di Emilio Jona

Lo spazio è quello confortevole e amico del Polo del Novecento a Torino: è un pomeriggio del gennaio 2025. si susseguono cinque oratori che intervengono sui tanti aspetti, sociali, politici, militari, religiosi, nazionali e internazionali, della guerra asimmetrica che si combatte a Gaza da ormai 15 mesi, tra uno dei più attrezzati eserciti del mondo e un gruppo terroristico, una guerra che vanno conducendo, motivati e feroci, e da cui, è certo, usciranno entrambi sconfitti non solo moralmente.

Li ascolto: ogni oratore va percorrendo la strada di sua competenza e ragiona, documenta e trae le sue conclusioni, senza che tra l’uno e l’altro vi sia un reale confronto, ma il pubblico sembra partecipe e attento. Io sono a disagio perché di cosa dicono capisco poco o nulla; certo quella in cui mi trovo è un’oasi  di equilibrio e d’intelligenza paragonata all’immensa chiacchiera quotidiana sui social, al flusso insopportabile di  sfoghi, di giudizi affrettati, di luoghi comuni, di disinformazione e opinioni malamente motivate, perentorie e contrapposte, ma il timbro delle voci, la loro infelice amplificazione da parte dei microfoni, la pessima acustica della sala, insieme al mio udito indebolito dagli anni, fanno sì che le parole, specie quelle forti, dei conferenzieri galleggino, isolate dal  loro costrutto logico e rimbombino pressoché prive di senso. Mi affanno a ricercarlo, raddrizzando le orecchie, raddoppiando l’attenzione, poi desolato desisto e mi adatto a questa sordità in cui la parola sussiste, ma si è fatta simile al silenzio. È un fatto emblematico e complesso che riguarda i limiti, se non la vanità dell’ascolto, per l’autoreferenzialità del conferenziere, il disorientamento del pubblico, il valore che assume la parola, forte ma decontestualizzata, che spicca, ripetitiva, vuota e perturbante, su di un rumore di fondo, come un basso continuo privo di melodia, un tormentone distinguibile solo per l’altezza dei suoni e le loro vibrazioni nella sala.

Estraggo il block notes che tengo abitualmente in una tasca, impugno una biro e sulla pagina bianca disegno compulsivamente forme geometriche; poi abbandono l’inutile impresa e, sospinto dai sintagmi che aleggiano nell’aria, riempio le sue pagine bianche in una sorta di obliterazione e di lamentazione reattiva a quel vuoto di parole. Essa a poco a poco mira a diventare poesia; perché la poesia come una lama di coltello vorrebbe penetrare negli interstizi del racconto razionalizzante con il peso dell’emotività, delle libere associazioni, la pienezza e la forza semantica delle sue figure retoriche e della sua oscurità incandescente e drammatica. È come l’eruttare della lava dalla bocca di un vulcano, che poi lentamente si raffredda e si solidifica plasmata dal vento, dalle sinuosità del terreno e dall’uso proprio ed improprio che i sapiens ne fanno.

 

In quest’ora di anime
sorde e confuse
da strida e violenze
ferocemente divise
tra l’impotenza e il dolore
inutilmente pascola il sole
dorati tepori, dolcezze invernali
sui platani staffilati di luce
sull’acque d’un fiume
fitto di gabbianelle, trafitto
da mattanze in luce di deserto…

Dove cadevano ad una ad una,
pacifiche e dolenti
le ultime speranze
di kibbutz di frontiera
si dissacravano i corpi
di un rave di giovinezza
in una piana oltraggiata 
d’automobili sfatte
e giacche di polvere al vento
su confini peccaminosi e insicuri…

dove un’incontinente vendetta
si avventa sulle vite incolpevoli
d’inermi gazawi
di una città prigioniera.

Li guarda da Bose
un monaco gerolomitano in fuga
mentre rotola il mondo
lui medita e prega
instancabile e solo
nella sua luce sull’ultimo filo
di collina tra Biella ed Ivrea
in una pace più fittizia che vera.

Ma tu non vuoi più sapere
il coro delle canaglie, i tunnel
le rampe, la torsione degli ignobili
vani bombardamenti
su   fanciulli travestiti
d’odio e di tenerezza
e il bianco colore dei morti… (conosci )
l’errore degli uni e degli altri
speculare e perverso,
il nome degli ostaggi e dei persi
le mitiche utopie
le radicazioni millenarie
le storiche verità del potere
e delle favole su supplici cieli…
Nella brezza del Medioriente, dove
le dolcezze di Sulamita
le languorose fantasie da Lawrence D’Arabia?

Là regna solo il mortuario
silenzio dei cuori
qui la morbida pace dei monasteri.
Sulle morene della preistoria
disperatamente vanno
i sapiens, i pacifici, gli stolti
gli attenti e gli ignari
guardano lo sfacelo delle vendette
il dissapere coranico o biblico
gli sporcati residui dei testi sacri
e un unico Dio, casalingo
tremendo e non misericordioso
su di un fazzoletto di terra conteso
saturo del respiro
dell’angelo della morte…

Astiosa ed imbelle
un’unghia gratta questo vitreo
mefitico relitto della storia
mentre   cade su ogni gloriosa memoria
infelice e sapiente
un silenzio obbrobrioso e l’addio.

Emilio Jona

 

 

 

 

 

 

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