di Giuseppe Platone
pastore valdese emerito
Dopo più di 30 anni Rav Alberto Somekh lascia la Comunità di Torino per andare in pensione. La redazione di HaKeillah gli augura di trascorrere in serenità i prossimi anni accanto alla sua famiglia e continuando a dedicarsi agli amati studi. Con piacere pubblichiamo il saluto che gli dedica il pastore Platone.
AVERE UN RABBINO PER AMICO
Ho saputo che tra poco tempo il rabbino Alberto Somekh lascerà Torino con sua moglie per trasferirsi in Israele dove vive già una parte della sua famiglia. Desidero salutarlo pubblicamente sulle colonne di HaKeillah che leggo sempre con interesse.
Mi rallegro che questo bimestrale abbia compiuto ben 50 anni di vita. Leggendolo ho sempre apprezzato i toni non autoreferenziali o autocelebrativi ma aperti al confronto (e allo scontro). Uno spazio non precluso a temi scottanti, dolorosi e divisivi come quelli che ci stanno attualmente attraversando.
Negli anni in cui sono stato pastore titolare della chiesa valdese di Torino (1996-2009) ho conosciuto Somekh in occasione dei giochi olimpici: con altri esponenti religiosi di varie confessioni, organizzammo il Comitato Interfedi previsto dal regolamento olimpico. Si trattava per noi di sviluppare programmi dedicati agli atleti che frequentavano le stanze religiose allestite nei villaggi olimpici. Somekh non guida l’auto e quindi gli facevo da autista in occasione degli incontri preparatori al Centro Interculturale del Comune in Corso Taranto. Su questo scherzavamo e fu subito amicizia nella reciproca stima. Cominciammo da allora a frequentarci.
Andavo saltuariamente nel suo ufficio comunitario, specialmente quando il nostro lezionario (elencazione sistematica dei brani delle Sacre Scritture da leggersi nelle celebrazioni liturgiche) prevedeva per il culto domenicale un testo dell’Antico Testamento (Bibbia ebraica). Rav Somekh mi traduceva direttamente il testo dall’ebraico (confesso che il mio ebraico è piuttosto arrugginito) e poi lo analizzava alla scuola dei Maestri del giudaismo. Una cultura, la sua, semplicemente straordinaria. Ed era subito discussione. Lui maestro, io semplice allievo. Uscivo da quegli incontri con un’abbondante messe di stimoli, informazioni, interpretazioni. Conversazioni esegetiche per me preziosissime. Per carità, ci sono ottimi commentari in materia, ma il dialogo diretto sul testo preso in esame, apriva davanti a me nuovi orizzonti, ipotesi, congetture e scelte testuali consapevoli. Mi tornava così alla mente quello che avevo scoperto, anni prima, visitando lo Jüdisches Museum di Francoforte, ovvero di come gli studiosi medievali della Bibbia consultassero i rabbini: «Davanti a loro c’era un popolo che parlava la lingua di Mosè, osservava la Legge e possedeva un vasto deposito di tradizioni sulla storia biblica»[1].
I miei incontri con rav Somekh, una volta trasferitomi alla chiesa valdese di Milano, si trasformarono in vivaci corrispondenze che sono continuate, saltuariamente, sino ad oggi. Spero tanto che, dopo il suo trasferimento in Israele, si possa mantenere vivo questo nostro contatto. Conto sulla complicità che ci vede entrambi ministri di culto «emeriti». Desidero salutarlo pescando una frase dalla nostra corrispondenza recente (sperando qui di non incorrere negli strali del Garante della privacy).
Si trattava per me di capire meglio il significato del v. 27, di carattere poetico, nel capitolo 33 del Deuteronomio: «Il Dio eterno è il tuo rifugio». Il termine rifugio (in ebraico me’ohan) significa – argomenta Somekh – «dimora protettiva». Tale verso non può essere disgiunto dal precedente v. 26. (Nessuno è pari al Dio di Iesurun che, sul carro dei cieli, corre in tuo aiuto e, nella sua maestà, avanza sulle nubi).
Si descrive la potenza di D. come “colui che cavalca i cieli”, nel senso che imprime loro il movimento come fa il fantino con il cavallo, ma ciononostante si abbassa e viene “in tuo aiuto e con la sua possanza cavalca i cieli, (i quali sono) la dimora del D. antico, sotto il quale stanno le braccia” cioè i potenti “del mondo” soggetti alla Sua forza, (al punto che Egli) “sbaraglia davanti a te il nemico e dichiara (nei suoi confronti): distruzione!”
Il messaggio è che D. è il Potente sopra i Potenti, ha la facoltà di intervenire in tua difesa con la forza, quando necessario, fino ad annullare l’avversario, ma nello stesso tempo è pronto a fornire ogni aiuto anche alla più piccola delle Sue creature (…).
Infine, leggendo anni fa un libro di rav Somekh[2] scoprii l’origine del suo stesso cognome, risalente al bisnonno del suo bisnonno rav Yechezqel che venne insignito della carica di somekh nella Sinagoga di Baghdad. Ovvero al servizio di assistenza alle officiature in sinagoga. Il somekh chiama i presenti alla Torà e invita alla lettura …nomen omen, è il destino che innerva tuttora la vita di Alberto e un po’ anche la nostra.
[1] B. Smalley, Lo studio della Bibbia nel Medioevo, EDB, Bologna 2008, p. 484
[2] Alberto M.Somekh – Katuv Le-Chaiyim Spunti di riflessione dalle Tefillot del giorno del Kippur (Espiazione), Giuntina, Firenze 1994, p.98

Da sin. a destra: Dario Disegni, Presidente della Comunità ebraica di Torino, la signora Alessandra con il marito rav Alberto Moshe Somekh, rav. Ariel Finzi, Rabbino Capo della Comunità ebraica di Torino.





