DICEMBRE 2021 ANNO XLVI-231 TEVET 5782

 

 

Ambiente

 

 

 

Pil batte salute 2-0

Manfredo Montagnana

 

Il dibattito internazionale che si è sviluppato all’inizio di novembre sui temi dell’ambiente, in occasione dell’annuale Conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici (il così detto COP 26), mi portava a riflettere sull’atteggiamento dell’ebraismo nei confronti dell’ambiente e dell’azione dell’uomo sulla natura. Mi induceva a farlo anche l’articolo dedicato al precetto della Shemità [anno sabbatico] come pratica per salvare il pianeta, uscito sul numero dello scorso settembre del bollettino della Comunità Ebraica di Milano. Convinto di essere poco indicato per affrontare questo tema dal punto di vista halakhico, lascio il compito di farlo ai lettori più preparati di me, con l’aiuto dell’ampia letteratura al riguardo. Cercherò invece di porre l’accento su questioni più terrene come il “postulato della crescita” ed il “soddisfacimento dei bisogni elementari di tutti gli uomini”.

In questa direzione mi sono trovato ad immaginare le battute ironiche dei ricercatori che nei decenni passati hanno sostenuto la impossibilità per gli abitanti della Terra di aumentare indefinitamente la produzione ed il consumo di beni e servizi. Oggi ci rendiamo finalmente conto che non solo la materia di cui è costituita la Terra è limitata, ma che l’eccessiva lavorazione e l’eccessivo consumo dei suoi prodotti hanno generato e generano fenomeni ambientali che stanno sfuggendo al nostro controllo.

È vero che fin dalla preistoria le attività dell’uomo hanno modificato l’ambiente incidendo negativamente sulla temperatura, ma tale influenza negativa è cresciuta in modo preoccupante durante gli ultimi due secoli, in corrispondenza dello sviluppo del modo di produzione capitalistico e della società dei consumi. Siamo talmente abituati a valutare positivamente la crescita economica e produttiva del nostro paese in base all’offerta di beni e di servizi che non prendiamo in considerazione la possibilità che tale crescita produca danni quasi irreversibili all’ambiente e costituisca un scelta egoistica nei confronti dei popoli del terzo mondo.

L’ossessionante riferimento al PIL ed alle sue variazioni ha contribuito a ridurre i problemi economici e sociali della nostra epoca ad un + o ad un – davanti a quell’indice. Abbiamo così rinunciato a domandarci “cosa occorre produrre per il benessere di tutti” e accettiamo invece il postulato secondo cui occorre “aumentare la produzione delle merci per aumentare i guadagni”. A me pare che questo postulato sia in contrasto con la necessità di combattere il deterioramento dell’ambiente e che perciò sia necessario chiarire in modo semplice e comprensibile la relazione fra i nostri sistemi economici e sociali e la natura che ci circonda.

In particolare, occorre ricordare che a pagare per primi le conseguenze del consumismo tipico del mondo occidentale sono i popoli del terzo mondo, quelli che non hanno mai visto da vicino il consumismo: i popoli dell’Africa, dell’India, del Sud America subiscono gli effetti del deterioramento dell’ambiente senza mai aver goduto del benessere che lo ha determinato. Essi sostengono giustamente che i paesi “ricchi” hanno maturato un debito nei loro confronti, visto che gran parte della loro crescita è dovuta al pesante inquinamento causato dalla industrializzazione.

Dovendo pensare ad eventuali ipotesi di iniziative concrete, credo quindi che si debba dare priorità agli interventi a favore dei paesi “poveri” ed ai relativi impegni da parte dei paesi “ricchi”, perché la “crescita” non può esistere solo per questi ultimi: se “crescita” deve essere sia pure, ma nel senso che devono crescere di più i paesi “poveri” fino a quando avranno raggiunto livelli di benessere confrontabili con quelli dei paesi “ricchi”.

Che si può fare? Sono pessimista e temo che non esistano soluzioni praticabili. La realizzazione dell'ipotesi che ho prima richiamato è poco credibile finché rimarrà in vigore il postulato di una “crescita” a doppia velocità. La supremazia dell’attuale sistema economico e sociale condurrà verso un mondo sempre meno vivibile e sempre più colmo di rischi e disastri: le proposte di azioni come quelle avanzate al COP 26 di Glasgow da Naftali Bennett e da altri leader mondiali non produrranno risultati significativi perché non toccano la causa vera della crisi ambientale. Naturalmente è apprezzabile l’impegno israeliano a sviluppare nuove tecnologie per combattere l’inquinamento atmosferico, ma intanto il Servizio Meteorologico Israeliano comunica che in Israele l'incremento delle temperature medie ha superato il limite degli 1.5 gradi.

I movimenti giovanili nati negli ultimi anni sono coraggiosi ma sembrano inadeguati a sostenere il confronto con le forze economiche e politiche che garantiscono la “crescita” solo nei paesi “ricchi”. Eppure la presente drammatica situazione mondiale mette in luce due fenomeni su cui riflettere:

-       in merito alla produzione ed alla finanza, il peso negativo di una crescita illimitata sul futuro dell’umanità;

-       sul piano politico e sociale, la crisi della democrazia nei paesi occidentali come l’America ed i paesi europei.

Non sono un cultore delle scienze che si occupano di tali fenomeni, ma trovo che essi lascino poco spazio per contrastare il rapido deterioramento delle condizioni ambientali e sociali, rendendo assai incerto il futuro delle nuove generazioni.

Manfredo Montagnana

 

Carlo Levi, ritratto di Vittorio Foa, 1934

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