LUGLIO 2021 ANNO XLVI - 229 AV 5781

 

 

Libri

Il segno è l’uomo
Giorgio Berruto

 

Da una parte la definizione, dall’altra l’interpretazione, in mezzo la sfida non di armarle una contro l’altra bensì di trovare sintesi tra i due mondi che rappresentano. La civiltà occidentale è civiltà dell’enumerazione, del computo, della definizione; quella ebraica consente di vedere diversi significati a partire dal medesimo segno. Quella che Cosimo Nicolini Coen propone nel volume Il segno è l’uomo (Durango) è un’analisi filosofica ma anche esperienziale con cui l’autore pone se stesso e in certa misura tutti noi allo spartiacque delle due maggiori sorgenti identitarie dell’Europa, greca ed ebraica.

Il discorso parte dalla discussione di tesi dell’archeologa Clarisse Herrenschmidt e del filosofo Carlo Sini, secondo cui il linguaggio nasce da un preciso supporto di scrittura e non, viceversa, questo da quello. Lungi dal manifestarsi in modo uniforme, il segno scritto può essere enumerante, negli alfabeti vocalizzati, o soggettivante in quelli consonantici. Secondo Nicolini Coen negli alfabeti vocalizzati, come quello greco, il segno dispone in modo più diretto ad atteggiamenti conoscitivi, la segnatura infatti è fondamento dell’oggettivazione, della cattura e trazione a sé dell’ente da parte di un soggetto che si configura proprio attraverso questo movimento che inchioda in oggetto ciò che è altro da sé, estraneo. Questo processo origina dal IV millennio a.e.v. presso la civiltà elamita, dove la scrittura sostituisce i calculi, cioè gli oggetti utilizzati per contare, ed è finalizzata in primo luogo alla registrazione del debito. Il principio di quantificazione che soggiace all’impiego dei calculi non viene meno con la progressiva astrazione che porta all’incisione su supporti delle quantità di merci al centro di transazioni economiche e poi ai segni veri e propri. Poiché indebitarsi comporta la perdita della libertà, cioè il lavoro coatto per ripagare il debito, la registrazione del debito fa dell’uomo un potenziale schiavo, lo assoggetta alla logica esclusiva della quantità e inaugura il rapporto intimo tra conoscenza e potere; fin dal sistema economico e cultuale del tempio antico conduce a una nuova percezione del tempo, non quello ciclico dei mesi e delle stagioni ma quello della permanenza nell’incisione. Mentre il contadino debitore può diventare schiavo procede l’astrazione dai segni alle cifre, con cui accelera il processo di tracciatura del limite e classificazione. Con il numero e la conoscenza ridotta a registrazione nel contesto di una embrionale burocrazia sembra chiudersi ogni possibilità interpretativa. Il soggetto “raggomitolato su se stesso, che tutto vuole ricondurre a sé attraverso il movimento della prensione”, viene tipologicamente contrapposto da David Banon nella Lettura infinita. Il Midrash e le vie dell’interpretazione nella tradizione ebraica (Jaca Book) alla prassi talmudica del commento che “instaura uno scambio tra me e l’altro, tra me e il mondo”. L’alfabeto vocalizzato greco è abito che consente la conoscenza perché pone una distanza tra sé e altro da sé. Con ciò getta anche le basi per la consapevolezza di questa distanza: riflessione, capacità di mettersi in discussione, frattura, crisi di identità. All’estremo non necessario, cioè non determinato, ma storico di questo percorso, come vedremo, risiede la grafia del numero a Auschwitz.

A differenza del greco, gli alfabeti consonantici come l’ebraico devono essere vocalizzati nella lettura, che quindi è innanzitutto prassi interpretativa. Coloro che si muovono all’interno dell’ebraico sono responsabili della scrittura perché leggendola la creano e ricreano continuamente: in assenza di lettura vocalizzante, infatti, questa scrittura non esisterebbe se non come forma pura, cioè vuota, mera apertura di possibilità. La lettura dunque dà letteralmente voce alla scrittura concretizzando un compito quasi profetico, quello degli uomini vocalizzanti capaci di prestare a Dio il proprio fiato e rinnovare la presenza divina. Dando voce al testo, sottolinea Nicolini Coen, la lettura riattiva il senso piegandosi indietro alla fonte divina per slanciarsi in avanti, verso l’azione concreta e il potenziale significato futuro. Gli uomini vocalizzanti, attraverso l’intervento attivo di lettura, cioè di interpretazione, delle radici trilittere dell’ebraico, non compiono quindi un assoggettamento bensì una soggettivizzazione inesauribile. La radice Samech Peh Resh, per esempio, con il variare della vocalizzazione può indicare un libro, le azioni di contare, raccontare, eccetera; chi parla ebraico, d’altronde, non avrà dubbi su come vocalizzare in base al contesto. Questa caratteristica di vaghezza, lontana dalla precisione insindacabile della segnatura immobilizzante, implica la possibilità per la scrittura di rivivere in contesti anche molto differenti, con differenti significati d’uso. Non meno importante, la vocalizzazione si fa forte di un formidabile limite interno, il divieto di determinare il Nome, cioè il nome di Dio, segno dell’impossibilità di rendere ente la condizione di possibilità degli enti. La proibizione di vocalizzare il Nome è dunque funzionale a una sollecitazione ermeneutica.

Sulla scorta di autori come Gadamer, Banon e Lévinas, Nicolini Coen rappresenta il rapporto tra la storia del popolo ebraico e la pratica di scrittura e lettura ebraica come atto, cioè circolo, ermeneutico. La scrittura-lettura, in altre parole, plasma il popolo ebraico così come il popolo ebraico sviluppa la prima e sopravvivendo ne garantisce la sopravvivenza. Quando, tra il VI secolo avanti e il II dopo l’inizio dell’era volgare, termina l’autonomia politica, l’identità collettiva del popolo si struttura sempre più intorno alle scritture, fino alla stesura per iscritto della legge orale. Sebbene la composizione della legge orale, la Mishnà, e i suoi commenti raccolti nel Talmud non siano pensabili senza l’influenza della cultura greca, l’oralità viene preservata in molte forme, non ultima la prassi diffusa ancora oggi nelle yeshivot per cui momento centrale dello studio è il confronto ad alta voce con un compagno: così lo scritto prende vita ancora una volta attraverso la parola. Nel Talmud, opera a tante mani e tante voci che non indica soluzioni ma presenta discussioni, attraverso una costante riorganizzazione del testo scritto si realizza un compromesso tra grafia e fiato, stabilità e instabilità, conservazione e ispirazione divina; si esplica in altre parole il ritorno all’oralità del dibattito tra i maestri attraverso il suo superamento nella scrittura che, hegelianamente, è in grado di andare oltre conservando.

L’ebraico risorge infine come lingua della quotidianità con il sionismo e conferma una volta di più la versatilità della scrittura consonantica, che in contesti molto lontani tra loro può prendere vita con nuovo fiato dettato da nuove esigenze. Per l’ebraico moderno, che a conclusione di un serrato dibattito si impone come lingua del sionismo, la scelta è di evitare l’ambiguità determinando la vocalizzazione e quindi il senso in modo univoco sul modello delle lingue europee. Questa ricreazione della lingua non è accessoria ma al contrario consente, da un punto di vista strutturale, il ritorno in Eretz Israel nella forma di una parziale rottura con la tradizione rabbinica europea. Il progetto biopolitico sionista si sostanzia infatti nell’orientamento della vocalizzazione, cioè di una delle vocalizzazioni possibili. Da questo punto di vista, la più importante sfida attuale riguarda il rapporto con il non ebreo della folta comunità araba israeliana che parla ebraico come lingua del quotidiano. In questo nodo ancora largamente irrisolto, secondo l’autore, risiede la possibilità di costruire un paese plurale.

La scrittura del numero, cifra grafica del nazismo, trova un compimento con l’incisione sul corpo dei deportati-merce. Lo sterminio, che è al massimo grado negazione dell’individuo come individuo, dell’altro come altro, viene pianificato e realizzato in Germania e in Europa, erede di Atene e cuore della ragione e della conoscenza. Al progetto nazista Nicolini Coen contrappone la lettera Lamed, l’unica dell’alfabeto ebraico a superare graficamente la linea della scrittura che per questo diventa simbolo del tentativo di andare oltre, rispondendo alla chiamata della trascendenza. Oltre il versetto, direbbe Lévinas. Il nazismo vuole cancellare la Lamed perché è terrorizzato da ciò che va oltre la linearità stabilita e uniforme, da ciò che è altro ovvero Altro da sé. Bisogna chiarire però che la Lamed non è rifiuto della conoscenza ma richiamo alla giustizia teoretica; segno che sfida la chiarezza analitica non rigettandola interamente, ma facendosi punto di incontro e sintesi tra atto conoscitivo e etico. L’obiettivo filosofico del volume sta proprio qui, non nel rifiuto della tradizione greca occidentale in nome dell’etica, non nel rigetto della teoresi e del controllo annichilente in nome dell’apertura al trascendente, bensì nella compenetrazione e sintesi tra i due mondi da cui zampilla come dalle due sorgenti del Danubio la civiltà europea. Lo stesso autore è perfettamente consapevole di muoversi nella tradizione filosofica, cioè linguistica, greca e occidentale. La sua proposta è una prassi che sia al contempo teoretica ed etica: teoretica perché volta al riconoscimento dell’ente, etica perché volta al riconoscimento dell’altro come individuo.

Giorgio Berruto

 

Cosimo Nicolini Coen, Il segno è l’uomo. Pratiche di scrittura ebraica: alcune considerazioni teoretiche, prefazione di Davide Assael, Durango 2020, pp 231, € 20

 

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