LUGLIO 2021 ANNO XLVI - 229 AV 5781

 

 

Storia - Israele

 

 

Dalla voce celeste alle bandiere bianco-celesti
Alessandro Treves

 

 

La controversia fra i Maestri d’Israele, nella tradizione rabbinica, cambia completamente di valenza intellettuale e di connotazione sociale, ci racconta Raniero Fontana nel suo agile Parole a Doppio Taglio (Pazzini Editore, 2021, € 16), con la disfatta nella (prima) Guerra Giudaica. Un processo probabilmente protrattosi per un certo lasso di tempo nella nella seconda metà del I secolo EV, ma riassunto idealmente nell’istante in cui si fa sentire, a Yavne, la voce celeste. Una sorta di implausibilmente tardivo intervento divino che, nell’urgenza di riorganizzare la fedeltà all’identità giudaica dopo la rovina e l’umiliazione ad opera delle legioni romane, e dopo un secolo e passa di lotte e drammatiche contrapposizioni fra Sadducei, Farisei, Zeloti, Esseni, e nell’interpretazione della Legge fra le Case [scuole] di Hillel e di Shammai, mette la parola fine ai conflitti interni, almeno in questo ambito, adottando la linea della Casa di Hillel. Premiandola anche per la sua capacità di prendere in considerazione le argomentazioni dei rivali. La voce celeste non mira infatti a sopprimere la vivacità intellettuale dei tannaim, ma ad incanalarla facendone, da fattore di disgregazione che era, uno strumento di ricompattazione, culminato nella redazione della Mishnah, il cemento che reggerà poi per quasi duemila anni l’edificio immateriale del giudaismo. Nonostante il KO il popolo ebraico è uno, come il suo D-o, e le controversie fra i suoi rabbini non sono altro che olio canforato, che può massaggiarne i muscoli della mente per aiutarlo a tornare presto sul ring (come accadrà, con esiti ancora più disastrosi, nel 115-117 e nel 132-135 EV).

Prima della catastrofe, l’identità ebraica, o anche più propriamente giudaica, è un concetto fluido, politicamente ed etnicamente sfuggente. I romani hanno fatto polpette dell’entità statale seguita alla decadenza della dinastia asmonea, installando un re-cliente, Erode, che si rivelerà un Grande, ma di ebraitudine alquanto dubbia, figlio di una nabatea e di un generale idumeo. In senso geograficamente e demograficamente lato il giudaismo è però in forte espansione, dalla piccola Yehud dell’era persiana, con al massimo 30.000 abitanti, quelli di Monfalcone, alla Iudaea dell’epoca romana, che arriva a includere Samaria, Idumea, Galilea, Perea, Golan, e secondo Sergio della Pergola 2.500.000 abitanti, prevalentemente giudei o a loro assimilabili, pur in un tumultuoso fiorire di correnti e sette, fra cui i giudei cristiani. I due Maestri di Hillel il Vecchio (lui stesso un babilonese), Shmaya e Abtalion, sembra che fossero assiri convertiti di Alessandria d’Egitto; mentre l’aristocrazia autoctona della Giudea, culturalmente ellenizzata, è una forza ormai spenta e screditata, notevole solo per la sua corruzione. Difficile immaginare un progetto nazionale.

Dopo la catastrofe, tutto ciò che è avvenuto prima viene reimpastato nei miti organizzatori della resilienza. Della resistenza non armata all’indurito giogo romano. Centrale, nello sviluppo del giudaismo rabbinico, è l’istituzione della controversia halakhica e della sua espressione e risoluzione. Molto opportunamente avulsa dalla questione del potere politico. Raniero Fontana ci guida attraverso il nucleo fondante di questa istituzione dedicando la metà del libro alle figure di Hillel e Shammai ed alla contrapposizione fra le loro Scuole. Una contrapposizione sghemba, se accettiamo le date tradizionali secondo cui Hillel era di 60 anni tondi più vecchio di Shammai, ed avrebbe potuto dunque esserne il bisnonno; ma che viene razionalizzata attraverso il concetto di Scuola, in cui gli allievi moltiplicano i punti controversi rispetto a quelli ascrivibili direttamente ai Maestri, e forzatamente simmetrizzata, anteponendo a loro altre quattro coppie, o zugot, di maestri i quali si trovano costantemente in disaccordo su uno specifico punto, che brilla per la sua apparente irrilevanza. È soprattutto un disaccordo, relativo alla procedura dei sacrifici, che non può avere conseguenze concrete dopo la distruzione del secondo Tempio; è quindi un disaccordo che non serve a dividere, bensì a unire. Raniero Fontana estende in un certo modo la simmetria, intitolando sia l’ottavo che il nono capitolo, rispettivamente, a due coppie di Maestri del periodo fra la distruzione del Tempio e la rivolta di Bar Kochba, e l’ultimo capitolo a Rabbi Yochanan e Resh Laqish, del terzo secolo, quando ormai i giudei erano (probabilmente) una minoranza, almeno nella Palestina centrale, dove erano invece cresciute le popolazioni samaritane e cristiane. Quello che rende coinvolgente la trama, per così dire, disegnata dall’autore, quasi una foglia d’alloro con le sue venature pressoché simmetriche a destra e a sinistra, è l’essere Fontana non ebreo. Per un autore ebreo sarebbe molto difficile non intrecciare in questa trama qualche filo del proprio vissuto identitario, e soprattutto non far supporre ai lettori di averlo intrecciato. Pur appoggiandosi Fontana ad una conoscenza approfondita della tradizione, e citando frequentemente anche autori ebrei contemporanei, la sua breve storia della controversia rabbinica è fruibile intellettualmente proprio perché il suo è un punto di vista equanime, e della trasmissione della tradizione non lo si percepisce né veicolo, né beneficiario. L’equanimità di Fontana fa del suo libro un gesto d’amore disinteressato, e per questo interessante per chi legge. Elimina il senso di posticcio che potrebbe avere una narrazione “interna”, almeno ipoteticamente funzionale alla tradizione o, peggio, alla riacquisita dimensione del potere politico nazional-religioso. I farisei, verrebbe da dire, sono umanamente sopportabili solo se privi di potere, e raccontati da chi col potere non ha e non vuole avere nulla a che fare.

La prova la trovo del primo dei dieci capitoli di Parole a Doppio Taglio, dedicato in gran parte alla figura di Esdra. Leggendolo, nei misurati accenni che ci offre Fontana, collegandolo idealmente ai Maestri di cinquecento anni dopo, si viene quasi ad immedesimarsi nello scriba, nel professore che professa, due millenni e mezzo fa, la lettura del testo. Dimenticando per un momento l’Esdra visto nella prospettiva di chi segue le vicende dell’Israele contemporaneo, il leader dei coloni, l’uomo di potere che sfrutta cinicamente l’appoggio della superpotenza, il propugnatore del suprematismo giudaico (dei giudei di ritorno, come lui), l’istigatore all’odio verso gli autoctoni, il teorico dell’apartheid, il separatore delle famiglie. Il libro di Fontana ci aiuta a non vedere Esdra dietro uno schermo di computer, che dirige le squadracce di Lehava[1] nella caccia a chi ha contratto matrimonio misto. Avendolo collocato alle origini dell’esegesi, e quindi del dubbio, e della controversia, non possiamo più raffigurarcelo alla testa della Marcia delle Bandiere[2], sogghignante come Itamar Ben Gvir[3] nell’umiliazione degli indifesi abitanti di Gerusalemme. Grazie, Raniero, per averci restituito Esdra l’intellettuale. Forse i connotati politici gli sono stati appiccicati da chi il potere politico l’aveva perso.

Grazie per avercelo restituito, almeno per un quarto d’ora. La figura di Esdra rimane, ripensandoci, controversa.

Alessandro Treves – Trieste e Tel Aviv

 

 

“Disse Rabbì Abbah in nome di Shemuel: tre anni discussero la scuola di Shammai e quella di Hillel. Questi dissero: «L’halakhah è secondo la nostra opinione»; quelli dissero: «L’halakhah è secondo la nostra opinione». Allora risuonò una voce dal cielo e disse: «queste e quelle sono parole del Dio vivente, ma l’halakhah è secondo l’opinione della scuola di Hillel». Se queste e quelle sono parole del Dio vivente, perché la scuola di Hillel ha meritato di stabilire l’halakhah secondo le sue parole? Perché essi … insegnavano sia le loro parole sia le parole della scuola di Shammai. Inoltre, quando riferivano di una disputa, davano la precedenza alle parole della scuola di Shammai.”

Talmud, Eruvin 13b

 

 


[1] Lehava, come dice il nome per esteso, è un'organizzazione per la "prevenzione dell'assimilazione in Terrasanta", mentre l'acronimo significa "fiamma" (non tricolore bensì biancoceleste). Si concentra nella lotta senza quartiere al mescolarsi fra ebrei e non ebrei, con azioni dimostrative, pestaggi, attacchi incendiari e persecuzioni mirate verso le coppie colpevoli di matrimonio misto. Dal 2015 si discute, anche su iniziativa dell'ex-ministro della Difesa Yaalon, se classificarla come organizzazione terroristica, al che il suo leader Bentzi Gopstein, più volte arrestato, ha ribattuto che dovrebbe invece ricevere il premio Israel, per aver salvato le figlie d'Israele [dal contrarre unioni
proibite]. Si stima che abbia circa 10.000 membri sparsi in tutta Israele.

[2] La Marcia delle Bandiere è un evento annuale, in origine condiviso da molti israeliani (ebrei) e cui ultimamente partecipa solo la destra più estrema, in cui la conquista di Gerusalemme Est viene celebrata con una incursione, al grido di "Morte agli Arabi", protetta dalla polizia israeliana, attraverso il quartiere musulmano della Città Vecchia. Quest'anno (2021) la Marcia è stata prima rimandata dal governo uscente di Netanyahu, e si è poi tenuta due giorni dopo l'insediamento del nuovo governo Bennett, ma con un itinerario modificato. Il co-primo ministro Yair Lapid l'ha definita una "vergogna per Israele".

[3] Itamar Ben Gvir è un seguace del fu rabbino Meir Kahane e leader del piccolo partito kahanista, che alle ultime elezioni è riuscito ad entrare alla Knesset alleandosi con altri partiti del fronte nazional-religioso.

 

Disegno di Emanuele Luzzati
(da Giacoma Limentani, Gli uomini del libro)

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