di Barbara Giovannini

Quanto le Stolpersteine, cioè le pietre d’inciampo inventate dall’artista tedesco Gunter Demnig siano state, e siano, un progetto eccezionale per ricordare gli ebrei uccisi nei lager è confermato anche da questo libro. Che anzi dimostra come esse non siano semplici targhe commemorative, ma possano trasformarsi in un punto di partenza, un ricordo “attivo” che produce altri ricordi e che permette di ricostruire frammenti di vita nei vuoti di tante famiglie.

Un libro di vuoti, lo definisce l’autore, con immotivata modestia, nonostante quattro anni di lavoro certosino e storicamente rigoroso lo portino infine a riallacciare buona parte dei fili spezzati nella storia della sua famiglia e a restituire alle sue sopite radici ebraiche una nuova vitalità.

Tutto comincia quando Fabrizio Rondolino – di nonna paterna ebrea – viene interpellato dall’Istituto della Resistenza di Torino in merito a certi suoi prozii, il cui cammino verso lo sterminio non è noto con certezza, o meglio non in modo univoco, per i quali si intendono installare le pietre d’inciampo al loro ultimo indirizzo conosciuto.

Non che lui ignorasse l’esistenza di questo zio Sandro, il fratello preferito di sua nonna Marcella Colombo, della sua bellissima moglie Wanda e della loro figlioletta Elena. Ma poi, scomparsi nel gorgo della guerra, il loro ricordo si era affievolito, nessuno della numerosa famiglia ne aveva più parlato, dopo che nonna Marcella aveva chiesto notizie ai Centri di Ricerca dei Deportati nel 1946 ricevendone la scarna risposta “deceduti in Germania”.

Eppure in casa, per più di cinquant’anni aveva campeggiato in salotto una vistosa fotografia dei tre in vacanza sugli sci…

Atteggiamento peraltro diffuso in tutte le famiglie colpite dalla tragedia: i sopravvissuti spesso hanno taciuto anche per decenni, molti hanno deciso di raccontare le loro esperienze solo in età avanzata, talvolta persino in famiglia era nota l’avversione del reduce per certi cibi, per una certa lingua, ma senza che se ne esplicitasse il motivo.

E  “gli altri” non ne hanno voluto sentir parlare per anni: pensiamo solo al libro di Primo Levi, la cui edizione più nota fu pubblicata  tredici anni dopo la guerra da Einaudi.

La posa delle pietre d’inciampo significa per l’autore dapprima il riemergere di ricordi d’infanzia, di cibi tradizionali, il ritratto vivace e vitale della formidabile nonna Marcella, la ricerca negli archivi della genealogia della famiglia Colombo, piemontese di Fossano, laica ma orgogliosa della sua appartenenza. Appartenenza che per lo scrittore diventa sempre più forte man mano che le sue ricerche avanzano, non solo negli archivi ma nei contatti personali e nell’incrocio di informazioni richieste a conoscenti o parenti (il tutto documentato da una ricca bibliografia e citazione delle fonti, nonché da foto di famiglia).

Ricerche mai però pedanti o prolisse, anzi con qualche scoperta gustosa, come la conversazione con l’ottantenne che ricorda di aver sentito dalla madre che una famiglia ebrea abitava di sopra… (e alla quale va il merito di aver richiesto la posa delle pietre per Sandro Colombo e famiglia).

Ma se da un lato riesce a far chiarezza sulle sorti di Sandro e di Wanda – arrestati, incarcerati a Torino, deportati nel campo di transito di Fossoli, infine assassinati ad Auschwitz – s’infittisce il mistero sulle sorti della loro figlia Elena: sembra che sia stata subito separata dai genitori per essere trattenuta qualche tempo in un orfanotrofio torinese, affidata ad una famiglia, poi spedita a Fossoli e infine assassinata ad Auschwitz.

Questa la storia di Elena: ricostruita soltanto con tanti “forse” e con il confronto con i pochissimi coetanei sopravvissuti. Divisa dai genitori, perché? Mandata ad Auschwitz successivamente da sola, perché? Perché questa inutile crudeltà, del tutto inusuale per le “procedure” dei nazisti?

Ma ciò che resta al termine del libro non è la voglia di soffermarsi su queste domande senza risposta, e neppure “misurare” il grado di crudeltà inflitto ad Elena, inimmaginabile oltre ogni misura che già conosciamo: Rondolino, pur nella pochezza dei dati a sua disposizione, riesce a lasciare il lettore con un’immagine in qualche modo consolatoria: una bambina forte e vivace che, ad ogni passaggio che la trascina verso l’abisso, vede con gioia l’avvicinarsi ai suoi genitori.

 

 

Fabrizio Rondolino – Elena: storia di Elena Colombo, una bambina sola nella Shoah
Ed Giuntina 2025 (pp. 242, € 18)

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