LUGLIO 2021 ANNO XLVI - 229 AV 5781

 

 

Ricordi

 

 

Arturo Schwarz
Intervista a Paolo Levi, critico d'arte

 

 

  Arturo Schwarz, uno dei massimi critici e collezionisti d’arte di avanguardia del ‘900, è morto il 23 giugno di quest’anno all’età di 97 anni. Lo ha conosciuto personalmente Paolo Levi, con cui abbiamo avuto una lunga conversazione, nel corso della quale ci ha fornito preziosi approfondimenti sulle avanguardie che, per ragioni di spazio, siamo costretti a sintetizzare.

 

Quando hai conosciuto Schwarz?

Il primo ad avere rapporti con lui è stato Guido Fubini, padre del vostro giornale, che ha collaborato con Schwarz per i Quaderni del Medio Oriente, quando entrambi credevano nella creazione di due stati.[1] 

 

A Rapallo, in vacanza, Schwarz e io eravamo vicini di casa. Al ristorante con altri amanti dell’arte, uno de commensali loda il pittore David Alfaro Siqueiros, noto per i murales messicani. Schwarz scatta indignato urlando: “Siqueiros? Un sicario criminale stalinista invasato! Ha tentato di uccidere Lev Trotsky quand’era in Messico, ma non ci è riuscito perché, aggirata di notte con altri la villa del rivoluzionario russo, le sue guardie del corpo hanno risposto al fuoco disperdendoli!” (Trotsky sarebbe poi stato assassinato da Mercader, suo segretario particolare, inviato da Stalin sotto falso nome per farlo fuori). Schwarz, nato in Egitto, trotzkista dalla gioventù, là era stato imprigionato, torturato e condannato a morte come rivoluzionario. Fu liberato nel 1949, grazie all’armistizio tra Israele ed Egitto. Spogliato della sua galleria d’arte, della casa editrice che aveva fondato e di tutto quello che aveva, si imbarcò per l’Italia con solo il vestito che aveva addosso. Giunse a Milano, dove ricostruì la sua vita intellettuale tormentata e ricchissima.

Schwarz era collezionista e critico d’arte: hai avuto con lui rapporti professionali?

Con lui ho avuto rapporti culturali e di amicizia. Quando ero responsabile del Catalogo d’Arte della Bolaffi per coerenza non ha voluto che pubblicassimo opere della sua ricchissima collezione, perché noi ne dovevamo comunicare i prezzi.

 

Max Ernst, la vestizione della sposa 2

Marcel Duchamp, "L.H.O.O.Q." (= Elle a chaud au cul)

 

 Perché è stato così importante?

Arturo Schwarz ha avuto la fortuna di conoscere personalmente a Parigi e a New York gli esponenti di punta dell’avanguardia artistica del ‘900. Giocava a scacchi con Marcel Duchamp, fondatore del Dadaismo (autore dello scandaloso orinatoio esposto col titolo “Fontana”), Man Ray, fotografo dada americano, Max Ernst, padre del surrealismo, André Breton autore del manifesto di questa corrente artistica. Schwarz li ha frequentati per curiosità e affinità culturale prima che fossero scoperti dalla critica. Questa è stata la sua fortuna. Una cosa è leggere di artisti famosi, una cosa diversa respirare con loro la stessa aria. È stato il più importante collezionista e critico, a livello internazionale, dell’arte di avanguardia contemporanea, specie per quanto attiene al Dadaismo e al Surrealismo. Le sue collezioni erano immense, e le ha donate all’80 per cento allo Stato d’Israele, e al 20 per cento alla Città di Roma. A Milano era la sua casa, stracolma di libri, a Milano ha aperto una casa editrice, una galleria d’arte, e nella stessa città a Palazzo Reale ha organizzato nell’89, una colossale mostra dei surrealisti.

Marcel Duchamp con le sue opere: Fontana e Ruota di bicicletta

 

Quegli artisti erano tutti uomini liberi…

Anche Schwarz lo era e con quei personaggi era amico per affinità, ma non era monomaniaco. Lui era un mistico aperto al mondo. “Vedeva” la Voce leggendo Spinoza. Curioso e coltissimo in tutti i campi, si è occupato di sessualità e alchimia nell’ebraismo. Amante delle donne, ne ha sposato diverse.

Poeta, filosofo, non si è limitato a studiare le opere di Freud, Jung, Marx, Trotsky … ma le ha interiorizzate.

Ingenuo e meraviglioso, i suoi occhi luccicavano come quelli di un bambino. Ebreo al 100%, con l’ebraismo aveva un rapporto mistico, ma si prendeva anche in giro. A New York per la strada, amava raccontare, inciampò e rimase a terra dolorante. Nessuno dei passanti lo degnò di uno sguardo. L’unico che lo soccorse fu un ebreo…

 

Man Ray, autoritratto

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