LA DIFFERENZA TRA I DIRITTI DEI PALESTINESI E LA BARBARIE DI HAMAS

Lettera di un attivista israeliano per i diritti umani
Prof. Ron Folman

Gli avvenimenti del 7 ottobre al confine tra Gaza e Israele hanno portato tanti ad esprimere le proprie opinioni, molte delle quali sono contro Israele e in favore di Hamas. L’onestà intellettuale, così come la speranza di risultati concreti nella lotta globale per i diritti umani, richiedono a tutti coloro che lavorano instancabilmente per un mondo migliore di guardarsi attentamente allo specchio.

Mio padre, prigioniero di Auschwitz B-1367, mi ha insegnato che ogni essere umano conta. Seguendo questo insegnamento, ho fatto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, redatta dalle Nazioni Unite nel 1948, il mio faro, e ho trascorso buona parte della mia vita lottando per i diritti umani a livello globale e locale. Non descriverò qui nei dettagli la mia storia come attivista dei diritti umani ma, rispetto ai diritti umani dei palestinesi, voglio solo citare che ho combattuto contro le politiche israeliane e ho sostenuto numerose organizzazioni israeliane che fanno lo stesso. Giusto per fare due esempi minori, ma significativi: ogni anno aiuto personalmente gli agricoltori palestinesi a raccogliere le olive e ogni anno, a Yom Ha-Zikaron, partecipo a una cerimonia congiunta israelo-palestinese in memoria dei caduti di entrambe le parti. Spero di aver guadagnato con queste poche righe la vostra imparziale attenzione.

È passata una settimana dai fatti della mattina del 7 ottobre, e quanto è accaduto è ormai sufficientemente chiaro. Gran parte delle informazioni, tra l’altro, sono state rese pubbliche dalla stessa Hamas ma sono anche già disponibili una serie di rapporti preliminari di gruppi di ricerca indipendenti come Amnesty International. Per cogliere davvero l’essenza di quanto è successo quella mattina vale la pena guardare i numerosi video che hanno filmato gli avvenimenti. Quella mattina presto molte centinaia, se non migliaia, di combattenti di Hamas hanno attraversato il confine con Israele. L’attacco è stato un completo successo e in poche ore sono riusciti a prendere il controllo di numerose basi militari e di cittadine. Circa un migliaio di civili israeliani sono stati uccisi.

I fatti di quella mattina fanno sorgere la domanda: perché non accontentarsi di una brillante vittoria militare semplicemente uccidendo decine di soldati israeliani – come è in effetti successo – e facendo molti di loro prigionieri– come hanno fatto? Cosa li ha spinti a uccidere intere famiglie, a violentare selvaggiamente ragazze, a condurre in sfilata le vittime per le strade di Gaza, a massacrare nel modo più brutale neonati e bambini, così come donne e anziani? Perché invadere un festival musicale che celebrava la pace e uccidere centinaia di giovani? Perché prendere prigioniere decine di donne e bambini?

La civiltà moderna non ha una risposta a queste domande, poiché le radici di queste azioni appartengono a qualcosa di inspiegabile, qualcosa che va oltre ciò che le persone moderne chiamano umano. Sembra che queste tattiche debbano appartenere a un’altra era dell’evoluzione umana, che ci riporta indietro di centinaia di anni, ma in realtà, per citare solo un esempio recente, sono state impiegate dall’ISIS nel genocidio del popolo Yazidi. In realtà questo tipo di barbarie, sinonimo di ferocia e brutalità, è ancora molto vivo nel mondo di oggi.

Qualsiasi persona di buona volontà che voglia vedere la civiltà avanzare, qualsiasi intellettuale che voglia comprendere le radici della barbarie in modo che possano essere estirpate, qualsiasi sostenitore dei diritti umani che desideri promuoverli nel mondo, deve combattere la barbarie ovunque, in qualsiasi momento, senza alcun se e ma, poiché la barbarie è puro male, e qualsiasi tentativo di giustificarla porterà al completo fallimento la lotta per il suo sradicamento.

Immagina se tua moglie o tua figlia dovessero subire una tale ferocia. Accetteresti per legittima qualsivoglia tipo di scusa? No, giureresti immediatamente di combattere questo tipo di barbarie incondizionatamente, indipendentemente dal contesto. Solo in un secondo momento, ovviamente, sarà determinante per i ricercatori cercare di comprenderne le radici e le cause in modo che la barbarie possa essere ridotta al minimo nel futuro.

Le azioni di Hamas della mattina del 7 ottobre si qualificano pienamente come barbarie. Hamas non può quindi godere dello status di combattente per la libertà, o di organizzazione che rappresenta le aspirazioni nazionali di un popolo, poiché queste non possono mai essere una giustificazione per la barbarie. Quindi, anche se è del tutto legittimo difendere i diritti dei palestinesi e opporsi alle politiche israeliane nei confronti dei palestinesi, non si dovrebbe cadere nel baratro della confusione morale quando si parla di barbarie. Combattere la barbarie è una lotta di civiltà così importante, e l’ambiguità in questa lotta la indebolisce talmente, che la condanna delle azioni di Hamas non può apparire nello stesso discorso, articolo o dichiarazione insieme al dibattito sulle radici di questi eventi abominevoli. Nel momento in cui si è scatenata la barbarie, l’unica risposta corretta delle persone di buona volontà, degli intellettuali o dei difensori dei diritti umani, non può che essere la condanna assoluta e totale di tali pratiche. Questa deve essere la risposta inequivocabile dell’umanità se vogliamo progredire come specie.

Infine, come sostenitore dei diritti dei palestinesi, vorrei spiegare perché Hamas – indipendentemente dal conflitto con Israele – è una organizzazione orribile che non offre al popolo palestinese alcuna speranza per un futuro migliore, così che i veri sostenitori del popolo palestinese non dovrebbero avere alcuna simpatia per Hamas. I veri sostenitori del popolo di Gaza dovrebbero chiedersi: un altro regime avrebbe già potuto portare, attraverso la promozione di accordi, alla revoca dei blocchi israeliani ed egiziani e trasformare Gaza in una regione prospera simile a Singapore? A questo proposito, è interessante osservare le pratiche dell’organizzazione Hamas nei confronti degli stessi palestinesi nei casi in cui Hamas non approva il comportamento o l’opinione di un individuo, siano essi giornalisti indipendenti, pensatori politici indipendenti, LGBTQ o donne in generale.

Giusto per fare uno dei tanti esempi: nel 2016, un uomo è stato fucilato per attività omosessuale. Molte delle esecuzioni sono pubbliche e vengono fatte vedere anche ai bambini. Sotto molti aspetti Hamas è peggiore dei Talebani. Hamas non dà speranza al popolo palestinese perché le sue motivazioni vanno ben oltre le aspirazioni nazionali, i diritti umani degli abitanti e la loro qualità di vita. Hamas ha chiaramente dichiarato la propria intenzione di “porre fine al secolarismo e all’eresia nella Striscia di Gaza”. L’eresia, ovviamente, può essere, e di fatto è, usata come scusa per qualsiasi crudeltà e repressione delle libertà.

Hamas, quindi, non è solo un’ideologia della barbarie, ma non promuove la causa palestinese in alcun modo costruttivo. Non sorprende quindi che molte personalità musulmane e arabe di alto livello, nonché persone comuni, anche all’interno del popolo palestinese, abbiano condannato con tutto il cuore le azioni di Hamas, che si sono svolte in modo così terribile la mattina del 7 ottobre.

Da sempre come attivista per i diritti umani, e nella mia precedente veste di capo della sezione israeliana di Amnesty International, ho letto un numero infinito di rapporti che descrivono dettagliatamente atti barbarici in tutto il mondo, al punto che mi è diventato difficile dormire la notte. Per me è diventato chiarissimo che la civiltà moderna, che non sperimenta direttamente la barbarie, non sembra essere in grado di raggiungere la levatura morale necessaria per esprimere una condanna tempestiva e senza compromessi e promuovere una reale azione di contrasto quando la barbarie alza la testa. Questo è il motivo per cui siamo arrivati troppo tardi per fermare la barbarie in Ruanda e Jugoslavia alla fine del secolo scorso, e perché è stato troppo troppo tardi per fermare la barbarie contro i popoli Yazidi e Rohingya all’inizio di questo secolo. Dobbiamo imparare a opporci alla barbarie con inequivocabile risoluzione e chiarezza, indipendentemente dalle sue radici o dal contesto.

Tel Aviv, 14 ottobre 2023