LUGLIO 2021 ANNO XLVI - 229 AV 5781

 

 

Israele

 

Società civile e conflitto israelo-palestinese
Giorgio Gomel

L’irrompere, non inatteso, di violenze nel maggio scorso fra israeliani e palestinesi, nella striscia di Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme est, anche all’interno di Israele con prodromi inquietanti di guerra interetnica fra arabi ed ebrei, dimostrano che la convinzione prevalente in Israele che lo status quo sia sostenibile e il conflitto possa essere “gestito” a bassa intensità, e non affrontato e risolto, sia un’illusione autodistruttiva.

La realtà sul terreno resta instabile, pronta a degenerare in ulteriori scoppi di ostilità.

Da un lato vi è il contesto politico-diplomatico: il nuovo governo in Israele – una coalizione eterogenea, in parte paralizzata da un sistema di veti reciproci, con sistemi di valori, culture, obiettivi divergenti fra i partiti che la compongono - le disfunzioni dell’ANP con il rinvio a data imprecisata delle elezioni legislative, l’impegno almeno sul piano dichiarativo dell’amministrazione Biden e di buona parte dei paesi della UE per atti rivolti quanto meno ad alleviare le condizioni economiche ed umanitarie dei palestinesi sia in Cisgiordania che a Gaza.

Dall’altro vi è il lavoro, continuo, sotterraneo, spesso ignorato, di movimenti della società civile, ONG, associazioni che in Israele e Palestina operano congiuntamente a fini di educazione alla pace e coesistenza in una pluralità di ambiti: sanitario, ambientale, economico, educativo, di difesa dei diritti umani, di dialogo interreligioso. Ne nomino solo alcune: Parents’ Circle (il forum delle famiglie delle vittime della guerra e del terrorismo), Combatants for Peace, Il Centro Peres per la pace, Givat Haviva, Hand in Hand (scuole bilingui arabo-ebraiche), Kids4peace, Ecopeace Middle East, Sikkuy, Medici per i diritti umani, Rabbini per i diritti umani, One voice movement, Standing together, Abraham initiatives, Road to recovery, ecc. Un’attività, detta “people-to-people”, volta a superare ostacoli psicologici alla riconciliazione e alla pace che risiedono nella percezione “disumanizzante” dell’altro, dipinto e vissuto come nemico ingrato e irriducibile. Nelle inchieste correnti d’opinione, il 90 % dei palestinesi e il 79 % degli ebrei israeliani dichiara di “diffidare” dell’altro, dell’antagonista.

Il sostegno, materiale e politico, del resto del mondo, delle nazioni sviluppate, è in questo ambito cruciale. Lo scorso dicembre gli Stati Uniti hanno approvato una legge importante – il Nita M. Lowey Middle East Partnership for Peace Act (MEPPA) - che stanzia 250 milioni di dollari da destinarsi su un orizzonte di 5 anni in parte allo sviluppo economico del settore privato palestinese e in parte ad iniziative di “people-to-people” da svolgersi sotto l’egida di ONG israelo-palestinesi. Questa legge è il risultato di oltre una decade di pressione portata avanti da Alliance for middle east peace – una comunità di 150 organizzazioni israeliane e palestinesi (www.allmep.org) – di cui presiedo la sezione europea. ALLMEP sta operando perché il meccanismo introdotto dalla legge si trasformi in un autentico Fondo Internazionale per la pace israelo-palestinese, con il contributo finanziario e la partecipazione attiva di altri paesi. La Gran Bretagna, il Canada, la Francia, l’Olanda, l’Italia e altri paesi dell’Asia e del Medio oriente hanno manifestato in diversa misura interesse e disponibilità ad avallare il progetto al fine di dare luogo ad un meccanismo pienamente multilaterale.

Giorgio Gomel

Pierfranco Fabris, Sinagoga di Venezia

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