DICEMBRE 2021 ANNO XLVI-231 TEVET 5782

 

 

Storie di ebrei a Torino
Rav e Rabbanit

 

 

 

 

    Elisabetta Triola Di Porto

 

 

 

Sei a Torino da sette anni, un tempo ricco di risonanze bibliche e simboliche. Come è per una romana vivere in una realtà così diversa? Ritieni che ti sia stata data la possibilità di ritagliarti un ruolo all’interno della Comunità?

Secondo te la moglie del rabbino ha (o dovrebbe avere) una funzione precisa all’interno di una Comunità?

Incredibile rendersi conto che siamo qui a Torino già da sette anni, come dicevi, cara Anna, un tempo ricco di elementi simbolici nella cultura ebraica; mi piace pensare che stiamo entrando nell’ottavo anno, numero altrettanto ricco di risonanze bibliche, può rappresentare una nuova vita, una rinascita. Certamente la comunità di Torino è una realtà diversa da quella di Roma, da più punti di vista; personalmente credo che la grande maggioranza delle persone ci abbia accolti nel migliore dei modi, non facendoci mai sentire degli estranei, anche se il calore del centro-sud, inteso in senso generale e non solo ebraico, è cosa diversa. Per quanto riguarda il mio ruolo all’interno della comunità il discorso si fa complesso, proverò a sintetizzare rispondendo anche alla seconda domanda. Come dicevo, mi sono sempre sentita accolta, anche se gli equilibri di questa comunità per quello che concerne i rapporti tra le persone sono ancora molto condizionati da avvenimenti e scelte che risalgono a molti anni prima del nostro arrivo. Sin dall’inizio ho scelto una linea di attesa e di ingresso graduale in certe dinamiche, perché credo che il tempo e la pazienza in determinati contesti siano fondamentali. Inoltre la nostra situazione familiare ha sempre costituito un elemento di condizionamento non indifferente sul mio grado di coinvolgimento nelle attività pratiche quotidiane. Il mio immediato punto di riferimento, non appena arrivati a Torino, è stata Ornella Pajalich Sierra, una donna eccezionale, che ha svolto il ruolo di “moglie del rabbino” per tanti anni qui a Torino. Ho sempre ascoltato i suoi racconti ed i suoi consigli con grande interesse ed ammirazione; certo ritengo che la vita della comunità e le sue necessità oggi siano totalmente diverse da quelle che la signora Ornella si è trovata ad affrontare dal 1960 in poi, ma ritengo che la disponibilità ad ascoltare le persone, a farsi carico di dubbi e aspettative, sia argomento ancora valido, a prescindere dall’aspetto più culturale, sicuramente importante. Complessivamente il modo di svolgere il ruolo di cui mi chiedevi dipende moltissimo dal contesto della comunità e dalle aspettative, oltre che ovviamente dalle predisposizioni e formazione della “rabbanit”.

Vedi soluzioni al problema delle comunità sempre più esigue e sempre meno frequentate? Quali sono, secondo te, gli strumenti di competenza dei rabbini e dei leader comunitari per combattere l’allontanamento progressivo?

Qual è la funzione degli ebrei “laici” in una Comunità ortodossa?

Ritieni che le donne dovrebbero avere maggiori spazi e maggiori responsabilità e visibilità all’interno dell’ebraismo ortodosso?

Questo è un nodo fondamentale, il futuro dell’ebraismo italiano dipende in gran parte da come si riuscirà a rispondere al tema dell’esiguità numerica (ma non solo) delle comunità. La mia opinione sull’argomento comprende la risposta anche alla domanda sul ruolo delle donne. La situazione del coinvolgimento delle nuove generazioni non è omogenea tra comunità di diverse dimensioni, anche se le comunità più grandi non devono sottovalutare il problema. Per quanto riguarda Torino, già dal nostro arrivo abbiamo notato un grande scollamento tra la generazione degli ultrasettantenni e quelle successive. Non parlo solo dell’aspetto religioso, infatti anche i “laici” della comunità si sono sempre impegnati attivamente ed in maniera encomiabile nelle attività della comunità ebraica; c’è stato evidentemente un momento in cui questo messaggio di impegno non è riuscito a passare da una generazione all’altra. È un problema che coinvolge in realtà tutta la società, di cui abbiamo anche discusso insieme come comunità in un bellissimo shabbaton organizzato anni fa sul lago Sirio parlando di Baumann e della società liquida. Ma per il piccolo mondo ebraico italiano i suoi effetti possono essere fatali. Non ho una risposta definitiva a questi temi: abbiamo tentato, nei nostri primi anni qui, di coinvolgere le famiglie con ragazzini e bambini in attività e cene sabbatiche, in cui vivere insieme il momento “religioso”, ma contemporaneamente poter socializzare e semplicemente chiacchierare e condividere il proprio tempo. L’obiettivo era anche quello di evidenziare come l’organizzazione condivisa di eventi comunitari potesse rappresentare non solo una fatica ma anche una gioia. L’entusiasmo purtroppo è durato circa un paio di eventi, poi è scemato. Spesso sento parlare le persone di come la comunità non fornisca questo o quel servizio, non dia una cosa o l’altra, ma il punto fondamentale è che ci si dimentica sempre, questo è il nodo generazionale più importante, che la comunità non è un elemento astratto, ma un corpo la cui forma dipende dalle persone che la vivono. Con questo probabilmente sto rispondendo in parte anche alla domanda, sulla funzione degli ebrei “laici”in una comunità ortodossa; forse non è corretto porsi la domanda in questi termini, in quanto ognuno deve avere il suo ruolo ed il suo spazio in una comunità, che altrimenti non può funzionare. Dare il proprio contributo è un diritto/dovere.

Un elemento di freschezza e di vitalità, lo diciamo da anni, potrebbe essere costituito ad esempio dalle giovani famiglie e dai ragazzi israeliani che vivono qui, non troppo diversamente da come l’arrivo degli ebrei tripolini a Roma alla fine degli anni ‘60 del secolo scorso ha portato una ventata di novità nell’ebraismo romano.

Forse le donne svolgerebbero meglio della figura del rabbino, che per ovvi motivi non può occuparsi allo stesso modo di tutti gli aspetti della vita della comunità, un ruolo di collante, di raccordo e di coordinamento tra questi ambiti, non ultimo quello culturale. Da tempo infatti sono attivi, penso a Roma solo perché è la realtà che conosco di più, corsi al collegio rabbinico a più livelli, per donne, per insegnanti, ecc.

Ritieni che l’ebraismo ortodosso arriverà ad avere donne-rabbino? Personalmente lo ritieni auspicabile?

Sinceramente non ho idea se questa sarà o meno l’evoluzione dell’ebraismo ortodosso; per quanto mi riguarda non è certo una questione prioritaria, ritengo molto più impellenti le questioni di cui abbiamo discusso sopra. Mi spiego: non credo che se domani ci fosse un decreto che permetta alle donne di fare il rabbino, o di officiare al bet ha-keneset, i problemi di frequentazione, partecipazione e mancanza di entusiasmo sarebbero superati; ne sono una testimonianza le grandi difficoltà che nel mondo attraversano molte comunità riformate, che hanno problemi ad organizzare le loro attività. Forse ci sarebbe un temporaneo effetto dovuto alla novità, che su noi stessi abbiamo sperimentato qui a Torino, ma dopo poco tempo si tornerebbe ai soliti problemi. Cambiare in maniera così profonda le regole del gioco in ogni caso non è un processo che possa avvenire da un giorno all’altro.

Ho avuto il privilegio di ascoltarti in contesti esclusivamente femminili e hai una voce molto bella. Ti piacerebbe poter cantare in pubblico? O almeno ti piacerebbe ufficiare in un minian di sole donne?

Ti ringrazio del bel complimento; io ho qualche problema da questo punto di vista, non amo essere al centro dell’attenzione e mi trovo in imbarazzo a cantare o parlare in pubblico, ma letture di sole donne in certe occasioni sono state fatte e penso che siano iniziative molto belle, da implementare. Parlo ad esempio della lettura della meghillat Ester (anche al Tempio dei Giovani a Roma); certo questo vuole anche dire che le donne devono rendersi disponibili a studiare ed imparare, e a dividersi il lavoro.

Quali differenze hai notato tra le dinamiche di una Comunità grande come Roma e quelle torinesi? Cosa pensi dei risultati delle recenti elezioni per il rinnovo del Consiglio e della Giunta dell’Ucei?

Ho già parzialmente risposto alla domanda sulle differenze tra due comunità così diverse come Roma e Torino, mi permetto di aggiungere solamente che ho avuto spesso la percezione che in una realtà più piccola come quest’ultima le persone si lascino più facilmente distrarre da questioni molto secondarie, perdendo di vista l’essenziale.

Per quanto riguarda il consiglio dell’Ucei non è argomento di cui mi interesso e non posso quindi esprimere valutazioni a riguardo.

Cosa pensi dell'attuale assetto dell'ebraismo italiano? Secondo te si dovrebbe dare una rappresentanza ai gruppi non ortodossi? Come?

Non sono in grado di dire se bisognerebbe dare una rappresentanza ai gruppi non ortodossi, credo ci sia una commissione che si occupa dell’argomento. Sono però convinta che la divisione in due tronconi di un ebraismo già così numericamente limitato sia una grande errore.

Intervista di Anna Segre

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