Amore per l’Altro, a Monte San Savino?

di Alessandro Treves

 

Se proponendo l’Amore come tema per la Giornata Europea della Cultura Ebraica, domenica 6 settembre, si voleva accendere una luce nella tenebra dell’odio viscerale di questi giorni, è stata splendida la scelta di Monte San Savino di vedere, alla voce Amore, la lectio difficilior, l’amore per l’altro, il diverso da sé.  

Nell’incantevole cittadina toscana che però fu, nel 1799, teatro delle violenze dei Viva Maria, con la conseguente estinzione della piccola comunità ebraica locale, Debbie Arbib e la sua squadra hanno messo insieme una mattinata al tempo stesso concisa e ad ampio spettro, con quattro interventi coordinati dalla scrittrice Helena Janeczek. La cornice, quel che resta dell’ex-sinagoga abbandonata da oltre due secoli, un ambiente ristretto con un soffitto altissimo, anzi senza un vero soffitto, favoriva la concentrazione attenta del piccolo gruppo che ha partecipato all’incontro. Appese intorno a noi, baluardi di un più ordinario amore coniugale, le riproduzioni di alcune ketubot (accordi nuziali), fra cui quella del poeta ebreo di Monte San Savino, Salomone Fiorentino.

Shulamit Furstenberg-Levi, profonda conoscitrice dell’ebraismo italiano dei secoli d’oro, e che un anno fa ha portato anche in Italia Smol Emunì (il movimento religioso che aspira a dare una risposta etica e politica all’ideologia di estrema destra del governo israeliano, e a mettere fine all’occupazione) ha parlato dell’atteggiamento verso il gher – lo straniero che vive in terra d’Israele – cui esortano alcuni versetti dell’Esodo, del Levitico, dei Numeri e del Deuteronomio. Ordinandoli in un crescendo, dell’ammonimento che il gher deve essere trattato alla pari, fino alla constatazione radicale che anche gli ebrei sono ospiti, come i non-ebrei, su quella Terra che è e rimane del Signore. Per concludere con l’affermazione ottocentesca di Rav Samson Raphael Hirsch, che precede il sionismo ma lo riguarda direttamente, che dobbiamo amare il prossimo indipendentemente dalle sue qualità e dalla sua personalità, quantunque fosse antipatica od ostile.   

In un bellissimo intervento che volava alto, la giovane sociologa Micol Meghnagi si è interrogata poi sulle complessità, di cui emerge in superficie solo una piccola parte, dei rapporti fra ebrei ed Europa, arabi ed Occidente. Riprendendo questioni affrontate nel suo recente saggio All’ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria. Un rapporto fra ebrei e arabi che non si può districare dal contesto, e che la ricercatrice approfondisce col suo proprio vissuto, anche come discendente di una famiglia di ebrei libici, ebrei-arabi, appunto.  Connubio dalle radici pre-islamiche: a me ha richiamato alla memoria un episodio della guerra fra Bizantini e Sassanidi, la battaglia di Callinicum del 531 AD. Il generale persiano propose a Belisario che comandava i bizantini di posporre lo scontro, che sarebbe avvenuto il giorno della Pasqua, per permettere ad ebrei e cristiani che militavano dalle due parti (inclusi gli arabi ghassanidi alleati di Belisario) di osservare il digiuno in uso a quei tempi. Belisario avrebbe accettato, ma il suo esercito reso baldanzoso dalle precedenti vittorie lo costrinse a dare battaglia, che si concluse con una completa disfatta, contribuendo a porre fine alle ambizioni della romanità sulla Mesopotamia, ben prima dell’avvento dell’Islam.

L’intervento di David Calef ha aggiunto un’altra dimensione, quella in cui il “prossimo tuo” è l’ebreo o l’ebrea dissenziente. Raccontando storie di epoche diverse, da Baruch Spinoza ad Hannah Arendt, vi ha trovato un filo conduttore nell’ostracismo rivolto verso chi, dall’interno della tribù, si era spinto ad indagare il rapporto con l’Altro, all’esterno. Due giorni dopo l’incontro di Monte San Savino, una pioggia di rabbiose critiche ha puntualmente investito l’ebreo Ed Milliband che, come Ministro degli Esteri, ha spiegato, in un discorso fiero e appassionato, la decisione del governo britannico di agire e non soltanto solidarizzare a parole con le sofferenze della popolazione palestinese dei Territori Occupati.

Sofferenze che sono state dolorosamente condivise nell’ultimo intervento di Giorgio Canarutto, reduce da due viaggi a Masafer Yatta, i villaggi della cintura intorno a Yatta, sulle colline a sud di Hebron. Dal primo al secondo viaggio, intrapreso questa estate, la situazione si è drasticamente deteriorata, con violenze quotidiane (si parla di una media di 6 incidenti al giorno in Cisgiordania, e Masafer Yatta è uno dei punti focali) da parte dei coloni, in generale nella passività o sempre più spesso con addirittura l’appoggio attivo dell’esercito. Violenze non motivate dal valore agricolo della terra, pressoché nullo, bensì finalizzate a terrorizzare la popolazione palestinese e spingerla ad emigrare, la pulizia etnica ormai conclamata apertamente da ministri del governo Netanyahu. Cuore dell’intervento è stato il collegamento su zoom con Eid e Khalil, residenti di Umm al Khair, uno dei villaggi più colpiti, dove un anno fa Awdah Hathaleen ha filmato col suo cellulare il colono Yinon Levi che gli sparava colpendolo a morte. Eid ha rivolto un appello accorato, ed il numero esiguo di coloro che domenica l’hanno ricevuto non ne ha diminuito il triste valore simbolico: ascoltare nella sinagoga che la piccola comunità di Monte San Savino fu costretta ad abbandonare, 227 anni fa, la disperata richiesta di aiuto di chi oggi viene costretto da fanatici ebrei ad abbandonare le proprie misere case. Anche dopo le violenze dei Viva Maria ci fu chi cercò parziali giustificazioni o almeno attenuanti: “a Monte San Savino non vennero uccisi ebrei, solo 13 a Siena e uno a Pitigliano”; “non è vero che furono bruciati vivi, furono solo 3 dei loro cadaveri ad essere bruciati, insieme all’albero delle libertà degli odiati francesi”; “alcuni dei locali tentarono pure, sembra guidati da sacerdoti, di contrastare le violenze dei soldati del Viva Maria” – attenuanti che risuonano con piccole modifiche nelle circostanze attuali. Dove ai Viva Maria si sono sostituiti baldanzosi i Viva Messia, che per appropriarsi della casa altrui hanno abbandonato la propria, la casa dell’etica ebraica e dell’amore per l’altro che probabilmente non hanno mai conosciuto.

11/09/2026