di Bianca Ambrosio

Ho esaurito le parole. Di fronte a quello che avviene a Gaza, non so più cosa scrivere. L’idea di non sapere se e quando questo orrore finirà mi pietrifica. Nel frattempo, si è consolidata in me la consapevolezza, dolorosa, che questa storia è e rimarrà per sempre parte della mia identità. Per questo, invece di scrivere, ho scelto di tradurre. Per dare spazio, voce e memoria a chi non ne riceve abbastanza. Ho scelto un testo che parla di casa, non solo come luogo fisico ma anche come luogo dell’anima. Tradurre le parole di Abdullah Hany Daher è stato, tra le altre cose, un modo per avvicinarmi alla sua sofferenza, per dare vita a una testimonianza invece che rimanere nel distacco dei numeri. Gaza per migliaia di persone è e sarà per sempre casa. La sua distruzione totale provoca smarrimento, i suoi abitanti non hanno più coordinate di riferimento. Se non ci sforzeremo di conoscere le storie, empatizzare con il dolore e mantenere viva la memoria di chi è stato cancellato, finiremo certamente per perderci anche noi.

Bianca Ambrosio

 

 

Abdullah Hany Daher è uno scrittore e giornalista palestinese di Gaza, che documenta la sofferenza umana in questa guerra affinché non prevalga il silenzio. Questo articolo è uscito originariamente in lingua inglese sulla rivista americana Jewish Currents, il 5 settembre 2025, che ne ha autorizzato la traduzione.

 

Mappa di un luogo che non esiste più

In questa città siamo migliaia e migliaia, ognuno con le proprie coordinate di un luogo che non esiste più.

A Gaza il paesaggio muta più in fretta di quanto la memoria possa tenere traccia. Ogni quartiere porta con sé le sue cicatrici, alcune più recenti, altre che si stanno già dissolvendo tra la polvere. Luoghi un tempo familiari diventano irriconoscibili nel corso di una notte; strade che ieri hai attraversato, domani potrebbero non esserci più. Su questo territorio che cambia, la casa non è soltanto una struttura. È un’ancora fragile a una versione precedente della vita, che può scomparire senza preavviso. Perdere questo luogo significa perdere la propria mappa interiore.

Ricordo la prima volta che vidi la nostra casa dopo che fu colpita. Era il maggio del 2024. Mi sono fermato per strada, fissando il tetto. Un missile lo aveva sfondato, lasciando una ferita aperta al cielo. Entrai lentamente. La porta non si apriva completamente, la tinta veniva via dalle pareti a chiazze irregolari. L’aria era densa per la polvere e odorava di cemento bruciato. Provai a guardarla come fosse la casa di qualcun altro, ma non ci riuscii. Era casa nostra, il luogo che mi aveva plasmato sin dall’infanzia.

Piansi – ma non nel modo silenzioso che ho imparato durante la guerra. La mia testa si piegò all’indietro, gli occhi fissi sul buco sopra di me. Lasciai che accadesse. Piansi perché il cielo ora era dentro senza aver chiesto il permesso. Perché la luce del sole cadeva sulle piastrelle rotte invece che sul pavimento del soggiorno. Perché un colpo poteva cancellare anni di vita.

Nel giugno del 2025 tornai. Questa volta la casa non c’era più. Non danneggiata, non ferita: sparita. Raschiata via dal suolo come se non fosse mai stata lì. Rimasi lì, dove un tempo c’era il soggiorno, a fissare terra e pietre sparse. Pensai che il mio petto sarebbe crollato. Non accadde. Al posto delle lacrime, una strana immobilità. Fu allora che imparai come il dolore si prosciuga, mi rimase solo il vuoto. Perdere una casa per un colpo improvviso ti abbatte. Vederla svanire pezzo dopo pezzo ti insegna a vivere tra le macerie.

Prima di casa mia, fu colpita quella di mio nonno. Era gennaio, freddo e umido. La sua casa era bruciata completamente. Niente tetto, niente muri, solo macerie annerite. Non l’avevo mai visto piangere prima. Le sue spalle tremavano, facendolo sembrare più piccolo, come se le fiamme avessero rimpicciolito anche lui. Fissò a terra dove una volta c’era la sua cucina. In quel momento capii che una casa brucia due volte: una volta tra le fiamme e un’altra negli occhi di chi l’ha amata.

Nei mesi successivi alla perdita della mia casa, ho iniziato a notare come l’assenza di edifici cambiasse il modo in cui ci si muove per la città. Le strade perdono la loro logica. Giri gli angoli aspettandoti un muro che non esiste più. Cerchi l’ombra che un tempo proveniva da una fila di case, ora sostituita da una piatta distesa di macerie. Persino il suono cambia: i passi hanno un’eco diversa quando non c’è nulla su cui rimbalzare. Col tempo, cominci a diffidare del tuo senso dell’orientamento, come se la tua mappa interiore fosse stata silenziosamente riscritta senza il tuo consenso.

Anche i vicini sono disorientati. Ho visto persone immobilizzate in mezzo a quello che un tempo era un incrocio trafficato, con lo sguardo perso nel vuoto. Mentre parlano alcuni indicano l’aria, tracciando i contorni di negozi e portoni scomparsi nello spazio sopra le macerie. Le conversazioni sulla perdita sono diventate brevi. All’inizio, ogni casa distrutta aveva una storia, trasmessa tramite le conversazioni dei vicini e scambi veloci per strada: la stanza dove era appeso un vestito da matrimonio, la cucina che profumava di caffè, il muro che indossava gli scarabocchi di un bambino. Mentre una volta le persone potevano raccontarti di un salotto, di un giardino, ora nominano una famiglia e dicono: “non ci sono più”. Parliamo dei bombardamenti nello stesso modo in cui parliamo del meteo: oggi qui, ieri lì. I dettagli si perdono nella portata enorme dell’assenza.

A volte, di notte, cerco di immaginare la nostra casa in tutte le sue particolarità: il modo in cui la luce pomeridiana filtrava dalla finestra, il fresco del corridoio d’estate. Ma l’immagine sfuma e il panico prende il sopravvento. E se dimenticassi? E se il luogo che non esiste più svanisse anche dentro di me? Ho imparato che la memoria, come un edificio, può consumarsi se non ce ne si prende cura. Inizia con cose minori – ci si dimentica il suono esatto della porta d’ingresso che si chiude, il profumo della pioggia sul balcone – e finisce con una sorta di demolizione interiore, il lento collasso della memoria, la sensazione che parti di te vengano cancellate.

Qui, le case sono più che muri e tetti. Contengono passi, odori, echi di conversazioni. Custodiscono la mappa della tua vita. Quando troppe case non ci sono più, la città stessa inizia a dimenticare. Le strade perdono la loro forma, le persone perdono i loro tragitti e le abitudini quotidiane, i riferimenti che un tempo le orientavano: il negozio all’angolo, la moschea, il vecchio albero in fondo alla strada. La mappa della mente scompare lentamente. E quando una città dimentica, le persone perdono più di un riparo: perdono sé stesse, la prova della loro esistenza e del loro senso di appartenenza.

Passo ancora davanti al luogo dove un tempo c’era casa nostra. A volte mi fermo, a volte continuo. Quando mi fermo, non piango più. Ricordo il tetto con il buco il giorno in cui il cielo è entrato per la prima volta senza essere invitato. E ricordo quanto quel buco mi abbia fatto più male del momento in cui tutto è stato distrutto definitivamente. Allora, c’era ancora qualcosa da perdere. Ora, c’è solo il luogo che non esiste più. Quel luogo non appartiene solo a me. In questa città ci sono migliaia e migliaia di noi, ognuno con le proprie coordinate di un luogo che non si trova più.

Abdullah Hany Daher

Copyright: Jewish Currents

Immagine in evidenza: Quello che resta della casa di Abdullah Hany Daher

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