DICEMBRE 2021 ANNO XLVI-231 TEVET 5782

 

 

Prima pagina

 

 

 

Gli stessi boschi
Bruna Laudi

 

Capita di svegliarsi la notte, avvolti nel tepore delle lenzuola: se si hanno delle preoccupazioni personali o famigliari, il pensiero va subito in quella direzione e tutto ci appare oscurato dal buio della notte. Se invece la mente è sgombra il pensiero è libero: personalmente, mentre godo del conforto del mio giaciglio, a volte penso alle migliaia di persone che vivono in situazioni drammatiche, esposte al freddo e alla fame nei boschi della Bielorussia, ai confini della Bosnia, nei barconi sul Mediterraneo o nel Canale della Manica… La consapevolezza dell’assoluta mancanza di merito nel privilegio di cui godo mi dà un senso di impotenza e mi fa riflettere sulla lettura che diamo agli avvenimenti della nostra storia: con quale durezza condanniamo chi si è voltato dall’altra parte quando alle nostre famiglie era negata prima l’identità, poi gli elementi basilari della vita sociale ed infine la possibilità di vivere.

Per una serie di circostanze ricevo dall’Ambasciata della Repubblica di Polonia a Roma gli aggiornamenti relativi alla situazione sul confine polacco-bielorusso. Contengono una dettagliata contabilità relativa ai tentativi di attraversare illegalmente il confine con la Bielorussia, specifiche accuse contro i militari della Bielorussia, accusati di spingere i migranti verso la Polonia inducendoli anche ad atti violenti, la convinzione polacca di costituire un argine all’invasione dell’Europa da parte di masse provenienti da Afghanistan, Iraq, Siria, Turchia, ecc…

Probabilmente se ricevessi analoghe informazioni dalla Bielorussia le accuse sarebbero speculari.

Leggo e mi rendo conto di come le persone diventino numeri in queste cronache (i nazisti non chiamavano forse “Stücke”, “pezzi”, le loro vittime?) La negazione dell’identità e della storia personale dell’altro consente all’uomo di perdere la pietas: così, a ottant’anni di distanza, negli stessi boschi abbiamo nuovamente profughi e fuggiaschi affamati e infreddoliti.

Si pone un problema collettivo e individuale: cosa dovrebbe fare l’Europa a livello politico e sociale di fronte a un dramma epocale? Ma anche, quale potrebbe essere il nostro ruolo come individui? Essere solidali, dare un contributo finanziario alle associazioni che si occupano di assistenza ai profughi, ci pone in una posizione intermedia e rassicurante su una linea immaginaria i cui estremi sono da una parte coloro che vivono l’immigrazione esclusivamente in termini di invasione e dall’altra quelli che si impegnano ogni giorno, in prima persona, per il soccorso e la fornitura di mezzi di sussistenza a chi non metterebbe a repentaglio la vita propria e delle famiglie se non ne fosse costretto.

Bruna Laudi

 

 

Vignetta di Davì

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