LUGLIO 2021 ANNO XLVI - 229 AV 5781

 

 

Storia
 

Sprazzi di memoria

Franco Segre

 

Il gioco del Rabbino

È Rosh Hashanà, il capodanno ebraico del 1941. Andare al Tempio con Papà, sedermi vicino a lui, ascoltare il gioco delle melodie speciali, il gioco dei tre ufficianti che si alternano nel cantarle … , tutto ha un fascino speciale che mi fa sentire parte partecipe di una vasta collettività. Questa, per suo conto … chiacchiera liberamente, quasi ignara di quel che sta succedendo; ma il rumore del cicaleccio crea alle mie orecchie un sottofondo quasi piacevole di presenza collettiva.

Ad un tratto gli ufficianti si siedono e compare in alto il Rabbino Disegni al balcone del pulpito, sopra le canne dell’organo: tutto bianco-vestito, imponente, con un cappellone piramidale ornato di oro, alto, maestoso. Per un momento il rumore si riduce, ed il Rabbino aspetta, in attesa che il silenzio sia completo. Quando si accorge che ciò non succede, comincia a parlare, con una cadenza lenta e solenne, che sottolinea e separa tra loro le sillabe e le parole e ne prolunga gli accenti tonici: “In que-sta sa-cra e so-lenne occa-sioo-ne (pausa), no-oi (pausa) ce-le-bri-a-amo (pausa) in-siee-me (pausa) la ri-cor-reenza di Rosh ha-‘a-nà!”. Ogni frase finisce quasi sempre con una parola tronca, che nel vasto ambiente del Tempio torinese crea alle orecchie un effetto speciale di eco rimbombante. Secondo me il Rabbino si diverte in un gioco che dura a lungo e si mescola via via con il cicaleccio crescente, fino a quando si arresta: tutti si alzano in piedi, ora in silenzio, ed egli afferma solennemente “Avinu Malkenu, nostro Padre, nostro Re”. Comincia allora un lungo riferimento ai nostri peccati, alla confessione, al dovere del perdono. Adesso non sembra più un gioco, ma una cosa molto seria: il Rabbino si sporge dal balcone, agita nervosamente le sue braccia e le lunghe dita, puntandole seriamente verso il pubblico, ora di qua e ora di là: secondo me sta annunciando i terribili castighi divini per le colpe commesse dai presenti. Ad un tratto, nello scandire delle sue parole “Ma i cattivi …” quelle dita appaiono rivolte proprio verso di me. Mi sento spacciato e scoppio in un pianto dirotto. Tutti si voltano severamente verso di me e i più vicini mi trasportano velocemente all’uscita, chiedendomi spiegazioni. Ma non ho mai osato spiegare a nessuno, né a me né agli altri i motivi di quel pianto!

 

Pierfranco Fabris, Sinagoga di Torino

 

Il gioco della radio

Il Papà mi istruisce sull’uso della radio, che prima era nascosta in un vecchio armadio. Ha saputo di essere stato “discriminato” per la ferita subita nella ”grande guerra”, e quindi, pur essendo ebreo, ha il diritto di estrarre e mettere in funzione un magnifico giocattolo che sa parlare, suonare e cantare. Rimango incantato dalla meraviglia! Ma sa anche raccontare segreti che giungono da lontano: gira una manovella e, dopo qualche tentativo si sente una voce che viene da Londra. La ricordo ancora con quel segnale misterioso, affascinante e lugubre al tempo stesso: “Tun tun tun tùn. Tun tun tun tùn. Qui parla Londra …”. Il papà mi spiega che fornisce sulle onde corte notizie tutte diverse da quelle dell’EIAR (la radio italiana), che destano grande interesse sull’andamento della guerra. Ma ad un tratto si sovrappone il suono di una sirena a due note alternate che coprono e nascondono la voce da Londra: il papà mi spiega che è un’emittente fascista che copre volutamente la radio Londra per impedirne l’ascolto. Occorre girare nuovamente la manovella, cambiare la lunghezza d’onda per ritrovare quella voce, che per me diventa sempre più misteriosa e affascinante. Ad un tratto viene ritrovata. Che bello! È proprio come giocare a guardia e ladri!

Per gioco stacco il filo elettrico dalla presa e, ovviamente, cessa la voce. Dunque, penso, la voce viene di lì. Ma il papà mi dice che non è così, e, per convincermi tira fuori dall’armadio un’altra meraviglia, una scatola che, così mi spiega, è una radio a galena, che non ha bisogno del filo elettrico: basta prendere (sempre dall’armadio) una “cuffia” nera, portarla all’orecchio, con un filo che si attacca a quella scatola, e dalla cuffia si sente la radio italiana. Mi sembra un miracolo! Ma l’appetito vien mangiando: chiedo subito “E si sente anche la voce di Londra?” La risposta è un po’ deludente: “Eh! Non pretendere troppo!”. Ma la mia via era segnata: nella vita e nel lavoro mi sarei occupato di telecomunicazioni!

 

Franco Segre

 

Apparecchio Phonola, 1939

 

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