Israele è in crisi, l’ebraismo è in crisi, e anch’io non mi sento molto bene
Claudia Rosenzweig è professoressa associata di letteratura yiddish nel Dipartimento di Letteratura del popolo ebraico, all’Università di Bar-Ilan, a Ramat-Gan. Si occupa in particolare di letteratura yiddish antica.
Recentemente, ad una delle ormai rituali manifestazioni di Gerusalemme del sabato sera, dopo l’uscita dello Shabbat, una giovane donna ha detto che Israele non è divisa tra sinistra e destra, bensì tra chi vede quello che accade – o almeno ci prova, poiché non è facile – e chi invece non vuole vedere. E davvero non è facile ammettere con sé stessi che noi israeliani possiamo commettere dei crimini, o mandare i nostri figli a compierne, o che i nostri figli e nipoti sono chiamati a sacrificarsi per guerre fatte per tenere in piedi un governo corrotto e irresponsabile. In più ci sono i miti nazionali, il patriottismo, la propaganda, un bombardamento continuo di fake news della destra al governo. E tuttavia se guardo ai tre anni passati, ho forte il ricordo delle infinite manifestazioni – alle quali partecipavano laici e ebrei osservanti insieme –. Spesso si concludevano con la lettura dei nomi degli ostaggi ancora a Gaza. Settimana dopo settimana, fino a che non sono stati liberati tutti, vivi e morti.
Partecipare a queste manifestazioni mi lasciava sempre il cuore pesante. Ero disperata. Il sentimento era quello che tutta questa gente che manifestava – e c’erano manifestazioni e iniziative diverse quasi ogni giorno – non aveva nessun potere. Il governo ci chiamava traditori di estrema sinistra. Anche solo ricordare i nomi degli ostaggi – per non parlare dell’opposizione alla guerra, e ancora di più della morte dei civili di Gaza – era considerato un atto grave contro il governo, contro Netanyahu. Gruppi di facinorosi del Likud giravano e girano tuttora a sparare insulti, provocazioni, a infangare, a picchiare giornalisti e pacifici cittadini. Ricordo i numerosi casi in cui i parenti degli ostaggi, o dei morti del 7 ottobre, venivano attaccati, aggrediti verbalmente e fisicamente, poi, se avevano tentato di difendersi, arrestati dalla polizia. Ricordo il caso di una donna che aveva perso un familiare il 7 ottobre – parlava al microfono e intorno avevano piazzato degli altoparlanti dai quali usciva musica da ballo sudamericana a tutto volume. Ricordo una donna anziana che stava in piedi ad un angolo di una strada con un cartello contro il governo, che solo per questo mite atto di protesta è stata arrestata.
Quanti altri casi quotidiani potrei citare.
Quando vengo in Italia, mi si dice che i media italiani non parlano delle manifestazioni, dell’opposizione al governo, e di quanto molti hanno pagato a caro prezzo tale opposizione, anche con la prigione.
Tuttavia, negli ultimi tempi mi è diventato chiaro cos’è che mi colpisce, e che mi fa male: che chi non vuole vedere non sono solo i media, ma anche tanti ebrei italiani. Forse sono preoccupati dall’antisemitismo, fatto che è comprensibile. Non vogliono vedere che Israele è in crisi, che ci sono ebrei israeliani che se ne vanno ad abitare in altri paesi, che la Israele di oggi aspira ad essere ‘la nuova Sparta’ (nelle parole del Primo Ministro), e che questa crisi colpisce prima di tutto i palestinesi, ma insieme anche tutti i cittadini israeliani, e alla fine inevitabilmente si ripercuote anche fuori. Ma se non diciamo la verità a noi stessi, se non tentiamo di riflettere su questi anni da incubo, come possiamo tenere in vita le comunità, e forse anche Israele?
Questa lettera verrà pubblicata dopo le elezioni del 27 ottobre (sull’edizione cartacea, ndr). Non oso pensare cosa sarà accaduto se a vincere sarà stata la coalizione della destra. Ma anche se ad avere vinto sarà stata la coalizione di Eisenkot, il lavoro da fare per ricostruire la democrazia israeliana e per dare una qualche speranza ai palestinesi sarà enorme. E anche questo, per bene o per male, avrà un impatto sulle vite ebraiche delle comunità italiane.
Claudia Rosenzweig