di Barbara Giovannini
Entrando in libreria senza una meta precisa, è probabile che la copertina di Patrilineare ci incuriosisca.
Intanto il titolo stesso sembra piuttosto controcorrente in un momento di roventi polemiche contro il patriarcato quale quello che stiamo vivendo.
Peraltro il sottotitolo “Una storia di fantasmi” può rimandare alle ghost stories di Henry James, collegamento “ardito” ma piuttosto improbabile: la bella ragazza al centro della foto sembra essere divertita anziché spaventata dall’ombra nera che si allunga in primo piano.
Non resta che prendere in mano il libro e sfogliare le prime pagine.
L’incipit è fulminante: buon segno.
L’esergo e il prologo ci conducono in ambiente ebraico, a Ferrara, in un presente non ben definito, con il protagonista, il giovane Elias, che ascolta le storie, tante e diverse, che gli racconta sua nonna.
È probabilmente un memoir, la storia di una famiglia, quella dell’autore, ricostruita o ricercata da un sopravvissuto, ma…dopo poche pagine, senza nessuna spiegazione, la scena si sposta bruscamente ai giorni nostri, quando il giovane Elias (non più così giovane), che sbarca il lunario suonando il flauto con miseri ingaggi in discoteche di periferia e locali di dubbie frequentazioni, decide di partire per Firenze per un concerto abbandonando Ferrara dove si sta svolgendo un rito importante per la sua famiglia (e per lui).
Fin da subito quindi l’autore ci fa intendere che il suo non è uno stile narrativo lineare: flash back e flash forward (“questo non fa ancora parte della nostra storia ma lo sarà”) sono frequenti, a volte non immediatamente decifrabili, e anche i registri linguistici utilizzati mutano a seconda del momento.
Ma questo libro è tante cose. Il memoir certo, c’è, lungo, commovente, drammatico, con una ricostruzione puntuale della Ferrara in epoca fascista e la storia della famiglia, anzi di due famiglie, ripercorsa indietro di tre generazioni.
Suggestioni letterarie e storiche: la nonna è una Bassani, anche se non parente dello scrittore; il bisnonno Fink è emigrato agli inizi del Novecento dall’Impero russo a quello asburgico, da quella Berdicev in Ucraina che diede i natali al grande Vassilij Grossman a una Gorizia austroungarica che si ritrova dopo pochi anni nel pieno della Prima guerra mondiale.
Ma è anche il romanzo di formazione di Elias, con i suoi dubbi, le sue inquietudini, i rapporti con i genitori, i fantasmi – ci si perdoni questo spoiler – che sono nella sua testa ma nascono da persone ben reali, le Ombre da cui si sente inseguito (i cui colori scandiscono i titoli dei capitoli, secondo un simbolismo ben preciso), i sensi di colpa per non riuscire a collocare le tante storie ascoltate in casa nella Storia.
L’oblio e la memoria. “bisognerebbe trovare un equilibrio tra quello che ci si ricorda e quello che si dimentica”, equilibrio che Elias non ha – ancora – trovato.
Pur se le vicende delle famiglie Fink e Bassani ripercorrono il cammino tragico dello sterminio, (12 sono i membri delle due famiglie deportati e mai più tornati) il romanzo non è angoscioso.
Humour, slang giovanile, particolari grotteschi, personaggi o oggetti apparentemente incongrui ma legati come da un filo tra una storia e l’altra (un sasso che vola da un secolo all’altro…un vicino di casa che spunta come Deus ex machina…) distraggono, a volte divertono veramente, o comunque innestano percorsi altri dal principale costringendo il lettore a rileggere e ricercare i punti di contatto, gli incroci con altre storie o i particolari significativi
Linguaggi “altri” dalla semplice narrazione giocano pure un ruolo importante: la musica, non solo per il flauto suonato da Elias ma anche nelle storie di famiglia; il cinema, o meglio i video, con l’espediente di una telecamera che funge da narratore all’inizio di alcuni, specifici capitoli.
Fino al finale: un fuoco d’artificio di stupefacente inventiva, in cui tutti i fili si ricongiungono ma soprattutto Elias trova “la sua casa” con il suo presente che si riallaccia al passato di tanti suoi cari.
Finale che ovviamente non si rivela, soprattutto in questo caso, come non si vuole togliere al lettore il piacere di scoprire da sé il senso del titolo, che emerge a poco a poco durante la lettura di questo romanzo così ricco e originale.





