Sprazzi di memoria

di Franco Segre
(a cura di Anna Segre)

Dopo la guerra

I ricordi di Franco Segre pubblicati a puntate su questo giornale si erano interrotti qualche tempo fa. Avevamo lasciato Franco a poco più di sette anni, nella primavera del 1945, a Engelberg, in Svizzera, nell’albergo che fungeva da campo profughi.
Non possiamo però fare a meno di raccontare la fine di quella storia.

 Il ritorno

Dopo la Liberazione eravamo contenti ma molto affannati a cercare informazioni su quando sarebbe stato il nostro rientro dalla Svizzera. In effetti è stato molto laborioso, aspettavamo l’ordine che per noi non arrivava mai: c’erano state complicazioni per il rientro di mia sorella Nuccy che era a Locarno, e questo ci aveva creato disagi burocratici.

Siamo rientrati nell’estate del ’45. Eravamo sul treno e ci dicevamo “forse siamo già in Italia”. Ricordo una lunghissima galleria. Rivedere l’Italia dopo un anno e mezzo faceva un certo effetto. Vedevamo le case distrutte, però meno di quanto ci eravamo immaginati. Mi ricordo la bellissima sensazione di essere in Italia liberi.

Il rientro a Torino è stato molto avventuroso. Ci hanno messo in comunicazione con persone che potevano aiutarci. Sapevamo che la nostra casa sulla ferrovia non era ancora abitabile, ed era inutilizzabile anche la casa della nonna in via Michelangelo. Avevamo parlato al telefono con Lucia Zitta, amica di mia mamma, che ci disse: “Allora vi offro casa mia!” Quindi in quella prima notte in cui non sapevamo dove andare siamo stati ospiti da lei, alla Crocetta.

Mondovì

Poi siamo andati a Mondovì dal cugino Marco Levi e da sua mamma, zia Tersilla, che hanno cercato di trovare una sistemazione per noi (a Mondovì Marco era molto benvoluto). Siamo tornati a vivere in via Oderda 7, dove avevamo abitato quando eravamo sfollati per i bombardamenti. Dopo che eravamo andati via l’alloggio era stato requisito dai fascisti; ci aveva abitato un generale, ma poi è scappato per timore di essere processato. Lì abbiamo abitato per più di un anno, fino all’estate del ’46, e lì ho frequentato la terza elementare.

I miei avevano paura che fossi troppo indietro, volevano mettermi in seconda; mi hanno fatto conoscere la maestra (che si chiamava Aimo Gallesio, bravissima) che mi ha esaminato e ha detto: “No, no, è bravissimo, può venire da me in terza!” Anche se avevo saltato due anni di scuola perché ero stato profugo all’estero, i miei compagni mi sembravano molto ignoranti. Anche per loro la scuola era stata discontinua. Era tutto in sfascio, intere zone bombardate. Era una classe molto numerosa, 32 alunni: i miei compagni erano figli di contadini ed operai.  Solo dopo che la maestra ci aveva interpellati uno per uno perché raccontassimo cosa avevamo fatto durante la guerra i miei compagni mi hanno chiesto dove ero stato.  La maestra era severa ma mi amava tanto. Teneva la disciplina molto bene, obbligandoci a occupare il banco assegnatoci senza facoltà di cambiare posto e a tenere le mani dietro la schiena quando eravamo in piedi e distese sul banco o dietro la schiena quando eravamo seduti e non dovevamo scrivere.

 Torino

Siamo tornati a Torino nell’estate del 1946, nella casa sulla ferrovia, molto più grande di quella di Mondovì. Ero contento di guardare i treni, sapevo tutti gli orari, a partire dal treno delle 6 del mattino per Milano che aveva ancora la locomotiva a vapore. Nel passare sotto il nostro cavalcavia faceva tuuuuu tu.

Mi ricordo che nei primi tempi i compagni della scuola ebraica mi sembravano molto indisciplinati.
Mi stupivo che sapessero così poco l’ebraico. Io lo avevo studiato in Svizzera con il rabbino. Ero attento a sentire se pronunciavano più o meno correttamente.  La maestra, Alma Levi, era brava ma molto meno severa di quella di Mondovì, lasciava fare tutto, chiacchierare, parlare durante i compiti in classe, ecc. Sapeva farsi amare. Sapeva insegnare, ma con me era facile perché ero molto bravo in matematica.

Tra i compagni di classe di Franco alla scuola ebraica c’era una bambina arrivata, come lui, soltanto in quarta elementare, Alda De Benedetti, brava in italiano e in aritmetica. Allora nessuno dei due immaginava che un giorno sarebbero diventati marito e moglie. Ma questa è un’altra storia…