di Emilio Jona

Mi rendo conto sfogliando questo libro in una libreria torinese, di quanto siamo sommersi, invasi, feriti, con poche speranze di guarigione, dalle vicende mediorientali, e come occuparsi di ebraismo senza tenerne conto, appaia come un atto che costituisce una sorta di trasgressione ad un dovere impostoci da vicende sempre più intollerabili e dolorose.

Il libro si intitola Il palazzo dell’ebraico (Claudiana, 2025) di Sara Kaminski e Maria Teresa Milano che ci propongono, con competenza e lievità, un itinerario personale tra il sacro e il profano nella storia dell’ebraismo, cioè di un mondo lontano e indenne da quello in cui oggi viviamo. Le autrici immaginano un palazzo, con il suo giardino e il suo terrazzo, come luogo in cui miracolosamente vivono la storia e i protagonisti dell’ebraismo.

Nel giardino regna un Dio in difficoltà: ha già creato un’infinità di mondi e ogni volta li ha distrutti perché nessuno lo soddisfa, e infine si è accontentato dell’ultimo nato, quello in cui oggi viviamo, in cui gli è riuscito di introdurre giustizia e misericordia. Nel giardino ha dato vita prima di tutto alle cose inanimate, dove gli alberi si muovono e cantano di gioia davanti al Signore (I Cronache, 16,33), le palme producono ottimi datteri e il melograno ha 613 chicchi, tanti quanti saranno le mitzvot. Gli alberi, dunque, parlano e quando un albero viene tagliato, il suo grido va da un’estremità all’altra del mondo, ma la sua voce non si sente (Pirkê de-Rabbi Eliezer, 344). Ed effettivamente un gruppo di ricercatori a Tel Aviv nel 2023, scrivono le autrici, ha scoperto che le piante producono suoni non udibili dagli umani e che il suono si intensifica in caso di sofferenza.

Adamo, lo si sa, fu l’ultima cosa creata dal Signore, il perché lo spiega un antico midrash: Adamo, era nato dalla polvere e prima di lui Dio aveva creato la mosca, la zanzara e pure il lombrico, perché l’uomo non avesse ragione di esaltarsi troppo e di vantare una propria superiorità.

Secondo Bereshit Rabba (17,4), Dio quando plasmò le cose e le prime creature si consultò con gli angeli e su come dare loro un nome, ma gli angeli rimasero muti. Così Dio, si rivolse all’uomo e l’uomo con sicurezza dette un nome alle cose, attribuì a se stesso il nome di Adam, perché nato dalla terra e al Signore quello di Adonai, perché egli era il creatore dell’Universo. Poi il Signore concesse alla prima coppia di umani di vivere felice nelle meraviglie dell’Eden, imponendo loro il divieto di assaggiare i frutti di quell’albero della conoscenza, pena la morte; e sarà Satana a obiettare, giustamente, che il Signore mentiva. Ma perché Satana si rivolse ad Eva e non ad Adamo? Perché Eva era debole, sottomessa alle passioni del corpo, facile preda delle curiosità e delle illusioni, una vera e propria janua diaboli, come sosterrà la maggior parte della tradizione ebraico-cristiana. Ma non era così, dicono le due autrici: Eva scelse di mangiare il frutto dell’albero solo perché era affamata di conoscenza. E si potrebbe, a questa lettura femminista, aggiungerne un’altra, sicuramente minoritaria, ma meglio motivata. Perché il serpente scelse Eva? – si chiede un antico midrash – Perché Adamo dormiva, risponde. E perché Adamo dormiva? Perché aveva appena fatto l’amore, dopo di che l’uomo soddisfatto si addormenta, mentre la donna rimane sveglia. E perché la donna rimane sveglia? Perché pensa che l’atto d’amore appena compiuto contenga anche il potere di concepire un figlio, e che sia questa speranza e preoccupazione e non la frivolezza o la debolezza ad averla tenuta vigile e pensosa.

Superato l’Eden entriamo nel palazzo, nel primo dei suoi piani vive Salomone; Dio gli ha dato il cuore più saggio e una intelligenza mai esistita sulla faccia della Terra (I Re 3,16-28), ha 700 mogli e 300 concubine, comprende il linguaggio di ogni creatura vivente ed è stato lui a costruire il magnifico tempio di Gerusalemme, città che appare 806 volte nella Bibbia con le denominazioni più varie e immaginifiche: Shalem (perfetta), Yafeh nof (bel panorama), Efrata (fertile, feconda), ‘Ir haQodesh (città santa), ‘Ir ha’Emet (città della verità), Shalom (città della pace), Tabbur ha’olam (ombelico del mondo).

Rashi abita al secondo piano, il suo nome è l’acronimo di Rabbi Shalom Yitzhaki, egli nasce a Troyes nell’XI secolo e trascorre tutta la vita a studiare la Torah, acutissimo è il suo sguardo, profonda la sua lettura del testo sacro e intensa la sua partecipazione alla sofferenza delle comunità ebraiche perseguitate dai crociati. Avrà tre figlie, famose per saggezza, e saranno loro ad inventare una nuova grafia, detta “mezzocorsivo”. Forse per questo le donne saranno oggetto della sua particolare attenzione: egli difenderà il loro onore e i loro diritti, considerando la creazione unitaria dei due sessi e contestando che la donna sia solo un sostegno all’uomo anziché espressione della loro uguaglianza e del patto unitario che li lega. E quando la donna apparirà come nata dalla costola dell’uomo egli affermerà che non di una costola si tratta, ma della fiancata del tempio, vale a dire nel luogo della dimora divina.

Il terzo piano è avvolto nel mistero, è un luogo inquieto, abitato da esseri strani che si aggirano cantando antiche formule in aramaico, yiddish o ladino.

Nella scrittura popolare ebraica e nel Talmud gli angeli e i demoni incontrano gli esseri umani non solo nelle loro visioni ma anche nella quotidianità. Nel XII secolo i cabalisti introducono il concetto di trasmigrazione delle anime nei corpi animali e umani, una sorta di “reincarnazione per espiare le trasgressioni e ottenere pieno accesso al mondo dei morti”, poi poco per volta nasce la figura del dybbuk che rappresenta la possessione da parte di un’anima di un morto non sempre malvagia, nel corpo di un altro essere umano, per lo più donna. E  la sua figura più di ogni altro impregnerà la cultura ebraica, il Dybbuk, apparirà per la prima volta nel 1680 a indicare l’anima di un defunto, di solito un peccatore, a cui è stato rifiutato l’ingresso nella Gehenna, che è entrato nel corpo di un’altra persona per cercare la pace e la riparazione (tikkun olam) e toccherà poi ai rabbini preparare amuleti, inventare formule, intervenire con la parola per allontanarlo dalle persone che esso ha invaso. Indimenticabile al riguardo sarà il testo di teatro ebraico che Sholem An-Ski presenterà a Varsavia nel 1919, con il progetto scenografico di Marc Chagall e la regia del grande Stanislavski. Questa storia di un’anima in pena, erratica fra due mondi che annulla il confine tra terra e cielo, tra razionalità e magia, avrà un’enorme successo in Russia, girerà il mondo e sarà rappresentata anche a Torino nel 1929 al teatro Regio con la celebre compagnia del Teatro Habima.

Al quarto piano del palazzo vive Rabbi Nachman, nato in una cittadina dell’Ucraina nel 1772 e morto nel 1810. Sarà una delle maggiori personalità del tempo per la ricchezza di fermenti intellettuali e mistici tra l’umilismo ebraico mitteleuropeo del tempo e la ricerca di una fede non dotta e talmudica, ma semplice e festosa.

Il suo bisnonno era stato il Ba’al Shem Tov, che del chassidismo fu il capostipite. Rabbi Nachman ebbe una vita breve e avventurosa, volle vedere la terra d’Israele e Safed sarà la tappa fondamentale del suo viaggio, con le pietre e le rocce e le sue piccole sinagoghe calcinate, cuore e centro degli studi cabalistici fioriti nel XVI secolo, una città morta, ma incommensurabilmente viva. Era un luogo straordinario tra tutte le città d’Israele perché, come sta scritto in un famoso testo del XVII secolo, solo qui l’anima del defunto poteva fluttuare e librarsi e poi spostarsi sino alla grotta di Machpela, la tomba dei patriarchi, per passare poi al giardino dell’Eden. Qui erano giunti i trecento hassidim al seguito di Rabbi Menahem Mendel e qui (Hayei Moharan, sez. 24), come ebbe a raccontare Rabbi Nachman, e qui, mentre una volta vedeva la Torah frammentata in 600.000 lettere e non riusciva a dormire, ora si addormentava e riesce a vederla nella sua fervida completezza.

Rabbi Nachman morì a 38 anni e ciò che lo contraddistinse fu l’intuizione e la scelta di usare la narrazione per rendere attraverso questa traslazione più chiari e complessivi i contenuti profondi della Torah e, sulle sue orme, sulle sue radici identitarie, sui suoi vecchi racconti e sui canti chassidici, Martin Buber modellerà la sua immagine dell’ebreo del XX secolo.

Sedici sono i volumi dello storico vocabolario della lingua ebraica composto da Eliezer Ben Yehuda (Lužki, 7 gennaio 1858 – Gerusalemme, 21 dicembre 1922) abitatore del quinto piano del palazzo e questo suo vocabolario, frutto di anni di lavoro che comportarono una immensa attività di ricerca e di compilazione, concorrerà a rendere l’ebraico, idioma prima di allora utilizzato solo nel campo sacro e letterario, un agile strumento di uso quotidiano. Gli ebrei, scriveva, non potevano essere un popolo davvero libero se non tornando nella terra d’Israele e alla lingua dei loro avi. Il ritorno nella terra non era nelle loro mani, in quanto dipendeva dalla volontà dei governanti, mentre lo era il ritorno alla lingua dei padri e nessuno poteva impedir loro di realizzarlo. Il suo contributo sarà essenziale per normalizzare l’ebraico antico nella nuova lingua viva dello stato nascente.

L’ultimo piano del palazzo è occupato da un gruppo di poetesse ed è un vero e proprio salotto poetico: sono dodici e la loro anima è Rachel Bluwstein (Saratov, 2 ottobre 1890 – Tel Aviv, 16 aprile 1931). Esse furono le madri della poesia israeliana e rappresentarono una sorta di protofemminismo che cantava “le radici, la vita di storia comune originaria in terra d’Israele”. Le due autrici ne danno conto con un intreccio tra narrazione e citazione di poesie che fa di questo capitolo una specie di prosimetro. Esse convergono da tanti stati diversi, hanno gesti antichi, hanno frequentato luoghi di involontario esilio, intonano i mille colori del caos del mondo, dove spade e lance si mutano in vomeri e falci, nascono lampare di pace, pensieri di pazienza e di attesa, dominano la fierezza dei combattenti di Masada, le morti, un tempo di sottomissione e ora di rivolta, i giorni di perdono e quelli di misericordia.

Infine, sulla sommità del palazzo c’è un terrazzo, che è lo spazio conviviale il luogo piacevole e calmo da cui guardare il mondo d’oriente, le sfumature rosate di Gerusalemme, il profilo dei monti di Edom, le spiagge di Yaffa; dove si può anche percepire tutto il passato ebraico, l’animo degli shtetl dell’Europa orientale, le  sue sinagoghe illuminate a festa, le piazze di mercato brulicanti di venditori, il brusio delle voci nelle scuole talmudiche, il canto in ladino delle donne di Istanbul, e insieme a questo passato le note del presente, quelle dei klezmer, del jazz e gli “antichi nigunim chassidici, i piyyutim medioevali e i maqam della Spagna.

Qui ci si incontra per la vigilia dello Shabbat e, nei giorni di Rosh Hashanà (capodanno ebraico), si ode il suono dello shofar, “il corno d’argento” la cui voce dovrebbe giungere fino ai cancelli del cielo”, si celebra la festa delle capanne in autunno (Sukkot) e, tra il profumo dei limoni in fiore e quello del salmastro vento marino, ci si prepara alla celebrazione di Pesach, al racconto fiorito dei salmi.

Dunque, quello che ci offrono le due autrici è una lettura in prevalenza al femminile, interessata e partecipe, che costituisce uno dei tanti percorsi possibili per addentrarci nel palazzo dell’ebraismo. Si tratta del racconto di un mondo edenico, tutto al passato quello che ci presentano; senonché esso confligge drammaticamente con la realtà dell’Israele di oggi, e da essa viene oggi invaso, sommerso, contestato, negato e in qualche modo distrutto. O almeno io mi aggiro in questo palazzo in rovina con questi stati d’animo, con queste sensazioni di sofferenza, dubbio, senso di colpa e angosciosi pensieri dominanti e mi chiedo se ci siano ancora il tempo e le condizioni mentali per addentrarci così nel nostro passato, e se sia giusto farlo ora. Possiamo ancora rasserenarci, nel ricostruirlo ed evocarlo, nel consegnarlo e trasmetterlo al presente? Possiamo guardarlo normalmente o lo stiamo già fissando con altri occhi? Oppure mentre il presente ce lo vieta noi lo evochiamo e lo elaboriamo come un tempo relativamente sereno rispetto a quello dell’oggi, come una nicchia per sopravvivere al trauma che ci ha colpito, alle ferite che ci tormentano? Che cosa facciamo chiudendoci in una, relativamente felice, rappresentazione del nostro passato, noi la grigia razza del dubbio, popolo paria ed eletto, con i suoi valori osmotici, il suo essere stato ponte tra tante culture, popolo esploso di energie e di intelligenze con il secolo dei lumi e la liberazione dai ghetti, che oggi si è incamminato per una strada di violenza e di sopraffazione, di razzismo, di millenarismo e megalomania, che mai aveva prima d’ora percorso e che sta fuori dei suoi valori e dalla sua storia? Allora rientrare nel nostro antico palazzo è frutto di una reticenza, di una fuga salvifica, di un tacito rimpianto, di un silenzio sull’oggi deliberato e consolatorio, oppure ignaro o colpevole. È un acting out, o il tentativo di riprendere l’antico cammino ricominciando da capo? Oppure siamo struzzi sognanti che hanno infilato la testa sotto la sabbia? Siamo stati all’origine del mondo, abbiamo avuto condottieri saggi e timorati di Dio, sapienti pacifici, capaci di elaborazioni mentali sofisticate ed esaustive ed ora siamo finiti nelle mani di rozzi e farneticanti figuri e ci facciamo guidare dai loro sogni di potere razzista e di una religiosità pervertita.

Forse potrebbe essere utile risalire, ancora una volta, alla preistoria, al momento della costruzione di questo antico palazzo. C’è un saggio di George Steiner in Il libro dei libri (Vita e pensiero, 2012) che ci offre delle istruzioni e degli strumenti per individuare da dove partire per fare i conti col nostro presente; si tratta  della Torah, un testo tradotto in 2010 lingue, su cui per secoli i commentari si sono succeduti ai commentari, che ha 4 – 5 livelli autoriali, che costituiscono una complessa stratificazione piena di contraddizioni e ha avuto una polisemia di letture pressoché infinita, pulsante in un’aura di significati e di echi concentrici. Quanto alle prove storiche dei fatti narrati esse sono impalpabili, la Torah infatti ribolle di miti, leggende, storie popolari, echi remoti, ricordi storici e una grande massa di prescrizioni rituali e legislative. Ora questo testo ha avuto due diverse e contrapposte letture: quella che esso sia stato dettato o direttamente ispirato da Dio, per cui allontanarsene, in nome delle scienze o della tolleranza è “impossibile o blasfemo…(perché) nessun mattone può essere sfilato da quell’edificio, dai modi della creazione alle prescrizioni suntuarie e dietetiche… senza causarne il crollo”, oppure riconoscere che si tratta di una congerie di miti, favole, leggende, codici legislativi, trattati morali, saghe, assemblate nei secoli da tante mani diverse, piene di assurdità, contraddizioni, violenza arcaica, difformità linguistiche, tali da rendere semplicemente ridicola la semplice nozione di una autorialità e di una uniformità divina. Esso, dunque, è un materiale mondano, opera di uomini e donne di “spessore culturale e di capacità letterarie eccezionali”, che appartiene al nostro mondo e al nostro immaginario.

Ora tutte le domande che questo Palazzo dell’ebraico ci propone possono trovare un principio di risposta anzitutto, ebraicamente, nella sequenza stessa delle domande e poi nella lettura mondana della Torah indicataci da Steiner, che contesta alla radice l’Israele di oggi e le farneticazioni politico-religiose, razziste ed omicide, di un Ben Gvir o di uno Smotrich e ci chiede di riprendere il cammino, gravati da un fardello penoso e ingombrante, ma resi lucidi su come sopportarlo e a poco a poco alleggerirlo sino a liberarcene. Ed è quanto le due autrici sembrano, tacitamente e discretamente, suggerirci visitando quel palazzo così severamente danneggiato.

E voi poetesse d’Israele
spezzaste le vostre sillabe
alla luce di un’unica stella
incollaste al foglio
le parole al trepido grembo
di un tempio al femminile
coi bucati distesi
ad un vento di deserto
ignare del vostro futuro.

Voi cerbiatte assetate
alla fonte di un Dio
verso la terra correste
del creduto riscatto
ma solo il nemico incontraste
dentro e fuori di voi.

Ora con quale occhio fissaste
i kibbutz lacerati
i bianchi sudari gazawi
questi fraterni nemici dell’odio
tra le morenti montagne detrito
di ogni comune sapere?

Nascerà tra di voi una lingua
comune che parli
traduca il tremendo
la feritoia che dischiuda
una lama di luce?

A mani nude afferraste
due mazzi di mirto
profumato e profondo
accendeste due candele
col precetto dell’osservanza
cantando Shalom aleichem
e benvenuto a voi  anacronistico giunse
l’angelo della pace, incredulo
all’incontro tra l’amata e lo sposo
tra i corpi dei vivi e dei morti.

Ma quando si apriranno i cancelli
della grazia celeste
a una melodia sconosciuta
al tempo degli esilii
al di qua e al di là dei confini
le assemblee degli oppressi
e dei derelitti ascolterete
congiunte al solenne, al fragile
suono dello shofar, al richiamo
imperioso e struggente del muezzin?

O voi, poetesse inutilmente sapienti
tornerete smarrite
al silenzio dei vostri sepolcri?

 


Sarah Kaminski e Maria Teresa MilanoIl palazzo dell’ebraico – Ed. Claudiana, 2025 (pp. 135, € 14,50)

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