di Riccardo Correggia
Nel campo di Ferramonti di Tarsia, nel marzo 1943, i giovani alunni delle classi elementari pubblicarono un giornalino bimensile, alla modica cifra di 30 centesimi e di 4 pagine stringate e scritte a mano, in tedesco, con un obiettivo chiaro quanto dolce: “Wir werden versuchen den Abonnenten Freude zu machen”, ossia “Proveremo a portare gioia agli abbonati”. Un compito più che arduo viste le condizioni.
Questo giornalino Die Jungs (I giovani), anticipato dal giornale Tagerl (ci sono giunti i numeri dal gennaio al marzo 1943), curato dai detenuti del campo di concentramento di Campagna, però apre una questione di fondo da considerare non tanto per la dolcezza delle loro aspirazioni quanto per il riferimento alla rinascita della stampa ebraica in Italia dopo le leggi del 1938.
È risaputo che dal 1938 le redazioni dei giornali “ebraici”, con La Rassegna di Israel come simbolo principale, furono chiuse, qualsiasi fosse il loro contenuto: dal Davar, di tendenze sioniste socialiste, fino alla Nostra Bandiera, dichiaratamente fascista. Così la stampa ebraica conobbe un silenzio forzato che durò fino alla fine della guerra, quando a Roma il 13 luglio 1944 venne pubblicato con l’appello iniziale “Fratelli ebrei!” il Bollettino di Informazione, curato dal Gruppo Sionistico, appena un mese e una settimana dopo la presa di Roma da parte delle truppe alleate. Questo, insieme al Bollettino della comunità ebraica di Milano, viene considerato, a ragione, il primo giornale ebraico pubblicato in Italia dopo la chiusura forzata della Rassegna.
Sebbene questi dati siano considerati certi in molte opere, perfino recenti, sorge però il dubbio di cosa si intenda per stampa ebraica nell’Italia postfascista. Non intendo dire che vadano contati due giornalini scolastici scritti in tedesco nel campo di Ferramonti come primo caso di stampa ebraica libera, anche perché tutto era fuorché libero. Forse però il numero di The Harbinger (il presagio), pubblicato anch’esso nel campo di Ferramonti, ma sotto la gestione alleata, in inglese, potrebbe invitare a considerare non solo i giornali scritti in italiano per segnare l’inizio della rinascita della stampa ebraica. Questo approccio, multilingue e in parte transnazionale, lo si deve al fatto che nella penisola italiana negli anni che vanno dal ’43 al ’45 si ha quello che viene definito “triplo incontro ebraico”: profughi ebrei non italiani che si trovano nella penisola già da fine degli anni Trenta, popolazione ebraica italiana, e i soldati e soldatesse ebrei delle truppe alleate. Quindi non dovrebbe sorprenderci pensare che, effettivamente, il primo giornale ebraico pubblicato in Italia post-Fascismo potrebbe essere considerato il Le Haial (il soldato), ossia il giornale in lingua ebraica per i soldati e le soldatesse provenienti dal Mandato palestinese. Tutto dipende a cosa ci riferiamo quando parliamo di stampa ebraica nel dopoguerra. Ognuno di questi giornali aveva un compito diverso, ma considerarli tutti come parte di un processo che portò alla rinascita della stampa ebraica potrebbe offrire spunti interessanti sul chi siamo e dal dove veniamo. E da qui il mio invito: perché non leggere, in lingue diverse, da prospettive e identità diverse non solo la storia della stampa ebraica in Italia, ma la storia delle nostre comunità in generale?





