Lo scorso 28 ottobre l’Archivio Terracini, insieme alla Comunità Ebraica di Torino, ha dedicato un incontro a una pagina poco nota della storia ebraica legata alla Sardegna. L’occasione è nata da due percorsi di ricerca paralleli: da un lato il documentario di Filippo Petrucci, sviluppato anche grazie ai materiali conservati nel nostro Archivio; dall’altro il lavoro storico di Alessandro Matta, che la Comunità torinese aveva recentemente conosciuto e invitato a presentare. La naturale contiguità tra i loro studi ci ha portati a riunirli in un’unica serata, che ha offerto al pubblico uno sguardo più ricco e articolato su storie a lungo trascurate. Presentiamo qui un breve testo dei due relatori, che ripercorrono i principali contenuti dei loro interventi.

Baruch Lampronti

 

 

Guido Segre. Una storia dimenticata

Il film racconta l’avventura umana di Guido Segre, brillante imprenditore di famiglia ebraica, che fu parte attiva nello sviluppo industriale dell’Italia degli anni Venti e Trenta e che fu poi cooptato da Mussolini per la creazione del polo minerario italiano e della città di Carbonia. A causa delle leggi razziali, non vide mai la città inaugurata e dovette poi nascondersi per sfuggire le persecuzioni nazifasciste. È una storia italiana completamente dimenticata e abbiamo pensato che raccontarla fosse importante per affrontare gli avvenimenti che interessarono l’Italia (e la Sardegna), quel lato oscuro che travolse migliaia di persone normali e che sembra sia stato messo da parte come un fatto che non si vuole ricordare.

Allo stesso modo, oltre a quella di Segre, si raccontano tre città con le loro storie e contraddizioni: Arsia (attualmente in Croazia), Trieste e Carbonia.

Il film ha uno scheletro principale costituito dalle testimonianze che raccontano Guido Segre, in primo luogo la figlia Etta Carignani Melzi che farà da filo conduttore del racconto della vita del padre. Le interviste sono state intervallate da materiali d’archivio, sia fotografici che video, per restituire allo spettatore la dimensione storica del racconto e l’atmosfera dei primi decenni del ’900, tra guerre, nascite di grandi realtà industriali, Fascismo, la fondazione di nuove città. Le riprese sono avvenute a Arsia, Bassano del Grappa, Cagliari, Carbonia, Roma, Torino e Trieste.

La vicenda umana di Segre permette di parlare in maniera chiara e autentica di ciò che avvenne nell’Italia fascista, senza fare dell’agiografia sull’imprenditore piemontese: Segre aveva aderito al partito fascista (PNF), come molti imprenditori che facevano attività durante il ventennio, e approfittò dei suoi contatti per ottenere la migliore resa possibile delle sue imprese.

Laico, italiano, figlio del Risorgimento, Segre nacque a Torino il 7 novembre 1881, in una famiglia dell’agiata borghesia, liberale e monarchica, integrata nella società piemontese. Nel 1915 era direttore amministrativo della FIAT ma, per divergenze con l’allora consigliere delegato Giovanni Agnelli, si dimise pochi mesi dopo aver ottenuto l’incarico; andò a combattere in Friuli durante la Prima Guerra mondiale e raggiunse per meriti di guerra il grado di tenente-colonnello (ottenendo la medaglia d’argento al valor militare e importanti decorazioni francesi e britanniche). È grazie a Segre che si realizza il delicato processo di italianizzazione del cospicuo apparato industriale e finanziario austriaco, in quanto capo dell’Ufficio affari economici del Governatorato militare e di capo della missione italiana a Vienna per il recupero dei valori della Venezia-Giulia. Divenne in seguito lui stesso imprenditore, accumulando una serie di importanti aziende.

Si sposò nel 1930 con un’austriaca di religione cattolica, Gabriella Metz (il cui cognome fu poi italianizzato in Melzi), una cameriera invisa alla “meglio società” di Trieste, ed ebbe con lei due figli Maria Enrichetta e Carlo Emanuele, battezzati e cresciuti poi come cattolici. Lui stesso era poco interessato in realtà all’ebraismo: nel 1936 fece cancellare dall’atto di nascita il suo secondo nome, Isacco, e nel 1938, prima delle leggi razziali, si fece battezzare e cancellare dalle liste della comunità ebraica di Trieste.

Fu l’Arcivescovo Fogar a sposarlo e Segre, nel 1934, ne prese le difese perché questi era accusato di essere un antinazionalista e antifascista in quanto difensore della minoranza slovena. Questa azione, malgrado i contatti di Segre con Mussolini e la sua iscrizione al PNF fin dal 1922, lo mise in cattiva luce, facendolo divenire agli occhi del fascismo locale “un ebreo antinazionalista e antifascista”.

Essendo uno dei principali industriali del carbone in Italia, partecipò nel 1933 alla costituzione della Società carbonifera sarda e pochi anni dopo, quando a Roma si creò l’Azienda carboni italiani (ACaI) che unificava i poli carboniferi istriani e sardi, ne divenne il presidente anche perché godeva della stima di Mussolini. Fu Segre a scegliere i tecnici, ingegneri e urbanisti, a immaginare case e strade per Arsia e Carbonia e fu lui a volere per l’architetto Pulitzer un ruolo di primo piano.

Ma Segre non fu presente all’inaugurazione della città che aveva fatto nascere, ossia di Carbonia; malgrado le medaglie di guerra, i servizi resi al paese, l’affiliazione al fascismo dalla prima ora, l’abbandono dell’ebraismo sotto ogni forma, Segre non aveva più diritti come tutti gli uomini: tornò ad essere, come racconta la figlia Etta Carignani Melzi, “un miserabile ebreo”, perdendo ogni incarico e ogni ruolo e rischiando anche di perdere la propria vita e quella dei suoi cari.

Isolato da tutti, dopo l’8 settembre 1943, si rifugiò a Roma in un monastero del Vaticano e lì poi morì il 12 aprile 1945.

Un uomo volitivo e che aveva provato a costruirsi una sua vita ma che poi era stato bloccato in una ben definita “gabbia umana”: era un ebreo e, come tale, tutto il resto non contava più.

Con questo film abbiamo voluto raccontare una storia completamente rimossa in quanto Guido Segre è stato dimenticato da tutti: dalla comunità ebraica, dato che ebreo non era più, dalla comunità imprenditoriale triestina, che di fatto non lo ha mai ricordato, e anche dalla città di Carbonia che ha contribuito a fondare.

Attraverso la sua storia, e senza farlo diventare un santo laico, dato che in quanto fascista ebbe anche lui responsabilità negli anni ’30 nel consolidamento del regime, abbiamo voluto raccontare l’Italia di quegli anni, lo sviluppo di Trieste, la nascita di Carbonia, l’assurdità del Fascismo, la mostruosità delle leggi razziali.

Filippo Petrucci

 

La Storia degli ebrei di Sardegna (e della Sardegna nella Shoah) all’archivio Terracini

Fino al 2011, quando per la prima volta mi recai all’Università di Cagliari, presso la cattedra di Diritto Amministrativo, per chiedere di poter presentare la mia tesi di laurea triennale in Scienze Giuridiche sulle leggi antiebraiche in Sardegna e i loro effetti sul piano amministrativo, le risposte furono un coro di dubbi e di convinzioni pari tempo:

In Sardegna non c’è stato nulla di così importante, il grosso è accaduto in città come Roma o Milano o Torino, dalla Sardegna non è stato deportato nessuno… la Sardegna non ha ebrei dalle espulsioni di Isabella la Cattolica…”

Ero convinto di attuare una semplice ricerca sugli effetti amministrativi nella nostra isola delle norme razziste del 1938, che si limitavano tutt’al più a delle vicende su cui un po’ si stava già scrivendo da parte di altri storici: l’espulsione da Cagliari di tre docenti dell’Università classificati come “di razza ebraica” e la loro successiva emigrazione oltre oceano, o la vicenda terribile della Professoressa Zaira Coen Righi di Sassari la quale, espulsa dal liceo dove insegnava, dopo essere rimasta vedova aveva lasciato l’isola per raggiungere le sorelle e che venne infine assassinata a Birkenau nel 1944.

Invece mi resi conto, dapprima da uno studio delle carte del fondo “Prefettura-Ebrei” e poi da un successivo allargamento volto al rintracciamento di familiari delle persone di cui si parla in quelle “storie di carta”, che le vicende di come la Sardegna e gli ebrei, in qualche misura connessi alla nostra isola, avessero subito gli effetti delle persecuzioni nazifasciste, erano un argomento molto più stratificato, complesso e incredibilmente connesso con le vicende della Shoah, in altri paesi lontani e non solo in altre città, probabilmente per la posizione della nostra isola al centro del Mediterraneo.

È una ricerca che da allora continua e riserva sempre nuove sorprese e lascia aperti ancora tanti interrogativi irrisolti, anche connessi a luoghi come Torino.

La pubblicazione del libro “Gli Ebrei della Sardegna negli anni delle persecuzioni antisemite e della Shoah”, avvenuta col fondamentale supporto della “Associazione Chenabura Sardos proIsraele”, è solo un primo tassello.

Ho accolto ben volentieri l’invito della Comunità Ebraica di Torino e della dirigenza dell’Archivio Terracini di presentare il mio libro lo scorso 28 ottobre, anche per poter finalmente rendere giustizia a vicende connesse con questa città, come quella del Tenente medico Danilo Coen, espulso dalla Marina Militare a Cagliari nel 1938, e quella di Gino Levi, l’imprenditore agricolo vivente a Oristano nel 1938 con sua madre Livia.

Importante poi, il giusto raccordo attuato dall’Archivio Terracini col lavoro svolto dallo storico e amico Filippo Petrucci, che si è occupato in questi anni della figura di Guido Segre, originario di Torino e fondatore della importante città di Carbonia, sul quale ha realizzato un bel film documentario presentato proprio in occasione della serata.

Conto che questa presentazione sia stata anche occasione per avviare ulteriori ricerche future sul territorio e completare la ricostruzione storica di vicende su cui ancora molti dubbi rimangono aperti.

Alessandro Matta


Alessandro Matta – Gli ebrei della Sardegna durante le leggi antiebraiche e la Shoah. Vittime, carnefici, spettatori e Giusti – Firenze, Giuntina 2024 (pp.176, € 16)

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