DICEMBRE 2021 ANNO XLVI-231 TEVET 5782

 

 

Storia

 

 

Sprazzi di memoria
Franco Segre

 

Il gioco del cognome

“È caduto Mussolini!”. La voce corre a Mondovì per la casa, tra gli alloggi, tra le famiglie. Non si parla di altro. Io domando: “Poveretto! SI è fatto male?” Chi gioisce pensando alla fine della guerra; chi è più prudente e si lascia scappare un “Mah!! Che pasticcio!”. Tutti sperano in Badoglio, il nuovo capo che porterà la pace, ma si illudono: la liberazione di Mussolini e l’armistizio daranno via libera ai tedeschi di arrivare in Italia. E nel giro di un giorno arrivano anche a Mondovì: sono in tuta militare, girano su camionette e danno ordini severi alla gente che incontrano per le vie. La Nena è con noi e intuisce il pericolo: “Che cosa sarà di noi?”. “Che cosa sarà degli ebrei?” Io non capisco e chiedo spiegazioni. “Mi risponde “Quella è gente cattiva!”. Dopo un paio di giorni la Nena chiede e ottiene 24 ore di permesso per andare al suo paese di Castellino Tanaro, e, al ritorno ci consegna i nostri documenti falsi, con le nostre fotografie autentiche ed i cognomi inventati. Sapremo poi che in piena notte si è recata al municipio del suo paese, ne ha sfondato la porta, ha preso in un cassetto le carte idonee a trasformarsi in documenti personali, ha appiccicato le nostre fotografie, ha inventato e scritto nuovi cognomi, ha apposto i timbri e le date di dovere e ci ha consegnato il tutto al suo ritorno. Se l’avessero scoperta, sarebbe stata fucilata sul posto! No solo: ma ci ha avvertito che dobbiamo scappare al più presto, perché i tedeschi cercano gli ebrei. Ci offre ospitalità nel suo paese, nella cascina situata in una frazione di Castellino Tanaro, dove risiede sua madre. Si fanno in fretta i bagagli e si parte: un treno ci porta da Mondovì a Bra dove troviamo la coincidenza con quello che transita per la stazione di Castellino. Ma Papà e Mamma, per non impaurirmi, mi nascondono il pericolo e mi fanno credere che si tratti di una scampagnata. C’è anche un gioco da imparare: “Se qualcuno ti chiede come ti chiami, d’ora in poi non devi dire Franco Segre ma Franco Bertero”. Per me è un gioco, non è la realtà vissuta. Durante il viaggio in treno un tizio attacca discorso e mi fa molte domande sui miei interessi. Ma non mi fa la domanda essenziale, mentre io friggo dalla voglia di sperimentare il nuovo cognome. Ma arriviamo a Castellino prima che la domanda mi venga posta. Peccato!

Dopo pochi mesi fuggiremo in Svizzera, dove tornerò a chiamarmi Franco Segre. L’ufficiale che mi interroga mi chiederà come mi chiamo. Penserò: “Che peccato! Se me lo avesse chiesto ieri gli avrei risposto con Bertero” e mi sarei divertito nel nuovo gioco.

Giochi a casa della Nena

Il cascinale della Ghislera, una frazione non molto distante dal centro del paese di Castellino Tanaro che domina la valle dall’alto, è il rifugio che ci ha offerto la Nena nei boschi delle Langhe, non lontano da Ceva. La mamma della Nena, una robusta signora, volenterosa e dinamica, ci ospita con entusiasmo, non curandosi del pericolo che ha accettato di correre. L’edificio è costituito da due parti: una, più vecchia e logora, è occupata da mezzadri che coltivano la terra, l’altra è costituita da un tinello/cucina con stufa a legna e da un piano superiore dove ci sono stanze e letti per tutti, ma senza riscaldamento. Nel cortile c’è un’aia con tanti polli, un cane da guardia e un baracchino di legno che funge da servizi per tutti quanti.

Dall’alto si controlla con lo sguardo la valle sottostante, ma è vietato farsi vedere perché i “cattivi” possono salire e farci del male. Di giorno, se il tempo lo permette, si sale nel bosco fitto alla ricerca di funghi: i porcini ci sono, ma non è facile trovarli: chiedo se si nascondono per evitare che i tedeschi li trovino. Siamo anche noi come funghi?!

Nell’aia mi diverto a guardare la chioccia che attira e ripara i suoi pulcini: è proprio una brava mamma! Ma la metto alla prova: la attiro in casa con briciole di pane e poi, all’improvviso la scaccio fuori con i suoi piccoli, facendo in modo che un pulcino rimanga dentro e chiami disperatamente la sua mamma: “pio, pio, pio!”. Riapro la porta e il pulcino va al riparo sotto le ali materne: mi chiedo se succede così anche tra i tedeschi e i bambini.

Si cena prestissimo. E poi, in attesa di andare a letto, gioco a scacchi con il papà, che mi ha insegnato le regole e le principali strategie. Ma naturalmente perdo sempre. Il papà è molto pensieroso e appare spesso preoccupato. A volte si dimentica di fare la mossa e io lo sollecito cantando un ritornello che ho ancora nelle orecchie: “Gioca papà, gioca papalino!”, e, mentre aspetto, guardo la carta moschicida appesa alla lampada a petrolio (in casa manca la luce elettrica), compatendo gli insetti che sono rimasti incollati e destinati a una morte orrenda. Mi chiedo il perché di tanta crudeltà!

L’ing. Cesa, un cliente del Papà, un uomo gentilissimo ma per me misterioso, ha saputo, non so come, dove siamo e ci viene a trovare per fare una proposta, che, se viene accettata, creerà un grosso bivio nella nostra esistenza. Seguono giornate di grande apprensione e di litigio familiare: La mamma dice “si” e il papà dice “no”. Alla fine prevale il “si”: e allora si dovrà partire di nascosto.

Franco Segre

 

Carlo Levi, Antonio, Peppino e il cane Barone, 1935

 

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