DICEMBRE 2021 ANNO XLVI-231 TEVET 5782

 

 

Storia

 

 

Appello alla memoria

Rimozione, ignoranza o cos'altro?
Paola Fargion

 

 

Dopo lo stimolante articolo di Anna Segre e la successiva risposta, altrettanto stimolante, dell' amico Lucio Pardo, sento anch’io il bisogno di dire la mia, in aggiunta ai vari articoli sull’argomento già pubblicati negli anni dalla stampa ebraica.

Con l'unico obiettivo, sia chiaro, di far riflettere e possibilmente agire.

Da quando – parecchi anni fa - ho iniziato il faticoso e talvolta doloroso cammino nella Memoria, all'interno della mia famiglia prima, e raccogliendo le testimonianze di famiglie ebraiche italiane poi, in alcuni casi sono emersi problemi ed ostacoli che, procedendo, sono apparsi sempre più invalicabili: mancanza o assenza di ricordi precisi, discordanze nei nomi o nei luoghi, poco interesse nel raccontare e, ancora una volta, bisogno di dimenticare per guardare oltre.

Indubbiamente gli “effetti collaterali” prodotti dalla Shoah ancora oggi si fanno sentire in quelle generazioni di figli, nipoti e pronipoti che – non solo in Italia, ma perfino in Israele – cercano e/o vogliono smarcarsi da un ingombrante, pesante e insostenibile carico di ricordi storici tremendi, quella Memoria fatta di espulsioni, fughe, discriminazione, sterminio: tutto ciò, insomma, che evoca la parola Shoah.

All'interno di questo immenso campo di sterminio che la nostra mente e la nostra anima vorrebbero dimenticare, c'è stata però – e va ripetuto a voce alta - la flebile ma invincibile luce di tante piccole candele che hanno illuminato e reso “relativo” quel buio “assoluto”: la luce del bene e del coraggio di quei tanti Giusti, uomini e donne non ebrei che hanno agito anziché ponderare o sedersi a riflettere e che hanno ascoltato la voce del cuore e della coscienza, quel sussurro che parlava di Vita e di Bene. E che a sua volta ha portato Vita e Bene.

“Naasè ve Nishmà”- Faremo e poi ascolteremo…

Sembra essere il motto non solo nostro, ma anche di tutti coloro che ci hanno aiutato attraverso gesti concreti, mettendo a rischio la propria vita nel momento più drammatico della storia del popolo di Israele.

Ora che i testimoni viventi, i sopravvissuti e i partigiani da ambo le parti stanno inesorabilmente scomparendo (ne restano proprio pochi a livello mondiale), che ne sarà della Memoria se i nostri figli, nipoti e pronipoti non hanno avuto in eredità testimonianze o ricordi diretti da trasferire, di cui parlare e su cui riflettere? O forse, invece, li hanno sì ricevuti, magari attraverso diari, fotografie, lettere o documenti, che hanno archiviato seppellendoli nei cassetti di un comò di famiglia, o in bauli impolverati… lasciando così nel silenzio nonni, padri, madri, prozii? Tutti ancora in attesa di ritrovare la voce per raccontare quei frammenti di un’eredità impalpabile e immateriale, ma dall'immenso valore identitario, storico e morale che forse - non essendoci più spazio in casa – saranno presto accantonati in cantina, in solaio, nella casa di vacanza, pronti per essere gettati al primo trasloco…

Che ne sarà del nostro futuro se non abbiamo consapevolezza del nostro passato?

Ricordo il caso di un'anziana sopravvissuta alla Shoah, trasferitasi in Israele negli Anni Cinquanta, che non aveva mai raccontato nulla ai suoi figli. Uno di loro venne a conoscenza delle vicende di salvezza che avevano coinvolto la madre, il nonno e gli zii solo nel 2018, all' età di oltre 50 anni. E il giorno dopo aver ascoltato con immensa emozione il racconto della madre quasi novantenne per la prima volta nella sua vita, si era precipitato in Italia con il primo volo disponibile per vedere con i suoi occhi da dove proveniva, dove la mamma si era salvata e soprattutto chi l'aveva protetta. Perché lui era vivo grazie a tutto questo.

Questo è solo un esempio dei tanti in cui mi sono imbattuta, ma rappresenta la realtà di molte, forse troppe famiglie ebraiche italiane che hanno tramandato qualcosa ma non tutto, hanno rimandato le testimonianze nel tempo senza poi produrle, hanno omesso di raccontare per mille validissimi motivi, o hanno archiviato i propri ricordi in attesa di tempi migliori. Rimozione? O forse ignoranza, come afferma l'amico Pardo? Oppure cos’altro? Più passa il tempo e più entro in contatto con la Memoria e le vicende di tante famiglie ebraiche salvate che non hanno ringraziato. E per questo mi assale lo sconforto. Si tratta di menefreghismo, di noncuranza o cosa? Perché il cosiddetto ‘mondo intero’ salvato da un non ebreo è giunto a procreare figli e nipoti senza preoccuparsi di estinguere il suo debito di riconoscenza? Credo francamente che nel 2021 non ci siano più scuse né giustificazioni: il trauma ha superato generazioni, il benessere e la pace appartengono al nostro quotidiano, i pogrom sono parte della storia che studiamo con salutare distacco. E dunque cosa frena molti discendenti nel parlare, elogiare, raccontare e ringraziare pubblicamente coloro che hanno ridato vita a madri, padri, nonni, tutti condannati a morte? Per caso la tremenda malattia dell'Alzheimer ha preso possesso delle nostre menti, obnubilando coscienze e memorie? Credo che sia giunto il tempo di aprire gli archivi, quelli fisici e quelli mentali.

Una delle armi più potenti che abbiamo per combattere l’ignoranza e l’indifferenza di coloro che ci stanno intorno, dei nostri detrattori che non ci sopportano, è la Vita: i nostri figli, i nostri nipoti e pronipoti devono aprire i bauli dei ricordi e ritrovare fotografie, testimonianze e documenti che parlino per coloro che non ci sono più. Che parlino di vita, salvezza, coraggio, riconoscenza.

Dobbiamo inondare il Memoriale dello Yad Vashem di Gerusalemme con inconfutabili testimonianze a favore di chi ha prodotto la salvezza dei nostri cari ieri, permettendo a noi di essere vivi oggi. Per dimostrare che c'era del buono, non solo delazione e odio. E che un solo uomo può fare la differenza, allora come ora.

Il Dipartimento dei “Giusti tra le Nazioni” sta attendendo i nostri fascicoli ed è l'unico ente al mondo che dà universalità al riconoscimento dei Chasidei Umot HaOlam rendendo immortale il loro operato a favore della nostra salvezza; l'unico che ci rappresenta come popolo, l'unico che scolpisce sulle Pietre di Gerusalemme i nomi dei nostri Salvatori concedendo loro una Medaglia al Valor Civile.

E dunque dovremo parlare e raccontare, riempiendo di storie di salvezza i giornali e i media, perché sono ancora troppo pochi i Chasidei Umot HaOlam, i Giusti delle Nazioni del mondo italiani riconosciuti dallo Yad Vashem rispetto alle migliaia di ebrei italiani salvati. Purtroppo i conti non tornano… Il debito di riconoscenza non si è ancora estinto.

Solo così potremo dimostrare a chi ci vuole estirpare dalla faccia della terra che noi siamo effettivamente un Popolo vivente e riconoscente, oggi più che mai.

Noi che siamo passati indenni attraverso le fiamme della Shoah, siamo e dobbiamo essere per sempre la voce di chi non ce l'ha fatta, pronti alle sfide del futuro. Perché noi ricordiamo…

Noi figli dei Salvati siamo Memoria vivente che continua a raccontare.

E chi purtroppo ha smarrito la memoria perché non è stata tramandata, porti avanti riconoscenza e gratitudine attraverso la piantumazione di alberi in Eretz Israel, o mediante cerimonie pubbliche in onore di coloro che hanno messo a repentaglio la loro vita per salvare la nostra.

È ora che rimozione, ignoranza e noncuranza siano sostituite da queste tre parole: riconoscenza, gratitudine e ringraziamento.

Solo così il debito sarà estinto.

Paola Fargion

 

Carlo Levi, Madre classica, profilo, 1929

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