LUGLIO 2021 ANNO XLVI - 229 AV 5781

 

 

Israele

 

Abituarsi ai bombardamenti.
L’esperienza di una giovane italiana
Noa Di Porto

 

 

Il mio nome è Noa, sono una ragazza di diciassette anni, e studio in un college in Israele. Sono tornata a Roma in occasione delle vacanze estive dopo questo anno un po’ turbolento, tra guerre e pandemie, che tuttavia mi ha insegnato tanto.

È difficile raccontare com’è stato vivere una situazione come quella.

La guerra di cui sentiamo costantemente parlare, nei libri di storia, dai nonni o dai parenti in Israele, sembra sempre così distante. Come posso spiegarlo? Forse noi giovani italiani ci sentiamo un po’ invincibili. Di reali difficoltà non ne abbiamo mai vissute, e ogni brutta cosa nel mondo sembra sempre non riguardarci del tutto. È poi quando senti un missile esplodere nel cielo proprio sopra la tua testa che realizzi che forse tanto invincibile non sei, e improvvisamente vuoi tornare a casa, al sicuro, nel tuo caldo e accogliente salotto privo di pericoli.

Il dieci maggio del 2021, è lì che tutto è iniziato: i primi missili piovevano sul sud di Israele, nelle città più vicine al confine. Nulla di inaspettato, insomma, era successo anche l’anno prima, come quello prima ancora, “si sa, al confine succede sempre”. Così, poiché la prudenza non è mai troppa, a scuola ci hanno spiegato cosa fare in caso suonassero le sirene nella nostra piccola città nel centro, Hod HaSharon. E poi, alle diciannove e quaranta del giorno dopo, increduli, io ed i miei compagni ci siamo ritrovati nel corridoio del nostro dormitorio sdraiati a terra, con le mani a coprire il capo. Ricordo che anche i nostri educatori seppur abituati alla situazione ne erano piuttosto sorpresi. Non c’era stato reale preavviso, e non c’era nemmeno abbastanza spazio per tutti gli studenti nei bunker. Insomma, quella sirena era stata abbastanza per far sì che tutto diventasse reale.

Le prime reazioni sono state, come dire, forse un po’ buffe. Eravamo una ventina sul corridoio del primo piano, e ricordo che alcuni di noi non riuscivano a smettere di fare battute e ridere, ridere, ridere, anche se ovviamente da ridere c’era ben poco. Pochi di noi avevano vissuto bombardamenti prima di quel momento, molti invece piangevano, ma da parte degli israeliani si percepiva una tranquillità che a noi sembrava assurda. Insomma, il suono della sirena è così spaventoso, e comprendere le dinamiche di un conflitto così complesso ancor di più, per noi che immaginiamo la guerra come lo era un tempo. Ma loro non ne sembravano troppo scossi, era la solita routine annuale: qualche giorno di bombardamenti, e poi si torna alla normalità.

Sicuramente l’esplosione mediatica non ha aiutato. In un momento così particolare in cui sicuramente serviva solidarietà, mi sono sentita personalmente come se il mondo intero mi avesse voltato le spalle. Passavo le giornate a cercare di far capire come fosse la situazione anche da qui. E tra chi era disposto ad ascoltare e chi meno, mi ha sorpreso la quantità di false notizie e accuse assurde che si spargevano a macchia d’olio su tutte le piattaforme del web. È che appunto, quando un avvenimento ci è così lontano è sempre difficile capirne le dinamiche, ma sempre più facile approvare e condividere le voci più ascoltate.

La mia città è stata bombardata ancora poi quella stessa notte, nel risveglio più turbolento che io abbia mai vissuto. Con ancora nessuno spazio nel bunker eravamo nuovamente nel corridoio, questa volta però decisamente spaventati. È stata colpita la strada principale di Holon, città in cui io e la mia migliore amica andavamo ogni singolo fine settimana, ed è uno shock vedere quelle immagini al telegiornale. Ci penso ancora spesso: io avrei potuto essere lì. Perché l’Iron Dome indubbiamente ci protegge, ma chi lo sa se proprio noi potremmo essere quel caso sfortunato. E così, dopo aver capito che la situazione non si sarebbe fermata in così poco tempo abbiamo lasciato che la paura dettasse il ritmo delle nostre giornate: chi ne aveva la possibilità è andato a casa da parenti o genitori, mentre molti di noi sono rimasti nel college, liberando lo spazio per farci andare nel bunker. Nel centro di Israele si hanno 90 secondi per raggiungere il rifugio più vicino, e così si tenta di ridurre il più possibile al minimo le azioni giornaliere che impiegano tanto tempo. Le mie docce non duravano più di cinque minuti, e se si usciva dal dormitorio si cercava sempre di tenersi il più vicino possibile ai bunker della scuola. Alcuni di noi avevano difficoltà a dormire, con la paura di essere svegliati di nuovo da quel suono che ancora ad oggi a sentirlo fa venire i brividi. La nostra esperienza è stata decisamente diversa da ciò che normalmente gli israeliani vivono. A parte la mentalità decisamente differente, in molte case le camere da letto sono sicure, e si dormono notti tranquille.

Il tredici maggio ho aperto la finestra della mia stanza, e sentendo la sirena suonare nella città lì vicina ho osservato due missili esplodere nel cielo, intercettati. È stata colpita una casa a Petah Tikva, una strada e una casa a Sderot, Ramat Gan, Tayba, Tel Aviv. E mentre noi lasciavamo che la paura ci inghiottisse, gli israeliani sembravano infischiarsene.

Mi spiego meglio.

Noi studenti possiamo scegliere. Se ciò che succede non ci piace possiamo scegliere di essere terrorizzati e scappare, abbiamo con certezza un altro posto in cui andare. Gli israeliani invece non lo hanno, e vi dirò di più, non lo vogliono. Penso sia stato grazie ai miei educatori israeliani che mi sono tranquillizzata, vedendo come loro affrontavano quei giorni con così tanta serenità. Il fatto è che più gli si tenta di far paura, più loro confideranno nella protezione del loro esercito, e più vivranno le loro vite normalmente, senza privarsi di nulla. In uno stato sotto bombardamenti del genere l’unica cosa a fermarsi sono stati gli studi, che hanno continuato comunque a svolgersi in DAD. Per il resto le persone andavano al lavoro, giravano e sembravano non fermarsi mai. Ne ho parlato con un mio coetaneo, e ciò che mi ha detto mi ha colpita: “la paura, è ciò che Hamas vuole. Io non lascerò di certo che dei terroristi mi dicano come devo vivere. Questa è casa mia, ed io, in casa mia, non devo aver paura.”.

Ho iniziato perciò anche io ad abituarmi alla situazione, a vivere le mie giornate con più calma, a cercare di comprendere quella mentalità così fondamentale per oltrepassare ostacoli così grandi. Ho ricominciato a dormire di più, a vivere il più normalmente possibile, fino a che poi la notte del 14 maggio le truppe israeliane hanno attaccato Gaza, iniziando a portare questo conflitto verso la conclusione.

Questa esperienza, anche se ovviamente non la augurerei a nessuno, mi ha insegnato tanto. Vedere tutto l’odio che c’è fuori mi ha fatto capire ancor di più quanto questo paese sia importante, quanto possa essere per noi il nostro posto sicuro, e quanto difenderlo sia fondamentale. Non bisogna lasciare che la paura ci allontani, al contrario, bisogna farla diventare determinazione. Nulla come quei giorni mi ha convinto a decidere di restare in Israele, forse, anche dopo il liceo. Perché se non vogliamo che i nostri figli vivano situazioni del genere il cambiamento dobbiamo essere noi, e ciò non può avvenire se si scappa via.

E con questo, finisco il mio racconto con un messaggio di pace, nella speranza che non debba esserci più guerra, e che i due popoli possano vivere vicini e in armonia.

Noa Di Porto

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