di Daniel Levi
Negli scorsi anni ho incontrato diverse narrazioni totalizzanti riguardanti diversi temi. Probabilmente utilizzare il verbo incontrare non rende bene l’idea di cosa sia una narrazione. Le narrazioni non esistono di per sé ma sono, al contrario, costruite da noi, sia come individui che come collettività per dare un senso a ciò che vediamo e a ciò che siamo.
Le narrazioni permettono di affermare delle identità che forniscono un senso di sicurezza, un qualcosa sul quale possiamo “rilassarci”, dei modi di pensare già percorsi e conosciuti. Questo senso di sicurezza è però spesso illusorio, perché costruito attraverso la ripetizione e il rafforzamento di determinate prospettive che tendono ad oscurarne altre. Le narrazioni, specialmente quelle istituzionali, definiscono ciò che viene considerato normale, giusto e addirittura possibile. Tracciano confini, non solo della nostra immaginazione, ma anche tra chi appartiene e chi è escluso, tra quali esperienze meritano di essere raccontate e quali cancellate. Tutte le narrazioni costruiscono o formano, e alcune distorcono, i loro oggetti. Inoltre, nella relazione complessa tra narrazioni e verità, non è necessariamente quest’ultima il soggetto di analisi più importante[1].
Ovviamente non tutte le narrazioni sono sullo stesso piano, poiché sono inscindibilmente legate alle relazioni di potere che definiscono le nostre società. Le narrazioni più diffuse sono quelle che servono gli interessi dei gruppi dominanti, perpetuando le disuguaglianze e giustificando le gerarchie esistenti in quella che può essere intesa come una lotta per costruire un potere egemonico attraverso le narrazioni. Non esistono narrazioni neutrali; esse sono sempre politiche e collegate al contesto storico.
Durante gli scorsi mesi mi sono ritrovato a studiare e ragionare su “I Sommersi e i Salvati” (1986) di Primo Levi. Riconoscendo l’impatto che questo libro ha avuto su di me, ho provato a costruire un archivio di momenti nella mia vita dove le narrazioni dominanti sono state disturbate. Per limiti di spazio riporterò solo due esempi. Entrambi riguardano narrazioni a proposito di Israele e Palestina che hanno camminato al mio fianco per una grossa parte della mia vita; queste non sono necessariamente narrazioni che ho fatto mie o che ho apprezzato, ma sono quelle che ho incontrato più frequentemente.
Disturbare le narrazioni vuole dire attaccare le fondamenta di un sistema di sapere e di convinzioni. Prendere consapevolezza delle narrazioni in cui si è immersi è il primo, e indispensabile, passo per disturbarle. La scelta di utilizzare “disturbare” e non “distruggere” o “interrompere” è volontaria in quanto pone l’attenzione su episodi che non necessariamente consistono in fratture, ma invece creano uno spazio che si pone di fianco e non al posto di una narrazione dominante. La creazione di questi spazi permette di riflettere sulle contraddizioni proprie ad una qualsiasi narrazione, portando ad una problematizzazione che permette di distaccarsi da una versione totalizzante di essa. In altre parole, questi spazi possono servire a problematizzare e non necessariamente a cambiare le narrazioni. In particolare, una “distruzione” porterebbe ad un processo attivo di ri-creazione, poiché le narrazioni ricoprono anche una funzione psicologica di risposta ad ansie individuali.
Più una narrazione diventa totalizzante, più forte è lo scontro con una narrazione diversa. È importante sottolineare che questo scontro non è per forza negativo, ma è di particolare interesse l’analisi di come alcuni pensatori che, pur essendo circondati da narrazioni dominanti e accomodanti verso un sentire comune, hanno scelto di “disturbarle” piuttosto che proporre alternative altrettanto onnicomprensive. Questo approccio non mira necessariamente a costruire una nuova narrazione, ma piuttosto a metterne in evidenza le contraddizioni.
Un lavoro esemplare in questa direzione è l’opera di Primo Levi sopra citata in cui l’autore disturba le narrazioni accomodanti e totalizzanti a proposito della Shoah. Levi apre il libro con una dichiarazione incisiva che porta in uno stato di disagio generativo in cui si perdono i punti di riferimento e si è costretti a rielaborarne di nuovi o almeno ad accettare semplicemente ciò che viene detto dal soggetto incontrato. Primo Levi si definisce un privilegiato, qualcuno che non ha sperimentato il fondo; questa posizione è sottolineata più volte nel corso del libro. Egli si pone in un modo che non può essere frainteso:
“Lo ripeto, non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. È questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco, leggendo le memorie altrui, e rileggendo le mie a distanza di anni. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i «musulmani»[2], i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione.” (Levi 1986, 6)
È importante riportare le citazioni dirette per rendere merito alla chiarezza disarmante delle parole di Primo Levi, che non fa astrazioni o piroette teoriche: frantuma qualsiasi tentativo di costruzione di narrazioni accomodanti. Queste narrazioni sono quelle che dividono in due categorie distinte e impermeabili i carnefici e le vittime, gli oppressi e gli oppressori. Questa problematizzazione è rappresentata al meglio da ciò che egli ha definito “la zona grigia”, dove descrive, in qualità di sopravvissuto, la moltitudine di individui e dinamiche presenti all’interno del campo di concentramento di Auschwitz. Nelle sue parole:
“Ora, non era semplice la rete dei rapporti umani all’interno dei Lager: non era riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori. In chi legge (o scrive) oggi la storia dei Lager è evidente la tendenza, anzi il bisogno, di dividere il male dal bene, di poter parteggiare, di ripetere il gesto di Cristo nel Giudizio Universale: qui i giusti, là i reprobi. Soprattutto i giovani chiedono chiarezza, il taglio netto; essendo scarsa la loro esperienza del mondo, essi non amano l’ambiguità.” (Levi 1986, 25)
Nel raccontare la sua esperienza, ogni volta che gli veniva chiesto che aspetto avessero i suoi persecutori, rispondeva che, salvo poche eccezioni, erano semplicemente esseri umani normali, «esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi» (Levi 1986, 153).
In sostanza, egli stava mettendo in discussione la narrazione demonizzante secondo cui i nazisti avrebbero commesso quei crimini perché erano perversi e deviati. Si tratta di una narrazione ricorrente quando si verifica un evento tragico, e la tendenza di molte persone è quella di prendere le distanze da coloro che sono considerati i responsabili, creando una singola immagine nella quale possono confluire tutte le caratteristiche di ciò che si considera malvagio. È importante sottolineare che egli non sta fornendo una giustificazione né appiattendo le distinzioni sui comportamenti dei singoli; afferma chiaramente che ci sono vittime e colpevoli:
“So che gli assassini sono esistiti, non solo in Germania, e ancora esistono, a riposo o in servizio, e che confonderli con le loro vittime è una malattia morale o un vezzo estetistico o un sinistro segnale di complicità” (Levi 1986, 34)
Questo, d’altra parte, disturba la narrazione secondo cui non esiste opposizione tra vittime e carnefici. Egli chiarisce come indagare e affermare l’esistenza di una zona grigia non significhi che non vi siano differenze. Tuttavia, egli opera distinzioni che implicano una nozione di differenza evitando binarismi. La loro decostruzione mina le distinzioni facili e impone uno studio più profondo delle differenze tra comportamenti. In particolare, le opposizioni binarie sono legate ai meccanismi di alterizzazione, in cui il sé è sempre definito in termini relazionali con l’altro totalmente diverso. Per essere chiari, è estremamente difficile sfuggire alla creazione di binari, poiché sono utili dal punto di vista analitico, politico e psicologico.
Una narrazione totalizzante spesso incontrata è quella secondo cui l’esercito israeliano sarebbe l’esercito più etico al mondo e tutto ciò che fa sarebbe finalizzato a garantire la sicurezza dello Stato di Israele e degli ebrei. La narrazione prosegue affermando che l’esercito è stato creato per difendere il neonato Stato di Israele dagli attacchi dei suoi vicini. In questo caso, il disturbo, che non è una contro-narrazione, è stato causato da Breaking the Silence, una ONG creata da veterani che hanno prestato servizio nell’esercito israeliano dall’inizio della Seconda Intifada. Essi raccolgono testimonianze dai soldati per far luce sulla natura degli ordini militari e delle regole di ingaggio giustificate in nome della sicurezza di Israele. Breaking the Silence ha raccolto migliaia di testimonianze, ognuna delle quali disturba la narrazione totalizzante secondo cui non c’è mai un’intenzione dietro quelli che i rappresentanti dell’esercito definiscono casi “estremi” o “unici”. Il disturbo non riguarda solo l’eccezionalità, ma anche chi viene posto al centro della narrazione, passando dal soldato israeliano a chi subisce gli abusi, nella maggior parte dei casi un soggetto palestinese.
Un altro esempio è la Nakba, che è quasi assente nella narrazione dominante israeliana secondo la quale la Palestina è sempre appartenuta al popolo ebraico. Quindi ciò che è accaduto è solo il ritorno del popolo ebraico alla propria patria dopo duemila anni di esilio. C’era (e c’è in parte tutt’ora) la convinzione collettiva che i palestinesi non avessero alcun legame con la terra. A disturbare questa narrativa è Zochrot, un’organizzazione che cerca di raccogliere le tracce e disegnare una mappa del paese invisibile. Gli attivisti hanno creato un database con testimonianze che contengono informazioni anche precedenti alla fondazione dello Stato di Israele. Hanno anche creato una app che “permette agli utenti di navigare tra gli insediamenti palestinesi sradicati e conoscere la loro storia. […] Molte migliaia di persone hanno utilizzato e utilizzano l’app, compresi i rifugiati palestinesi che desiderano rivedere i loro insediamenti di origine” (Zochrot – La nostra storia). Si tratta di un disturbo spaziale che crea nuovi spazi per l’immaginazione e rende visibile l’invisibile.
Quando ci si concentra sui disturbi, a volte le narrazioni sembrano scomparire. I disturbi sono diversi dalle contro-narrazioni, in quanto non cercano di sostituire qualcosa. Al contrario, generano spazi, disorientano e costringono ad ascoltare o guardare senza sentire la necessità di controbattere. Essi indeboliscono le narrazioni senza attivare meccanismi di autodifesa, non attaccano direttamente le identità. Costringono l’individuo ad affrontare le contraddizioni senza possibilità di sfuggirle. Potrebbero creare uno spazio per raccontare una nuova storia, come sottolinea Chimamanda Ngozi Adichie nel suo noto Ted Talk “The danger of a single story”; ridurre realtà complesse a un’unica narrazione dominante e totalizzante rischia di distorcere la nostra comprensione delle persone, delle culture e delle storie.
I disturbi sono più simili a lampi che ti fanno fermare per un attimo. Non devono necessariamente essere ricercati; possono anche provenire da luoghi inaspettati in momenti inaspettati. Immagini, conversazioni e incontri personali possono servire a sconvolgere le nostre percezioni e sfidare le narrazioni che abbiamo. La sfida sta nel porsi continuamente in una condizione di ascolto e ricezione. Concentrarsi sui disturbi ci permette di vedere le narrazioni sotto una nuova luce. Non si tratta di sostituirle o distruggerle, ma di creare spazi per la riflessione, l’interrogazione e la comprensione. I disturbi ci disorientano, ci costringono ad ascoltare e osservare e, in ultima analisi, indeboliscono la presa delle narrazioni totalizzanti senza attivare meccanismi di autodifesa.
[1] Per una disamina dettagliata delle narrazioni storiche vedere “Writing History, Writing Trauma” di Dominick LaCapra, 2001, ed Parallax. Johns Hopkins University Press.
[2] Primo Levi spiega che in tutti i campi di concentramento era comune usare il termine Muselmann per definire il prigioniero irreversibilmente esausto, logoro, vicino alla morte. Egli propone due spiegazioni, delle quali però non è convinto. La prima è il fatalismo; la seconda, le bende sulla testa che potevano simulare un turbante.





