Intervista alla Vicepresidente Anna Segre
 a cura della Redazione

Come valuti questa prima esperienza di due anni e mezzo in Consiglio della Comunità?

È stata un’esperienza molto diversa da come l’avevo immaginata. Ci eravamo candidati con liste non particolarmente politicizzate, e invece, a pochissimi mesi dall’elezione, ci siamo ritrovati a gestire la situazione successiva al 7 ottobre, una circostanza per certi versi più grande di noi e veramente molto complessa. Questo ha influenzato i due anni e mezzo, sottraendo tempo ed energie ad altri progetti. Oltre ai rapporti con Israele, il tema centrale è stato l’antisemitismo.

Siete riusciti a portare avanti politiche interne legate al programma della vostra lista, Comunità Futura, nonostante le questioni legate a Israele?

Sì, ritengo che alcune delle cose principali che avevamo in programma le abbiamo fatte.

  • Ruolo delle donne nel culto: un mio obiettivo personale era quello di promuovere un ruolo più attivo per le donne. Siamo arrivate alla lettura femminile della Meghillat Ester. Siamo stati l’unica Comunità d’Italia in cui per due volte c’è stata una lettura della Meghillà delle donne per le donne, tenuta ufficialmente al tempio e annunciata sul Notiziario. Credo sia stata la prima volta in una Comunità ebraica italiana che una lettura della Meghillà fatta da donne facesse uscire d’obbligo.
  • Inclusività e partecipazione: abbiamo lavorato per favorire la partecipazione agli eventi sociali, cercando di essere inclusivi. Abbiamo abbassato i prezzi e permesso la gratuità per giovani, bambini e sconti per le famiglie. Questo ci ha portato ad avere eventi molto più partecipati, come una festa di Purim con oltre un centinaio di persone.
  • Comunicazione: abbiamo creato una newsletter settimanale per avere uno strumento di comunicazione e dialogo interno della Comunità, sforzandoci di dare informazioni chiare e trasparenti agli iscritti.
  • Assistenza: è stato istituito un gruppo di volontari

Riguardo all’ambito consiliare, come sono stati i rapporti con il Presidente e con i consiglieri di Anavim (la lista di minoranza)? Sappiamo che ci sono state forti tensioni.

Il clima nel Consiglio è stato sempre molto, molto faticoso. Abbiamo riscontrato un atteggiamento di ostilità preconcetta e di resistenza alle novità (“si è sempre fatto così”). Anche questo ci ha sottratto tanto tempo ed energie.

Le tensioni con Anavim si sono spesso manifestate in polemiche; per esempio per due anni di seguito l’associazione Anavim ha fatto uscire una propria newsletter estiva molto critica nei nostri confronti, che riferiva ciò che era accaduto in Consiglio in modo molto parziale. Nonostante i buoni rapporti personali che si sono creati nelle commissioni, per esempio in quelle della Cultura o della Comunicazione, dove si lavora bene, i consiglieri di Anavim a volte prendono posizioni molto nette di chiusura.

Come è stata gestita la vicenda delle dimissioni di alcuni consiglieri e della cooptazione?

Ci sono state due dimissioni di consiglieri di Anavim (oltre a quelle di una terza persona che aveva sostituito per qualche tempo uno dei due dimissionari). La sostituzione ha determinato una discussione molto accesa, perché il meccanismo della cooptazione, da applicare in assenza di candidati non eletti che possano subentrare, statutariamente richiede i due terzi del Consiglio (nel nostro caso almeno otto consiglieri) per garantire che la persona cooptata sia condivisa.

Invece, per due volte, è passata l’idea degli Anavim che spettasse a loro scegliere la persona da cooptare perché i dimissionari appartenevano alla lista Anavim. Questo non ha senso, anche perché nelle nostre elezioni si votano le persone, non le liste. La nostra rimostranza era sul metodo: non può essere accettato che sia il direttivo di Anavim a decidere chi fa il consigliere.

Il Presidente, per cercare una mediazione, non si è impuntato. Nel primo caso, abbiamo votato a favore a condizione che la persona cooptata non entrasse in Giunta. Nel secondo caso, alcuni di noi hanno accettato per puro senso di responsabilità, di fronte al rischio di una spaccatura della Comunità in un momento difficile. La sensazione è di avere a che fare con persone che prendono ordini dall’esterno del Consiglio.

E con il Presidente, come sono stati i rapporti?

Il fatto che lui non faccia parte di nessuna lista lo pone in una situazione anomala: i gruppi consiliari discutono al proprio interno e lui si trova un po’ all’oscuro sia di quello che noi consiglieri di Comunità Futura ci diciamo tra di noi sia di quello che i consiglieri di Anavim si dicono tra loro. A volte arriva con decisioni prese da lui, portando avanti una propria agenda. Abbiamo percepito un po’ di resistenza rispetto a certe novità. È importante comunque dire che dal punto di vista politico si è mosso bene in un contesto molto difficile.

A volte si ha la sensazione che ciascuno vada avanti per la propria strada. Un aspetto che mi ha stupito è che le riunioni di Consiglio e di Giunta sono convocate poco frequentemente (più o meno una Giunta al mese, un Consiglio ogni due o tre mesi). Molte decisioni urgenti vengono prese sul gruppo WhatsApp dei consiglieri, che comunque funziona abbastanza bene. Le riunioni di Consiglio e di Giunta non arrivano a fare discussioni politiche, ma sono fagocitate da questioni pratiche (immobili, ecc.), mentre le questioni di fondo non vengono mai trattate.

Cosa è successo sulla vicenda dell’aiuto rabbino? Abbiamo trovato estremamente grave il messaggio e-mail mandato da Anavim a molti membri della Comunità, perché venivano fatti nomi e cognomi di chi aveva votato cosa.

Sono assolutamente d’accordo sul fatto che si tratta di un fatto gravissimo. Siccome Rav Somekh andrà in pensione a fine anno si è ritenuto necessario identificare una persona che possa svolgere alcune delle funzioni che lui svolge in comunità, in particolare sostituire rav Finzi quando occorre nella lettura delle parashot. Il bando, pur volutamente flessibile per alcuni aspetti, indicava comunque chiaramente le mansioni richieste. Una commissione consultiva ha valutato due profili interessanti, su cui si è poi discusso in due successive riunioni di Consiglio, tenute a porte chiuse per rispetto delle persone coinvolte; è molto triste che con la mail di Anavim questo rispetto sia poi venuto meno. Non posso entrare nel merito di queste discussioni, ma devo dire che sono state molto difficili. Quando abbiamo cercato di approfondire alcune questioni (mansioni, tempi, coordinamento con Rav Finzi, ecc.) i consiglieri di Anavim hanno avuto un atteggiamento di totale chiusura alla discussione, talvolta anche interrompendo chi tentava di parlare; ho sentito qualcuno affermare il contrario di ciò che aveva detto in precedenti riunioni…

È stata una discussione faticosa perché non c’è stata una reale attenzione verso i problemi che ponevamo.

Per quanto riguarda l’e-mail, oltre alla scorrettezza di rendere noto quanto detto in una riunione di Consiglio a porte chiuse prima che uscisse il verbale, anche il suo contenuto era ambiguo, facendo sembrare che avessimo rovesciato arbitrariamente una decisione della Commissione, che invece era solo consultiva. Inoltre ci ha esposti al rischio di rovinare i nostri rapporti con alcune persone. Ritengo che sia una cosa di una gravità inaudita anche sul piano umano.

Perché l’e-mail di Anavim non è stata in qualche modo stigmatizzata?

Noi abbiamo chiesto una riunione di Consiglio straordinaria per discutere di questo tema. Non abbiamo rilasciato una nostra dichiarazione pubblica per evitare che diventasse uno scontro fra due fazioni, mentre ritenevamo necessaria una presa di posizione da parte del Presidente. Questo non è avvenuto, anzi, il Presidente successivamente ha ammesso di essere stato messo al corrente della mail prima che fosse inviata e di non essersi opposto, e ne ha minimizzato la gravità.

Credo che il nostro Presidente, che ha un background dirigenziale di altissimo livello ma non è abituato a fare politica in organismi dove può verificarsi anche uno scontro ideologico, risenta un po’ di questo.

C’è stato molto malumore rispetto a ciò che è successo in sinagoga a Torino durante la funzione di Simchat Torà.

Sì, è stato un altro fatto gravissimo. Un Parnas (addetto alla gestione del culto in sinagoga) di area Anavim ha cercato di impedire a Ruben Piperno, consigliere di Comunità Futura, di andare a Sefer per ricordare suo padre, arrivando a pronunciare frasi spiacevoli che certo non si addicono a chi ricopre una carica onorifica dentro al tempio. L’episodio è grave anche perché il Parnas non si è attenuto alle indicazioni del Rabbino Capo.

La questione non è stata trattata in Consiglio perché i Parnassim si sono poi dimessi. Io mi aspetterei che il Consiglio prendesse delle posizioni chiare su quello che accade. Questi episodi segnano un punto di non ritorno: se i consiglieri di Anavim non prendono le distanze da questi gravissimi comportamenti diventa veramente difficile parlare di gestione condivisa della Comunità.

L’impressione è che l’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) stia andando mano nella mano con la destra di governo italiana e israeliana. La Comunità di Torino come si pone rispetto a questo tema dei rapporti con la politica?

Nessuno di noi in Consiglio ha mai espresso adesione a Netanyahu, anzi, personalmente ritengo che da molti discorsi, prese di posizione e articoli pubblicati sulla newsletter, miei e di altri, emerga chiaramente una posizione critica. Ancora più significativo, secondo me, lo spazio dato nella newsletter e nei promemoria settimanali alle attività e iniziative di gruppi come il Parents’ circle, Sinistra per Israele o lo stesso Gruppo di Studi Ebraici. Non diamo certamente l’immagine di una Comunità allineata con la destra, italiana o israeliana.

Tuttavia la situazione non è facile. In quasi tutte le manifestazioni e iniziative a favore dei palestinesi c’è un’ambiguità enorme: non si distingue l’essere contro Netanyahu dall’essere contro l’esistenza stessa dello Stato d’Israele. Questa ambiguità crea enormi difficoltà, anche per chi è di sinistra e si trova a gestire le Comunità.

Pur condividendo le critiche nei confronti di alcune scelte politiche dell’UCEI, penso che la sinistra italiana, compresa una parte della sinistra ebraica italiana, abbia una grande responsabilità nell’aver spinto l’ebraismo italiano in questa direzione.

Inoltre non possiamo ignorare il disagio degli studenti ebrei dentro le scuole e le università, e la Comunità si deve fare carico di questo disagio ed essere vicina ai suoi iscritti. Anche questo ha frenato chi, come me, ha posizioni molto critiche verso l’attuale governo israeliano, dall’esprimerle ad alta voce. È stata anche una scelta di non frammentare la comunità. Non credo che spetti alle Comunità prendere posizioni eccessivamente divisive su Israele. Personalmente non vorrei mai che un eventuale futuro Consiglio con una maggioranza di estrema destra si sentisse autorizzato a esternare le proprie posizioni a nome mio: tutti gli iscritti devono potersi riconoscere nella propria Comunità.

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