DICEMBRE 2021 ANNO XLVI-231 TEVET 5782

 

 

Mostre

 

 

Carlo Levi
Pittore, scrittore, uomo politico, medico

Cesare Pianciola

Alla Fondazione Giorgio Amendola di Torino (via Tollegno 52) è visitabile fino al 28 febbraio una mostra di autoritratti e ritratti di Carlo Levi – del quale nel 2022 ricorrono i 120 anni della nascita –, curata da Pino Mantovani e Luca Motto, cui ha collaborato anche il Centro studi Piero Gobetti.

In due morti giovanissimi – Piero Gobetti nel 1926 e Rocco Scotellaro nel 1953 – Carlo Levi si rispecchiò, con quel trovare se stesso negli altri che è un motivo anche delle sue riflessioni sui ritratti pittorici.

Rocco Scotellaro, sindaco socialista di Tricarico, scrittore e poeta, diceva Levi presentandone l'opera, «è l’esponente vero della nuova cultura contadina meridionale, la cui espressione e il cui valore primo non può essere che poetico. (Allo stesso modo con cui, ma su un piano razionale, storico e critico, un altro giovane, Piero Gobetti, lo era stato, nel primo dopoguerra, per il mondo operaio e intellettuale del Nord)». Su Gobetti Carlo Levi scrisse nel 1933 un affascinante ritratto nei «Quaderni di Giustizia e Libertà» (si legge nella bella raccolta di Scritti politici a cura di David Bidussa, Einaudi 2001) e Rocco Scotellaro è la figura intorno alla quale si affollano i personaggi del grande telero Lucania ‘61, esposto permanentemente in perfetta riproduzione fotografica alla Fondazione Amendola.

Levi è un torinese del Sud – come hanno felicemente intitolato Gigliola De Donato e Sergio D’Amaro la loro ampia biografia (Baldini & Castoldi, 2001) – che non cessa di stupire. Lavorando al catalogo della mostra[1] mi sono meglio reso conto di qualcosa che già sapevo: la complessità di Carlo Levi, gli intrecci tra il suo essere scrittore, pittore, uomo politico, medico.

Come scrittore, per il grande pubblico è soprattutto l’autore di Cristo si è fermato a Eboli (1945). Un pubblico più raffinato conosce oltre al Cristo, L’Orologio (1950) e magari qualche reportage dei viaggi, come quello in Sicilia di Le parole sono pietre (1955). I suoi libri sono non solo oggetto di studio ma anche di periodiche riscoperte. Nel 2020 è uscita da Einaudi a cura Riccardo Gasperina Geroni una nuova edizione critica del suo Quaderno a cancelli, scritto nella quasi totale cecità del 1973 per il distacco della retina e gli interventi chirurgici conseguenti, e pubblicato postumo nel 1979 da Linuccia Saba. Il suo saggio Paura della libertà – scritto a La Baule, una stazione balneare della Loira Atlantica, nell’autunno-inverno del 1939, con l’angoscia della guerra mondiale iniziata a settembre – ha da qualche anno una nuova fortuna e varie riproposte, mentre quando uscì nel 1946 fu attaccato come mitologico e decadente anche da Italo Calvino, che poi nel ‘67 lo rivalutò come «libro raro nella nostra letteratura, inteso a proporre le grandi linee d'una concezione del mondo, d'una reinterpretazione della storia».

Come uomo politico, formato nella Torino della cerchia di Gobetti, ha un posto di grande rilevo in Giustizia e Libertà, nel Partito d’Azione, nell’attività di meridionalista eletto nel 1963 e nel 1968 come indipendente nelle liste del Partito comunista. Ma nel testo sullo zio materno Claudio Treves, socialista riformista morto esule a Parigi nel 1933, scrisse: «Noi non siamo giunti alla politica per natura, ma quasi a malincuore per il dovere dei tempi». Vittorio Foa sottolineò che si muoveva «fra impegno politico e rifiuto dei suoi strumenti, fra partecipazione e distacco», e ciò rendeva «suggestiva la personalità di Carlo Levi agli occhi dei suoi più giovani collaboratori». Aggiunse che dopo la liberazione gli azionisti si divisero in chi credeva nella tecnica politica e in chi – come Levi – «riaffermava il valore della poesia e della verità»[2]. Da notare che tra questi ultimi Foa pone, accanto a Levi, anche Lussu, Dorso e Parri: quindi non è da leggere come divisione tra “politici” e “artisti”, ma come due modi diversi di intendere la politica.

Infine Levi è medico, in una famiglia che ne conta vari. Ce ne parla Filippo La Porta in un libro su Čechov, Céline e Carlo Levi medici-scrittori (Castelvecchi, Roma 2021). Laureato a pieni voti nel 1924, inizia la specializzazione ed è nominato assistente, ma poi – nel 1927 secondo Mimita Lamberti – decide definitivamente di fare il pittore lasciando la medicina. Al confino però si spende anche come medico, osteggiato dai due miserabili e avidi dottori di Aliano, i “mediciucci” temuti a ragione dai contadini. Lo va a trovare a Grassano la sorella Luisa (nata nel 1898, laureata nel 1920, poi psichiatra infantile): «donna di grande intelligenza e operosa bontà, e, per di più, medico valentissimo, che mi portò dei libri, dei trattati sulla malaria, delle riviste, degli strumenti, delle medicine, e mi incoraggiò e consigliò nelle mie incertezze», scrive nel Cristo. Nei ricordi di Levi torna spesso anche lo zio materno Marco Treves (nato nel 1867 e morto nel 1942 a Torino), psichiatra di formazione lombrosiana, che – non bisogna dimenticare – nel 1934 fu rimosso da direttore dell’ospedale di Collegno perché vi aveva introdotto un fotografo per documentare le inumane condizioni dei ricoverati. Nell’Orologio lo zio divide il mondo in due principi in perenne contrasto: quello femminile dell’isteria e quello maschile dell’epilessia.

 Anche Carlo Levi amava le grandi dicotomie antropologiche. Notissima quella dell’Orologio tra Luigini e Contadini (più determinata sociologicamente la prima categoria, quella del parassitismo e dell’occupazione degli impieghi pubblici da parte di una piccola borghesia famelica; meno determinata la seconda, cui appartengono tutti coloro che fanno e producono, e potranno rinnovare dal basso l’Italia). Nel Quaderno a cancelli c’è un’ultima grande metafora, questa volta medica: quella dei Diabetici e degli Allergici. Espansivi e golosi di tutte le esperienze umane i primi, ostili nei confronti dell’estraneo e preoccupati di porre barriere e divieti i secondi, che per vivere hanno bisogno di costruirsi sempre un nemico.

Ricordiamo infine il «nipote napoletano» come lo chiamava Carlo, Guido Sacerdoti, principalmente medico ma anche pittore, nato nel 1944 da Dino e Lelle (sorella minore di Carlo), il primo bambino ebreo nato dopo la liberazione di Napoli. Guido Sacerdoti fu un grande studioso dell’opera di Carlo. Si veda il suo saggio Carlo Levi pittore iconoclasta, in Carlo Levi: riletture, «Meridiana», 53, 2005, pp. 75-110, dove si trovano anche interessanti considerazioni su quello che si potrebbe dire l’ “ebraismo laico” di Levi (che a malapena nelle lettere ai familiari si ricordava delle festività ebraiche, ma era molto sensibile alla sostanza anti-idolatrica e ai motivi universalistici della cultura ebraica, che Carlo ritrovava nello zio Claudio Treves, e più tardi analizzerà in Saba). Guido morì nel 2013 e la moglie Marcella Marmo (docente di Storia contemporanea alla Federico II di Napoli) ne ha continuato gli studi leviani.

Peccato che non ci sia un ritratto di Guido Sacerdoti in mostra. Ma ci sono altri 38 ritratti e autoritratti di grande intensità e maestria.

Cesare Pianciola


[1] I volti del '900 nei ritratti di Carlo Levi, Edizioni Rinnovamento, Torino 2021. Scritti di Pino Mantovani, Norberto Bobbio, Cesare Pianciola, Filippo Benfante, Luca Motto, Stefano Levi Della Torre.

[2] V. Foa, Carlo Levi «uomo politico» (1967), in Id., Per una storia del movimento operaio, Einaudi, 1980.

 

 

Carlo Levi , Autoritratto con cappello, 1928

 

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