Porsi domande per capire chi siamo e dove andiamo

di Lia Montel Tagliacozzo

Lia Montel Tagliacozzo è stata Presidente della Comunità ebraica di Torino per un decennio tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso.

Vorrei condividere con i lettori e la redazione di HaKeillah alcune domande che mi pongo da tempo.

Gli ebrei sono una realtà estremamente diversa e articolata: sefarditi, ashkenaziti, ortodossi, riformati, conservatori, laici e molte altre realtà ancora. Siamo inoltre sparsi in numerosi Paesi del mondo, nei quali abbiamo assorbito lingue, culture, usi e costumi differenti, mantenendo però una identità ebraica.
Malgrado queste differenze, sembra esistere un filo, talvolta molto sottile, che ci collega. Mi chiedo se una parte di questo legame non sia dovuta anche all’antisemitismo. È un fenomeno che sembra a volte scomparire per poi riemergere, con intensità diverse, in luoghi e momenti differenti. Per questo gli ebrei continuano, giustamente, a denunciarlo e a combatterlo.

Una realtà profondamente diversa è rappresentata dallo Stato di Israele dove vive circa la metà degli ebrei del mondo. Guardiamo a Israele con un interesse particolare e, soprattutto in questo momento, con apprensione e spesso con angoscia.

Possiamo chiederci: quanto Israele incide sulla vita degli ebrei della diaspora e quanto, viceversa, gli ebrei della diaspora possono incidere sulla vita di Israele?
È evidente che essere nati e cresciuti in Israele è diverso dall’essere nati e cresciuti nella diaspora. Noi che vi apparteniamo abbiamo sviluppato la nostra identità vivendo all’interno di società diverse in cui siamo minoranza, imparando a convivere con altre culture e con altre identità.
Forse proprio questa esperienza ci ha insegnato a diffidare delle ideologie troppo forti e omologanti, quelle che tendono a chiedere alle persone di riconoscersi in un’unica identità e a considerare estraneo, e a volte nemico chi non vi rientra.

Per questo, per me, la parola fondamentale è democrazia.
Democrazia significa vivere in uno Stato nel quale le persone, pur nelle loro differenze, hanno gli stessi diritti. Io ho avuto la fortuna di vivere in Italia, un Paese con istituzioni laiche e democratiche, nel quale la mia identità italiana ed ebraica possono convivere.
La nascita dell’Unione Europea ha rappresentato, a mio avviso, una grande conquista. Ha contribuito a rendere l’Europa più unita, più forte e più ricca, favorendo la collaborazione tra Paesi che per secoli si erano combattuti.
Oggi, tuttavia, questa prospettiva sembra essere messa in discussione dalla crescita dei nazionalismi. Il nazionalismo diventa pericoloso quando trasforma l’appartenenza in esclusione, quando considera meno cittadini coloro che appartengono a minoranze o hanno identità diverse.

La storia europea ci ha insegnato dove può condurre questo processo: dall’esclusione alla discriminazione.

Per questo penso che gli ebrei europei dovrebbero interrogarsi anche sul proprio ruolo nella difesa della democrazia e nella costruzione di un’Europa più unita. Non soltanto per tutelare le nostre comunità, ma perché una società fondata sul pluralismo, sull’uguaglianza dei diritti e sulla democrazia è un bene per tutti.
Impegnarsi per rafforzare una cultura europea ci permette anche di guardare al futuro con speranza. Per i giovani, l’Europa è già una realtà concreta: la possibilità di studiare, lavorare e vivere oltre i confini nazionali.

Vorrei allora chiedere ai lettori di HaKeillah:

  • È possibile mantenere un legame profondo con Israele senza lasciare che ciò che accade là determini la nostra identità ebraica e la nostra vita nella diaspora?
  • Pensate che gli ebrei europei debbano partecipare più attivamente alla difesa della democrazia e alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa?
  • Questo impegno riguarda soprattutto i singoli oppure anche le comunità ebraiche, come soggetti collettivi?

Non ho risposte definitive. Vorrei semplicemente capire se queste domande hanno un significato anche per altri.
Forse oggi, oltre a reagire alle emergenze del presente, abbiamo bisogno di tornare a parlare del futuro: del futuro dell’ebraismo europeo, dell’Europa e delle società nelle quali viviamo.
E forse proprio la nostra storia, fatta di molte identità e di molte appartenenze, può insegnarci che la diversità non è una debolezza, ma una delle condizioni fondamentali della democrazia.