ISRAELIANI/PALESTINESI: UN’ALTRA STRADA È POSSIBILE

di Sandro Ventura

L’esperienza di Nevé Shalom-Wahat al-Salam-Oasi di Pace

Il 3 maggio scorso a Milano si è tenuta l’assemblea dell’associazione degli amici italiani di Nevé Shalom-Wahat al-Salam (NSWAS), un villaggio cooperativo nato intorno al 1970 per opera soprattutto di Bruno Hussar. Egli si definiva “uomo dalle quattro identità”. Era nato infatti nel 1911 da una coppia di genitori ebrei non osservanti in Egitto, dove aveva vissuto fino ai 18 anni. Trasferito poi in Francia, dove si era laureato in ingegneria a 22 anni, si era battezzato a 24 anni, diventando poi frate domenicano. Si trasferì in Israele nel 1953, dove chiese la cittadinanza israeliana -in base alla legge del ritorno- che gli fu accordata dopo molte polemiche e contrasti. Si presentava quindi come “prete cattolico, ebreo, cittadino israeliano e vicino agli arabi” fra i quali aveva vissuto nei suoi primi 18 anni. Ha scritto il libro “Quando la nube si alzava”, Marietti 1983, in cui ha raccontato la sua vita, ed è morto a Gerusalemme nel 1996.

Sentiva una fortissima esigenza di operare per la pace tra ebrei e arabi, e così ottenne dai monaci trappisti di Latrun un terreno gerbido in cui impiantare un villaggio. Cominciò lui stesso a lavorare manualmente insieme ad alcuni altri pionieri volontari, per rendere quel terreno abitabile e coltivabile, per varie famiglie di ebrei e di arabi, sia cristiani sia musulmani, motivati a condividere questa esperienza di vita in comune. Oggi il villaggio è costituito da un centinaio di persone di due generazioni, di cui la metà sono ebrei e l’altra metà arabi. Ha una scuola primaria bilingue con 169 studenti divisi in otto classi (99 palestinesi e 70 ebrei), una scuola di educazione alla pace e di formazione per operatori di pace e agenti per il cambiamento. Nel villaggio hanno inoltre costituito una biblioteca, un albergo, un ufficio dell’associazione “Women Wage Peace”, un tempio per la meditazione/preghiera, un archivio sterminato, e dopo la guerra iniziata il 7 ottobre 2023, una tenda per il lutto comune. Ovviamente il villaggio lotta per la fine della guerra e la liberazione degli ostaggi ancora prigionieri di Hamas.

Una buona relazione aggiornata dell’esperienza di NSWAS è narrata nel libro di Giulia Ceccuti “Respirare il futuro”. La sfida di Neve Shalom Wahat al-Salam”, ITL libri 2025. Si tratta di un’utopia realizzata di un “futuro condiviso e una scelta di resistenza quotidiana”, aperta non solo alla società israeliana, ma anche a varie altre nazioni che ospitano associazioni di amici del villaggio. L’associazione italiana degli amici di NSWAS è presente dal 1991 allo scopo di sostenere il villaggio e diffonderne la conoscenza. Brunetto Salvarani, presidente dell’associazione non ha potuto partecipare all’assemblea per motivi di salute, e i lavori sono stati introdotti da Pietro Mariani Cerati, scrittore e redattore della rivista Qol, che ha parlato delle “tantissime sfaccettature della pace”, di cui molte si possono cogliere nell’esperienza di NSWAS.

Stefano Levi Della Torre, ben conosciuto dai lettori di HaKeillà, ha poi presentato un’ampia e approfondita relazione sulla situazione attuale che si respira in Israele, ma anche in tutto il mondo, in cui i rapidi mutamenti storici spingono masse popolari ad “aggrapparsi alle proprie identità… a stereotipi autoincensanti” che ostacolano qualsiasi dialogo e processo di pace. Il cosiddetto “conflitto di civiltà”, per Levi della Torre, non è quindi fra israeliani e palestinesi, ma all’interno dei due schieramenti, e a tutto il cosiddetto Occidente, che sta perdendo la sua centralità nel mondo. Si crea pertanto una “inversione di vettori storici”. Se in passato l’”Occidente” attraverso le politiche coloniali si imponeva al resto del mondo, oggi si difende aggressivamente con barriere, muri e deportazioni dei migranti che portano il mondo in casa sua. L’Occidente, con leader come Trump e Netanyahu tenta di conservare il privilegio accumulato nei secoli passati ma in questo modo “cade nell’obbrobrio”. Levi Della Torre ha espresso il proprio “imbarazzo di appartenere a un popolo oppressore” e a “una minoranza che cerca il dialogo egualitario in una situazione asimmetrica”. Israele deve arrivare a “riconoscere i palestinesi come proprie vittime”, ed “accettare di avere questo debito con loro”, deve assumersi la responsabilità di avere sottratto loro la terra. Le destre al potere, da sempre, coprono questa realtà con il vittimismo, tramite il quale operano un “ribaltamento storico”: lo stesso Hitler affermava che gli ebrei lo perseguitavano e così elaborava e tentava di realizzare la “soluzione finale del problema ebraico”.

Per Levi Della Torre è fondamentale il lavoro sulle parole ed è necessaria una ricostruzione del linguaggio, ridefinire cos’è il terrorismo, cos’è un genocidio. Quest’ultima parola è pericolosa, perché “chiude gli orecchi agli ebrei, che invece vanno aperti”. Si tratta di un “problema antropologico più che politico”. Da sempre chi si arrocca dentro un potere assoluto giustifica così le stragi di innocenti. Levi Della Torre ha fatto ampie citazioni che non posso riportare in questa sede, ma concludo con quella di Esodo 23/9: “Non opprimere lo straniero: voi conoscete l’animo (“nefesh”) dello straniero poiché siete stati stranieri in terra d’Egitto”. Personalmente, come l’uditorio dell’assemblea degli amici di NSWAS, condivido in pieno la riflessione di Stefano Levi Della Torre che apprezzo per l’onestà e per la lucidità.

L’intervento successivo, di Giulia Ceccuti, segretaria dell’associazione, ha riferito gli ultimi eventi di NSWAS, ed in particolare i danni al bosco del villaggio prodotti dall’incendio doloso che ha colpito molte zone d’Israele, ma fortunatamente non ha danneggiato gli edifici né le persone. Ceccuti ha sottolineato che NSWAS si è sempre opposto alla guerra scoppiata il 7 ottobre 2023, e si è sempre battuto per la liberazione degli ostaggi. Ha partecipato alle manifestazioni per la fine della guerra, anche con i bambini. L’impegno del villaggio per “tenere insieme il dolore di entrambe le parti” ha portato a piantare la tenda per l’elaborazione condivisa del lutto. La gestione dello stress dovuto alla guerra ha richiesto interventi di sostegno ai genitori e agli insegnanti. Il “Language Center” ha proposto corsi di arabo per gli insegnanti ebrei. E’ stata molto curata l’educazione musicale nelle classi quarta, quinta e sesta, che ha portato alla formazione dell’orchestra di pace “Hotam”. Il villaggio accoglie anche una “Oasis of Gallery” che promuove incontri tra artisti ebrei e palestinesi che hanno discusso su Arte/Conflitto/Speranza e hanno prodotto una mostra a Nazareth. Sono stati organizzati anche corsi per ebrei e palestinesi all’estero finalizzati soprattutto alla prevenzione della violenza nelle città. Ceccuti ha riferito che lo staff dei formatori è ridotto rispetto alle domande di consulenza. Fra le tante iniziative è interessante l’introduzione di una preghiera condivisa, di venerdì, per ebrei, cristiani e musulmani insieme. In Italia l’associazione degli amici di NSWAS ha organizzato 40 incontri pubblici nel 2024, ha promosso laboratori nelle scuole, ha lavorato per la raccolta di fondi per il villaggio e ha in programma di organizzare un viaggio nel 2026.

Vi sono stati vari interventi del pubblico, fra i quali il mio, in cui ho portato i saluti ed il sostegno della Federazione Italiana per l’Ebraismo Progressivo. L’assemblea ha approvato il bilancio dell’associazione e ha confermato l’attuale gruppo dirigente. Per me, che cerco di seguire le esperienze di pace in Israele (e non solo), partecipare all’assemblea degli amici di NSWAS a Milano è stata un’esperienza toccante e formativa, da riportare ai lettori di HK.