DICEMBRE 2021 ANNO XLVI-231 TEVET 5782

 

 

Storie di ebrei a Torino
Rav e Rabbanit

 

 

 

Rav Ariel Di Porto

 

Sei Rabbino Capo di Torino ormai da sette anni, un tempo ricco di risonanze bibliche e simboliche. Come è per un romano vivere in una realtà così diversa? 

Per rispondere devo fare un paio di premesse: è vero che i torinesi sono molto diversi dai romani, e non mi riferisco al solo mondo ebraico, ma è anche vero che sono un romano abbastanza sui generis, quindi penso di non avere trovato grandi difficoltà di adattamento. Certo, la saudade si sente sempre... a Roma è difficile annoiarsi, c’è sempre una certa dose di “action”; qui la vita ebraica, e di conseguenza quella del rabbino, ha tempi e modalità molto diverse. Sicuramente mi dedico di più allo studio e alla scrittura rispetto al passato. Gli impegni comunque, a vari livelli, sono molti. Un’altra differenza importante, in parte determinata anche dall’ampiezza della circoscrizione (oltre a Torino, sono il rabbino di riferimento di Casale e Vercelli, quindi di tutto il Piemonte) è che una parte significativa del mio operato è indirizzata verso il mondo esterno.

Vedi soluzioni al problema delle comunità sempre più esigue e sempre meno frequentate? Quali sono, secondo te, gli strumenti di competenza dei rabbini e dei leader comunitari per combattere l’allontanamento progressivo? 

Dal momento del mio arrivo la Comunità ha patito un certo invecchiamento e non c’è stato un ricambio generazionale adeguato. Mi sembra che già oggi affrontiamo problemi degni di una comunità numericamente più esigua, con problemi strutturali enormi per il raggiungimento di obiettivi tutto sommato semplici per un gruppo di questo dimensioni, come quello del reperimento del minian per il lunedì e il giovedì. Dico poi una banalità, ma il COVID ci ha messo del suo, accelerando ulteriormente processi che erano già ampiamente in corso. Quello che preoccupa maggiormente è lo scarsissimo coinvolgimento di tutte le fasce di età dal bar/bat mitzwà alla pensione. Questa credo che sia la priorità assoluta per la Comunità nel suo complesso. Nei prossimi anni si rischia un vero e proprio collasso per certi comparti di una comunità, caratterizzata sinora da un’intensa attività interna, in modo pronunciato a livello culturale, e da una presenza significativa nella vita della città. Credo che sia necessario studiare la situazione, perché è in atto un processo che porta le persone a vivere principalmente la propria vita religiosa nella rete, cosa che consente in molti casi di avere degli stimoli intellettuali importanti e spesso superiori al passato, ma che per la vita di comunità come la nostra può essere fatale. È necessario che le persone si rendano conto della necessità di contribuire, ciascuno in base alle proprie capacità, a queste realtà locali. Più in generale la ricetta la conosciamo bene: investire in un’educazione ebraica seria e consapevole, promuovere la formazione di famiglie ebraiche, cercando di invertire un trend demografico impietoso. Senza dei correttivi adeguati, le aspettative per il futuro non sono delle migliori, anche se secondo me è fondamentale adoperarsi per non perdere pezzi per strada, perché ci sono processi non controllabili e imprevedibili, collegati alla vita della città. In questa fase per esempio stiamo assistendo, dopo una fase di stallo totale, all’arrivo di vari nuclei familiari di israeliani, che potrebbero con il tempo entrare a far parte della Comunità. È evidente che servano delle strategie specifiche in questo senso.

Qual è la funzione degli ebrei “laici” in una Comunità ortodossa? 

Gli ebrei “laici” possono dare un contributo importante nelle comunità, anche perché le attività delle comunità sono molte e varie. Non c’è solo il Bet ha-keneset, luogo che comunque fornisce spunti di riflessione e, in un’epoca non COVID, socialità. Pensando alla realtà torinese mi vengono in mente vari esempi di persone caratterizzate da un’osservanza religiosa non eccelsa, ma che partecipano intensamente alla vita della Comunità. È evidente che sia necessario il rispetto dell’istituzione e un interesse per i suoi destini. Vari “laici” hanno sempre mostrato un’idea molto alta della Comunità e ne hanno accettato le regole, indipendentemente dalle proprie convinzioni personali e dai propri comportamenti. È possibile che questo atteggiamento abbia la capacità di scongiurare delle spaccature in seno alle comunità, cosa che considero, anche vista l’esiguità dei nostri numeri, un gioco molto pericoloso.

Ritieni che le donne dovrebbero avere maggiori spazi e maggiori responsabilità e visibilità all’interno dell’ebraismo ortodosso? Ritieni che l’ebraismo ortodosso arriverà ad avere donne-rabbino? Personalmente lo ritieni auspicabile? Ritieni possibile e auspicabile che nell’ambito dell’ebraismo ortodosso si permettano alle donne cose attualmente vietate, per esempio ufficiare o leggere la Torah in pubblico? 

È interessante che alcuni giorni fa sia circolato un articolo che prendeva a modello il mondo ebraico italiano, per via della conquista femminile di posizioni apicali al suo interno. Anche se penso alla composizione della Giunta qui a Torino, i 4/5 sono donne. In determinati contesti non ritengo che vi sia una preclusione determinata dal mondo ortodosso. Penso ad esempio al mondo degli studi ebraici e della cultura. Nel mondo ebraico è sempre più frequente che le donne siano coinvolte in programmi di studio di alto livello, e credo che anche da noi lo studio femminile debba essere incoraggiato. Al Collegio Rabbinico di Roma storicamente sono attivati programmi ad hoc, ad esempio per la formazione di insegnanti delle scuole. Le funzioni rabbiniche sono estremamente composite; rispetto a molte di esse esistono dei pronunciamenti ben precisi, che non lasciano spazio all'interpretazione. È necessario essere consapevoli dell'esistenza di limiti non valicabili. 

Da ebreo romano che fa il Rabbino Capo di una Comunità media, cosa pensi dell’attuale assetto dell’Ucei e delle difficoltà che si sono create nel cercare un equilibrio tra le 21 Comunità? 

Penso che l’UCEI non possa permettersi di perdere le voci di buona parte delle Comunità più grandi, e che sia importante mantenere vivo il dialogo nel Consiglio e nelle commissioni. Spero che non si arrivi all’ostracismo di realtà importanti, con il rischio di creare un ebraismo a due velocità, cosa in realtà ampiamente già in atto, o peggio due ebraismi. L’obiettivo comune dovrebbe essere quello del potenziamento delle realtà che da sole faticano, creando strutture, possibilità di studio e di vita ebraica, in realtà molto piccole. Da questo punto di vista, rispetto a non molto tempo fa, è possibile fare molto. Ad esempio mi fa piacere che grazie alla rete possano partecipare alle mie lezioni studenti provenienti da altre comunità e da Israele. Credo che sia fondamentale cercare di coordinare gli sforzi.

Cosa pensi dell'attuale assetto dell'ebraismo italiano? Secondo te si dovrebbe dare una rappresentanza ai gruppi non ortodossi? Come? 

L’assetto attuale dell'UCEI è frutto di trattative lunghe e laboriose. Quello dell'ortodossia dell'Unione è stato un principio che è stato strenuamente salvaguardato nel tempo, che al di là di tutto ha permesso all'ebraismo italiano di mantenere una cornice condivisa nella quale operare, e non credo che possa o debba essere messo in discussione. Non vedo quindi spazio per una rappresentanza dei gruppi non ortodossi. Il rischio è quello di arrivare ad una frattura non sanabile e a uno sfaldamento che sarebbe insostenibile per l'ebraismo italiano tutto. 

Quanta autonomia ritieni che debba avere il Rabbino di una singola Comunità rispetto al rabbinato italiano e israeliano? 

Se devo essere sincero, non molta. Non sono un grande fan dell’autarchia, e certi atteggiamenti rischiano di provocare più danni che altro. Non facciamo altro che ripetere che il mondo è cambiato. Le persone che nascono, vivono e muoiono nello stesso posto sono sempre meno. Per questo motivo il tema del riconoscimento è sempre più importante, e per questo serve avere delle regole condivise. Non credo però che si tratti di dinamiche che riguardano solo il rabbinato, tutto il mondo ha questa tendenza, e non considero intellettualmente onesto affermare che in questo ambito possiamo fare come ci pare; abbiamo davanti agli occhi l’esempio di quanto avviene in Europa, alla ricerca di norme che valgano per tutti gli stati membri. Se abbiamo questo atteggiamento, non possiamo lamentarci poi quando arriva l’Orban o il governo polacco di turno che rivendicano l'autonomia assoluta. 

 

Rav Ariel Di Porto nel giorno del suo insediamento a Torino (foto S.Franzese)

 

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