LUGLIO 2021 ANNO XLVI - 229 AV 5781

 

 

Italia

 

Debiti e shemittah
Manfredo Montagnana

 

 

Vorrei riprendere alcune considerazioni sul futuro del mondo capitalistico espresse in precedenti numeri di Ha Keillah, facendo riferimento ad una tesi sostenuta nel lavoro Un pianeta piccolo piccolo di Simone Filippetti secondo cui la società attuale è fondata sui debiti. Pur essendo poco ferrato in materie halakhiche, questa affermazione mi ha ricordato la remissione dei debiti ogni sette anni e in occasione del giubileo ogni cinquanta anni, come è previsto nella Torah:

"Alla fine di ogni sette anni celebrerete l'anno sabbatico. Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che abbia diritto a una prestazione personale in pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto: non lo esigerà dal suo prossimo, dal suo fratello, quando si sarà proclamato l'anno sabbatico per il Signore. Potrai esigerlo dallo straniero; ma quanto al tuo diritto nei confronti di tuo fratello, lo lascerai cadere..." (Deuteronomio 15:1–6)

Prima però di domandarci cosa possa essere la shemittah in un periodo così drammatico come quello della pandemia, è opportuno ragionare sull’affermazione di Filippetti, motivata da numerosi esempi presi fra quelli che appaiono spesso sui media. A dimostrazione del fatto che gli Stati sono i primi a promuovere i debiti come forma di finanziamento, si ricorda il caso dei recenti interventi di governi occidentali a sostegno della ripresa economica dopo la pandemia: USA 2.000 miliardi di dollari, UE 750 miliardi di euro. Ma già nel periodo dal 1974 al 2020 il mercato mondiale dei titoli di stato, cioè il mercato dei debiti, era arrivato a 64.000 miliardi di dollari.

Il fatto rilevante è che questo enorme debito corrisponde ad una profonda trasformazione del sistema economico capitalistico nel senso della sua definitiva finanziarizzazione: sembrerebbe che siano le attività finanziarie a governare la società e non il mondo produttivo. Ed in effetti esiste un profondo baratro tra il mondo reale in cui vive la gente comune ed il mondo delle transazioni finanziarie.

È un mondo fatto di consumi sfrenati in cui il settore produttivo sembra scomparso: tutto si vive filtrato dal virtuale, il lavoro conta meno del capitale finanziario. Naturalmente non dobbiamo dimenticare che questo mondo virtuale è accessibile solo ai “pochi fortunati”, come noi italiani, che si dimenticano di quanto il sistema socio-economico sia fragile.

E in casa nostra? Il debito italiano da anni ormai supera il 120% del PIL e si prevede che a fine Covid salga al 160% del PIL. Guardando ad un futuro in cui sarà certamente ignorata la norma biblica dell’anno sabbatico, dobbiamo prevedere che ognuno dei nostri figli e nipoti si troverà a pagare un debito di 43.000 euro e ci domandiamo: come è potuto succedere? Lo possiamo forse capire ricordando che il popolo italiano – inteso nella sua totalità - vive da decenni al di sopra delle proprie possibilità: da un lato le spese dissennate individuali per il cosiddetto “loisir”, dall’altro gli sprechi negli appalti da parte delle pubbliche amministrazioni.

Torniamo alla shemittah dei nostri giorni ricordando che, se alcuni in Israele pensano che il suo rispetto vada conservato come obbligo biblico, altri sostengono che la Shemittah è diventata puramente volontaria. Comunque la si veda, anche qui una scappatoia si trova: le autorità che, nel rispetto della Shemittah, proibiscono le colture in Israele, generalmente permettono la coltivazione idroponica in serre strutturate in modo che le piante non siano connesse al suolo. Come risultato, l'idroponica è in crescita nelle comunità agricole charedì.

Ovviamente il mio richiamo alla shemittah è una provocazione, dato che il vero tema all’ordine del giorno è l’arrivo del momento della verità per la globalizzazione: da almeno dieci anni l’Occidente è in declino, con una stagnazione economica accompagnata da disoccupazione giovanile e precariato. La ricchezza globale degli anni duemila arriva dal commercio, non dal lavoro. Sembrava che si potesse continuare così, all’infinito, ma il Covid ha chiarito che la prosperità degli anni 2000 era effimera: dei sette miliardi della popolazione mondiale almeno cinque miliardi sono condannati alla fame ed alle malattie. Sappiamo bene che, quando in una società le sperequazioni crescono in modo esagerato, il rischio di implosione diventa forte; il collasso di un elemento marginale del sistema innesta una reazione a catena che porta al suo crollo, come è avvenuto nel marzo 2020.

Una soluzione, appunto nella logica della shemittah, potrebbe essere la cancellazione di tutti i debiti, non quelli di un solo paese, ma di tutti i paesi contemporaneamente; un default pilotato. È evidentemente una soluzione inattuabile in un sistema basato sul profitto e sulla libera concorrenza.

Tuttavia sono convinto che sia necessario cambiare tutto davvero. Prendendo come esempio l’Italia, il governo dovrebbe cominciare a dare nomi agli investimenti:


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  personale, strutture e strumentazione per la scuola e per la sanità;

-  progetti nel breve e medio periodo che facciano crescere la ricerca, le sue ricadute e l’uso di nuove  tecnologie;

-  sostituzione di assegni e bonus con incentivi a occupati e disoccupati affinché acquisiscano nuove competenze.

A me sembra che questo modo di procedere tenga conto del fatto che la ricchezza di una nazione e del mondo intero sta nella capacità di produrre le merci necessarie a tutta l’umanità, cioè in ultima analisi nella capacità di organizzare il lavoro in modo da assicurare “ad ognuno secondo i propri bisogni”. Occorre definire un ordine tra le merci da produrre secondo le priorità dettate dalle condizioni reali in cui vivono tutti gli esseri umani. Il Covid colpendo al cuore il ganglio dei consumi che sono ormai il motore del mondo occidentale, ci ha fatto capire concretamente che non si può crescere e consumare all’infinito, non si può aumentare all’infinito il benessere solo per i pochi fortunati.

 

Manfredo Montagnana

 

Salvatore Filippetti, Un pianeta piccolo piccolo. La fine della globalizzazione, Il Sole 24 Ore, 2021, pp. 304, € 14.90

 

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