottare con il dominio del totalitarismo sovietico per decenni, prima di riconquistare l'indipendenza". Nessun riferimento al fascismo e al nazismo, e neppure alla Shoah; quelle che hanno “sofferto oltre l’umana immaginazione” sono state le “nazioni che difendevano la propria sovranità ed integrità territoriale dagli aggressori” e dunque non certo gli ebrei che non avevano ovviamente nessuna sovranità o integrità territoriale da difendere; l’unico, il vero nemico è stato “il totalitarismo sovietico”. Come potranno le nostre Comunità lavorare fianco a fianco con chi proclama questa sconcertante visione della storia dell’ultimo secolo? Come potremmo sperare di organizzare, come negli anni scorsi, attività e manifestazioni, per la Giornata della Memoria o per il 25 aprile? O non rischieremo di vederle vietate, ostacolate, stravolte? Non dovrebbe dunque per noi essere un’assoluta priorità evitare che le nostre Comunità e l’Ucei possano chiudere gli occhi di fronte a questi pericoli in cambio di un sostegno a Israele del tutto strumentale e che non richiede alcun reale contatto o collaborazione con gli ebrei italiani in carne ed ossa?

 Anche per quanto riguarda le posizioni su Israele la maggiore visibilità delle nostre istituzioni rende a mio parere estremamente pericoloso lasciarle completamente in mani altrui ritirandosi in una torre d’avorio: la dichiarazione su un quotidiano o in TV di un presidente di Comunità peserà sempre molto di più di una lettera con qualche decina di firme, a maggior ragione se questa sarà poi seguita immancabilmente da decine di lettere e prese di posizione di segno opposto. Senza contare la possibilità che le istituzioni ebraiche hanno di organizzare o partecipare all’organizzazione di eventi, conferenze, seminari, rassegne, ecc. Soltanto a Torino non si può fare a meno di pensare al Salone del Libro. Persino su Israele - dove già sarebbe un passo avanti avere delle istituzioni che non si appiattissero sempre e comunque sulle posizioni del governo israeliano in carica in quel momento - le Comunità e l’Unione se lo volessero avrebbero la possibilità di fare molto più di questo, per esempio favorire e dare voce e visibilità a organizzazioni attive nel dialogo tra israeliani e palestinesi. Si può fare, a Torino è stato fatto negli anni in cui il Gruppo di Studi Ebraici governava la Comunità, anche altrove è stata talvolta percorsa questa strada. Oggi sembra una strada in salita, e in generale sembra che gli ebrei di sinistra siano una minoranza irrilevante, ma sarà poi davvero così? Oppure la disaffezione e il disinteresse da parte di molti hanno consegnato alcune delle nostre Comunità (in particolare Roma) in mano a minoranze attive e chiassose?

Paradossalmente sono proprio i nostri piccoli numeri a facilitare la possibilità di ottenere risultati tangibili anche da parte di poche persone con risorse limitate: nell’interpretazione di molti (che condivido) è stata la nascita di Ha Keillah a permettere al Gruppo di Studi Ebraici di conquistare nel 1981 la guida della Comunità Ebraica di Torino e mantenerla per decenni, perdendola (in parte) solo a causa di dissidi interni al gruppo stesso. E anche in Comunità più grandi della nostra o nell’Ucei si vede che spesso le maggioranze si decidono sulla base di pochissimi voti, per cui un minimo di capacità di mobilitazione in più potrebbe produrre risultati utili.

Insomma, si tratta di capire se l’obiettivo è quello di esprimere le proprie opinioni con l’idea che sia l’unica cosa che possiamo concretamente fare o se invece ci siano i margini per fare di più e se non sia dunque doveroso sfruttarli. Qui entriamo in un terreno molto insidioso, perché spesso, e in particolare negli ultimi venti o trent’anni, i gruppi ebraici progressisti hanno dovuto sacrificare molto - forse troppo - all’esigenza di non lasciare la gestione delle Comunità e dell’Ucei in mani altrui: accordi e alleanze con gruppi e persone con posizioni moderate, talvolta acriticamente a favore di Israele, per salvare almeno un minimo di inclusività e di libertà di opinione sui media comunitari, partecipazione a gestioni condivise che hanno in pratica anticipato ciò che poi abbiamo visto accadere negli ultimi mesi nella politica italiana e israeliana. Personalmente considero gli attuali governi italiano e israeliano inevitabili e a tal punto preferibili rispetto alle loro terrorizzanti alternative da giustificare la loro nascita. Non è detto che gli stessi discorsi siano altrettanto validi all’interno dell’ebraismo italiano, o che lo siano sempre stati, ma a mio parere è comunque opportuno porsi il problema.

Poi naturalmente, anche riconoscendo l’esigenza di qualche rinuncia tattica, bisogna chiedersi quanto sia effettivamente necessaria e quanto sia effettivamente vincente. In fin dei conti è l’eterno dilemma della sinistra, non solo ebraica e non solo italiana. Ma quale può essere la soluzione? Io continuo a non credere alla torre d’avorio. Non credo sia giusto pensare che la battaglia all’interno dell’ebraismo italiano (così come in Italia, in Europa, in Israele, negli Stati Uniti, nel resto del mondo) è persa in partenza e non vale la pena di impegnarsi, anche a costo di prendersi qualche insulto e qualche mal di pancia. Con i nostri numeri anche una sola voce in più può essere importante per contrastare pericoli molto inquietanti che si profilano continuamente all’orizzonte a minacciare il pluralismo e la democrazia nelle nostre Comunità e la nostra capacità di rivolgerci al mondo esterno con autorevolezza e credibilità.

Anna Segre

[1] registrazione dell'evento (31 maggio 2021)

 

Pierfranco Fabris, Sinagoga di Vercelli

 

Share |