di Alessandro Treves
“La presidente del Comitato Olimpico? Dello Zimbabwe?!? Ma laggiù sono Ottentotti!” molti di noi avranno sorriso pensando a cosa sarà passato per la testa del giulivo commentatore della RAI, quando gli hanno fatto notare che la bionda signora che presiedeva alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali non era la figlia del Presidente Mattarella. Ed effettivamente per chi non segue da vicino le vicende amministrative dello sport mondiale, apprendere che la Presidente del Comitato Olimpico è una donna africana è stata una piacevole sorpresa. Una vera sportiva, nuotatrice plurimedagliata, ancora meglio. Bianca, ed ex ministro, questo induce qualche riflessione.
Kirsty Coventry è nata nel 1983, 3 anni dopo la definitiva indipendenza dello Zimbabwe, il complesso processo che ha posto termine alla ribellione della minoranza bianca della colonia britannica della Rhodesia, la quale nel 1965 aveva proclamato l’indipendenza “unilaterale” dalla madrepatria. Unilaterale, cioè non concordata con Londra, che invece insisteva che l’indipendenza sarebbe stata concessa solo alle colonie che fossero già passate al governo della maggioranza. In Rhodesia il diritto di voto non era teoricamente precluso ai neri, ma i requisiti di censo facevano sì che in pratica il potere fosse saldamente in mano ai bianchi, circa il 5% della popolazione. Iniziata negli anni in cui gran parte dell’Africa accedeva all’indipendenza, e nel sud degli Stati Uniti si prendeva finalmente coscienza del perdurante razzismo verso i neri, la ribellione dei bianchi rhodesiani non incontrò grandi simpatie in Occidente. Essi si sentivano, a cominciare dal primo ministro Ian Smith, gli ultimi eredi del vero spirito britannico, traditi da quell’impero che sembrava inspiegabilmente votato all’autoliquidazione. Smith, volontario pilota di caccia durante il secondo conflitto mondiale, gravemente ferito in Egitto, poi costretto a paracadutarsi oltre le linee nemiche dopo che il suo Spitfire era stato colpito dalla contraerea tedesca in Italia del Nord, unitosi ai partigiani e poi salvatosi attraversando le Alpi a piedi nella neve, uomo dai gusti spartani, integro, rigido e, a quanto dicono, privo di umorismo, rappresentava non l’avidità della minoranza (che comunque possedeva la quasi totalità delle risorse economiche del paese) bensì l’incapacità di comprendere che il mondo cominciava a non tollerare più che dove si vota per il governo, non tutti possano votare. Le dittature, un male forse inevitabile. Le democrazie parziali, che escludono parte della popolazione, inaccettabili.
Al di là delle innumerevoli, enormi differenze, storiche, sociologiche, quantitative e qualitative, la stessa incapacità di comprensione attanaglia i difensori dell’occupazione dei territori palestinesi. Sessanta anni dopo la Rhodesia, e quasi altrettanti dopo la guerra dei Sei Giorni, è ancor meno ammissibile che chi di fatto viene governato non possa concorrere a determinare chi lo governa. Una buona parte della popolazione ebraica di Israele concorda, in linea di principio, ma poi cita un gran numero di fattori contingenti che rendono il principio irrealizzabile nel breve periodo. Una brevità sessantennale.
Com’è andata la transizione in Zimbabwe? Non molto bene. La lotta armata contro il governo di Ian Smith, condotta dallo ZAPU e dallo ZANU, organizzazioni con differente base etnica, guidate da Joshua Nkomo e Robert Mugabe, ha fatto ventimila morti, di cui oltre mille fra le forze di sicurezza governative. Le quali includevano molti soldati neri, va notato, come va notato, che Smith condusse trattative e raggiunse un accordo con alcuni leader neri (liquidati impietosamente da Nkomo come “blacksmiths”, ovvero maniscalchi, ma anche Smith neri); accordo decaduto l’anno dopo quando il Regno Unito, l’isolamento internazionale e perfino l’alleato sudafricano imposero nuove elezioni e il passaggio delle consegne a Mugabe, che le aveva vinte con lo ZANU.
Oltre la metà dei bianchi, spaventata, lasciò il paese nei primi anni dopo l’indipendenza (e ora ne rimane meno del 2 per mille della popolazione totale), mentre i rapporti fra ZANU e ZAPU degenerarono rapidamente, sfociando nel massacro di militanti e civili dello ZAPU. Si stimano 20.000 morti, almeno 30 volte quelli del conflitto fra Hamas e Fatah. Joshua Nkomo dovette rifugiarsi all’estero nel 1983, l’anno di nascita di Kirsty Coventry, mentre nel 1987 Robert Mugabe trasformava il paese in una repubblica presidenziale, quasi una dittatura, che avrebbe retto fino ad essere deposto trent’anni dopo, nel 2017, in un colpo di stato dei suoi fedelissimi, preoccupati che a lui ormai nonagenario succedesse la moglie. Il post-Mugabe non ha portato il paese alla democrazia, pur con qualche progresso. Il suo successore, l’ex-vicepresidente Mnangagwa, si è imposto e poi re-imposto per un secondo mandato con elezioni giudicate non libere da tutti gli osservatori internazionali. Padre di ben 18 figli, ha risposto al malessere per la crisi economica e la corruzione rampante sostituendo i vertici delle forze armate e proponendo una modifica della Costituzione che gli permetterebbe di rimanere al potere oltre il 2028.
Kirsty Coventry, che era stata premiata da Mugabe dopo aver vinto 4 medaglie alle Olimpiadi di Pechino del 2008 ed aveva donato il premio in beneficenza, è diventata Ministro dello Sport, Arti e Gioventù nel 2018, e lo è rimasta anche nel secondo governo di Mnangagwa, fino ad essere eletta presidente del CIO nel 2025. È stata criticata per aver accettato di rimanere Ministro dopo le elezioni truffaldine del 2023, e si è difesa dichiarando: “non credo che si possa stare in disparte gridando e invocando il cambiamento; bisogna sedersi al tavolo e provare a realizzarlo”.
Cercansi sue giovani emulatrici in Israele/Palestina. Medaglie olimpiche non obbligatorie; utile invece la capacità di nuotare nella melma.
Trieste-Israele, 10 febbraio 2026

Kirsty Coventry, Ministro dello Sport dello Zimbabwe incontra Coventry durante un evento di rugby.





