di Rimmon Lavi
In un periodo talmente difficile, sotto i missili della nuova guerra contro l’Iran che non si capisce come potrà finire, mi mancano le parole di fronte all’attualità disastrosa e non trovo la forza di discutere nuovamente e direttamente sulla realtà d’Israele: la guerra sanguinosa e senza fine a Gaza; gli ostaggi incatenati sottoterra da quasi 2 anni e le loro famiglie; i palestinesi affamati, bombardati e scacciati ripetutamente come pecore a Gaza, e quelli messi in fuga da teppisti ebrei dalle loro casupole e grotte nella Cisgiordania, con l’obiettivo di colonizzarla e annetterla; i soldati israeliani alla ricerca di una “vittoria assoluta” promessa da Netanyahu, dopo l’attacco dei terroristi del pogrom del 7/10/2023, ora trasformati in eroici partigiani; la coalizione d’estrema destra dei razzisti con i messianici che forse cadrà solo sulla questione dell’esonero dalla leva militare per le decine di migliaia d’ortodossi; Israele, erede dell’Olocausto del popolo ebraico, divenuta sempre più la pecora nera del mondo libero, come a suo tempo il Sudafrica dell’apartheid; l’antisemitismo rinascente proprio a causa dello Stato degli ebrei che avrebbe dovuto farlo scomparire.
Dunque, fuggo da psicologo a un’autoanalisi spirituale, come lo storico Tom Seghev che si chiede in retrospettiva se il progetto sionistico non sia stato uno sbaglio. Sono nato infatti poco prima della fine della Seconda guerra mondiale, con un nome ebraico scelto da mia madre, sionista come espressione di antifascismo, cresciuto all’ombra della Shoàh e della morte ad Auschwitz dei miei nonni e di mio zio. Educato nelle scuole ebraiche di Torino e Milano, ma fin da piccolo “programmato” alla Aliyà in Israele, sia per raggiungere mio padre poco conosciuto, sia per realizzarvi ideali di giustizia, libertà ed eguaglianza umana universale. Ideali (Mazzini, Gramsci, Cattaneo, Camus, Primo Levi) per cui un ebreo avrebbe potuto combattere solo come cittadino di uno stato degli ebrei tra le varie nazioni che per secoli li avevano perseguitati fino al genocidio. Non ho mai sperimentato direttamente manifestazioni d’antisemitismo, ma era chiaro per me, attraverso la letteratura e la storia, che il liberalismo, nato dalle rivoluzioni francesi e americana, aveva portato all’emancipazione degli ebrei (come alla liberazione degli schiavi) ma non alla fine della discriminazione e alla possibilità di lotte comuni. E soprattutto la storia recente mostrava il pericolo della deriva totalitaria sia per le democrazie liberali sia per l’ideologia comunista: così le tendenze ataviche popolari, etnocentriche e antisemite, coltivate dagli apparati delle varie chiese e credenze, venivano sfruttate per rinforzare il potere autocratico.
Perciò la mia Aliyà nel lontano 1966 fu per me realizzazione personale, più che ideologica e collettiva, del bisogno di una patria in cui sentirsi a casa, in cui formare famiglia, per cui agire politicamente da cittadino responsabile del proprio futuro. Non che mi fossi conformato a una visione idealizzata, come veniva presentata dalla propaganda sionistica, coi kibbutzim socialisti, l’integrazione degli immigrati da tutte le diaspore e “l’unica democrazia del Medioriente”, pronta alla pace, se solo gli arabi l’avessero accettata. Già nelle discussioni interne al movimento giovanile Hashomer Hatzair (dopo breve partecipazione anche al Bnei Akiva, quando ancora cercavo radici nel Talmud e nella religione) ero molto critico e scettico di fronte a posizioni dogmatiche e semplicistiche: scetticismo rinforzato dalle visite estive in Israele e dall’antagonismo d’adolescente contro mio padre, ciecamente fedele a Ben Gurion. Ricordo, per esempio, la mia reazione durante la prima visita in un kibbutz, Ayelet Hashakhar, nel cui alberghetto lavoravano solo nuovi immigrati dal Marocco, della ma’abarà vicina, campo temporaneo poi trasformato nella cittadina di Hatzor, mentre i membri del Kibbutz, europei d’origine, erano i dirigenti. Ricordo anche le foreste del Keren Kayemet piantate sulle rovine dei villaggi arabi abbandonati, per cancellarne il ricordo, e l’atmosfera pesante nei villaggi arabi ancora sotto governo militare, che fu abolito solo nel 1966. Ricordo anche la discussione con il Rabbino Schaumann di Genova, preside della scuola ebraica di Milano, sulla possibilità che io, in Israele, diventassi più religioso o più laico, conoscendo più da vicino gli estremismi dei due campi avversi: a distanza di anni posso dire che la mancanza di separazione tra lo stato e l’apparato clericale e la sfruttamento reciproco della religione e del nazionalismo, mi hanno confermato nel mio laicismo, da allora in poi.
Arrivai quindi in Israele da neofita per libera scelta, anche se predestinato, ma non cieco. Conoscendo già l’ebraico, mi arruolai subito nell’esercito come militare di leva, “sfruttato” dall’esercito come ufficiale psicologo per i problemi sociali e motivazionali nelle unità più difficili di allora. La Guerra dei sei giorni mi coinvolse con unità che combatterono sia in Cisgiordania sia sul Golan siriano, e mi ricordo la curiosità reciproca nostra e dei palestinesi per i luoghi nuovi o mitici sia per noi sia per loro e per le diverse realtà umane così vicine, con la speranza, allora quasi certezza, che la soluzione pacifica fosse alle porte: al punto che io, ufficiale israeliano, potevo senza pericolo fare l’autostop da solo a camion palestinesi, comunicando anche senza lingua comune.
Da allora mi rendo conto di essere diventato sempre più israeliano, come radici personali, e sempre meno sionista, come identificazione spirituale. Certo la famiglia che ho formato e sviluppato qui, la lingua ebraica divenuta naturale, l’amore per i panorami di tutte le parti del paese, la partecipazione alla vita politica locale così intensa, hanno cancellato del tutto in 58 anni ciò che restava degli anni vissuti in Italia e nella Diaspora, tanto più che li sentivo anche allora come di passaggio. Per altro invece, se per molti anni le mie posizioni critiche potevano essere incluse più o meno nell’ambito di una visione sionistica, mi rendo conto che ora mi trovo al di fuori di essa: prima potevo dire a me stesso di essere sionista in coerenza con una delle versioni originarie, come sognato da Herzl, o da Buber e altri del Brit Shalom prima della fondazione dello stato, o dai gruppi della sinistra in Israele nei primi decenni dopo la fondazione. Persino Jabotinsky coi revisionisti, ma anche il sionismo ufficiale promettevano, prima che ci fosse una maggioranza ebraica, un modello di società democratica, liberale o socialista, ma sempre egualitaria, rispettosa delle minoranze, dei diritti del singolo cittadino e della libertà di pensiero e d’opinione. Così nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1948, fu inclusa, malgrado la reticenza di Ben Gurion e dei partiti religiosi, la clausola contro la discriminazione: “eguaglianza completa di diritti sociali e politici a tutti i cittadini senza differenza per religione, razza o sesso; assicurerà libertà di religione, coscienza, lingua, educazione e cultura”. Clausola conforme alla decisione dell’ONU del novembre 1947 sulla partizione della Palestina in due stati, ebraico e arabo. Clausola che, come la dichiarazione stessa, non è mai stata codificata in legge costituzionale, così che neppure la Corte Suprema ha potuto bocciare la Legge Fondamentale della Nazione del 2018, che stabilisce la supremazia etnica degli ebrei in Israele, della lingua ebraica e dello sviluppo solo per gli ebrei. Clausola che viene sventolata da noi, manifestanti a difesa della democrazia israeliana, minacciata di deriva autocratica dall’attuale coalizione di governo di estrema destra, messianica, razzista e ortodossa. Ma nella prassi di governo e nell’atmosfera pubblica, anche le coalizioni di “centrosinistra” non hanno mai realizzato le promesse di giustizia, libertà e uguaglianza per i cittadini arabi, e persino tra gli ebrei di origine diversa. Dalla caduta del monopolio laburista nel 1977 fino alla fine del secolo scorso la società civile ebraica ha fatto grandi passi di progressiva democratizzazione interna. Purtroppo, il crollo del processo di normalizzazione coi palestinesi, iniziato a Oslo nel 1992, sotto gli attacchi paralleli degli estremisti arabi ed ebrei, per mezzo del terrore e della colonizzazione intensificata, ha bloccato la maturazione civile della società israeliana. I problemi di sicurezza hanno facilitato il successo delle tendenze populiste, suprematiste e nazionaliste che fioriscono dall’inizio di questo secolo anche in altre parti del mondo.
Ma allora si può essere patriota israeliano non sionista? Il sionismo è alla base esistenziale d’Israele, come raison d’être, purtroppo sfruttato troppo dai politici per giustificare ogni scelta o decisione controversa. Fino a prima delle guerre attuali l’indiscutibile diritto all’autodeterminazione ebraica, l’esperienza della Shoah, dopo le discriminazioni e le persecuzioni millenarie, servivano per essere assolti in anticipo da qualsiasi accusa. Mi ricordo il film “Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri, del 1970, con Gian Maria Volonté (rifatto all’americana per la televisione nel 1997 sotto il titolo “Above suspicion”): un ufficiale di polizia che uccide l’amante, sicuro di non essere neppure sospettato. Così Israele si credette inaccusabile, fino all’ondata critica attuale che ha tratti di antisemitismo, nel momento in cui si cancella del tutto il ricordo del pogrom spaventoso di Simhat Torah 2023 di Hamas sui villaggi e cittadine israeliane intorno a Gaza, ma soprattutto è reazione alla guerra di vendetta senza misura e senza mèta politica sulla popolazione palestinese pigiata nella più grande prigione all’aria aperta del mondo. Io stesso non potevo credere che lo stato degli ebrei avrebbe mai cercato di sottrarsi alle clausole e allo spirito umanistico delle convenzioni internazionali che sorsero appunto in reazione universale alle grandi stragi della prima metà del secolo scorso, di cui il popolo ebraico fu la vittima principale. Anche di fronte al pericolo nucleare dell’Iran, è proprio possibile che Israele non veda come soluzione altro che l’uso della forza militare, e far crollare accordi diplomatici, prima quello con Obama e adesso quello tentato da Trump?
E allora, come concludo questa analisi molto personale? No, non penso neppure ad usare la cittadinanza italiana. Non posso rinnegare la mia scelta di lasciare la Diaspora, né accusare i padri del sionismo, cresciuti alla fine dell’epoca coloniale europea, di avermi ingannato, o di aver avuto torto nella loro speranza in una nazione che dia “luce ai popoli”, non solo dando sicurezza agli ebrei contro le persecuzioni, ma anche eliminando così la base stessa dell’antisemitismo, e presentando l’esempio di una società sana e giusta, proprio perché nata dall’ingiustizia peggiore.
Sbagli madornali sono stati fatti anche prima ma soprattutto dopo la fondazione dello Stato, molti comprensibili date le condizioni, ma anche molti altri che il popolo relativamente più colto e più laureato al mondo, inclusi i premi Nobel, avrebbe dovuto e potuto evitare, soprattutto data la tragica esperienza millenaria di minoranza perseguitata. Per questo non mi considero più sionista, nel senso che non mi sento di convincere ebrei della Diaspora a fare la mia stessa scelta di 60 anni fa, dato che lo stato degli ebrei non riesce a dare maggiore sicurezza ai suoi cittadini, né a ridurre l’antisemitismo mondiale.
Ma io stesso, anche adesso di fronte alle guerre così deprimenti, mi sento parte della realtà attuale di una società pulsante di vita, anche se litigando, di quasi 10 milioni di persone, di cui quasi 8 si riconoscono ebrei anche se i rabbini non li accettano tutti come tali: quasi tutti, arabi inclusi, si identificano come israeliani. Cioè la mia patria è una realtà irreversibile, per cui vale la pena, anzi si deve, lottare, cittadini ebrei e arabi assieme, per renderla migliore, per terminare le guerre e le prove di forza, per assicurare ai figli e nipoti, alle nuove generazioni, nostre e dei nostri vicini, con cui siamo intrecciati, un futuro di pace e di giustizia.
Gerusalemme, 15.6.2025





