di Filippo Levi

Nel numero di HaKeillah di dicembre 2025 Anna Segre ha richiamato nel suo articolo il concetto di vergogna e responsabilità nell’azione e nella partecipazione alle vicende politiche di Israele piuttosto che nei contesti che ci sono geograficamente più vicini. Il tema posto è di estrema rilevanza ma le conclusioni cui giunge Anna sono a mio avviso discutibili.

Secondo il vocabolario Treccani vergogna significa “Sentimento più o meno profondo di turbamento e di disagio suscitato dalla coscienza o dal timore della riprovazione e della condanna (morale o sociale) di altri per un’azione, un comportamento o una situazione, che siano o possano essere oggetto di un giudizio sfavorevole, di disprezzo o di discredito”.

È chiaro che in senso letterale la vergogna è un sentimento che si prova solamente per le proprie azioni o per i propri comportamenti. La vergogna è un sentimento difficile da declinare in ambito politico, a meno di non ricoprire degli incarichi specifici. Generalmente la politica è un campo in cui chi dovrebbe provare vergogna non la prova affatto, mentre chi non ha motivi per vergognarsi prova un immenso senso di vergogna per ciò che fanno altri.

Tuttavia, credo sia importante declinare il sentimento della vergogna oltre che sulle conseguenze delle nostre azioni anche in relazione alle nostre non-azioni ed alle conseguenze che ne possono derivare. Anche se non siamo noi a commettere atti deplorevoli per i quali provare vergogna, il non reagire di fronte ad essi è in fondo anch’essa una non-azione della quale è possibile vergognarsi. Per quanto riguarda il sentimento del provare vergogna è difficile distinguere tra azione e non-azione. L’empatia che noi proviamo nei confronti di altre persone può essere un sentimento molto forte che ci spinge ad agire per aiutarle: se non facciamo nulla possiamo provare vergogna proprio per non avere agito in loro aiuto.

In questo senso è proprio la responsabilità che ci lega gli uni agli altri, come esseri umani, a imporci azioni in sostegno di altri. Questo legame, a seconda della sensibilità individuale, può essere forte o debole, limitarsi allo stretto ambito famigliare, abbracciare ambiti comunitari più larghi fino a comprendere città, nazioni e perfino l’umanità intera nel suo complesso.

Oltre a vergognarci per ciò che non facciamo possiamo anche provare vergogna per ciò che altri fanno? Se questi “altri” fanno parte delle nostra comunità di appartenenza: sì.

È naturale provare vergogna personalmente per le azioni di questi altri, perché queste azioni infangano la nostra comunità di appartenenza; anche se noi non siamo direttamente responsabili di queste azioni, ne sentiamo immancabilmente il peso su noi stessi in prima persona.

Sicuramente il legame esistente all’interno del mondo ebraico è molto forte e sentito dalla gran parte dei suoi membri; addirittura, questa responsabilità reciproca è scolpita anche nella tradizione ebraica laddove viene detto “כל ישראל ערבים זה לזה” ossia “tutto il popolo di Israele è garante l’uno per l’altro” (Talmud Babilonese, Trattato Sanhedrin, 27b). È difficile quindi criticare, come sembra suggerire l’articolo di Anna Segre, chi si indigna e si vergogna per azioni compiute da importanti rappresentanti istituzionali o statuali che, a torto o a ragione, si dichiarano portatori degli interessi e rappresentanti del mondo ebraico. Siano questi soggetti leader globali o rappresentanti di ambiti comunitari più ristretti.

Se da un lato questo concetto di responsabilità globale di uno per l’altro, espresso chiaramente dalla tradizione ebraica, giustifica in parte la pretesa del governo di Israele di agire in nome di tutto il popolo ebraico, è chiaro che questa richiesta di garanzia è del tutto biunivoca ed universale, impegnando esplicitamente tutti ad agire da “garanti” l’uno per l’altro richiedendo quindi a tutti gli ebrei della diaspora di vigilare sulle azioni di Israele.

Secondo il Talmud quindi, il popolo ebraico nel suo complesso è responsabile di vigilare sull’operato degli altri ebrei e, qualora uno ritenga che questi siano in errore, è tenuto a cercare di correggerli. Sia ben chiaro che uno non è responsabile per le azioni di altre persone od istituzioni, la responsabilità è circoscritta al dovere di critica. Un concetto di partecipazione estremamente moderno e vicino all’essenza del significato più profondo della partecipazione alla vita politica nelle nostre democrazie.

La democrazia rappresentativa è probabilmente il miglior sistema politico possibile, ma questo sistema funziona solamente se la partecipazione alla vita politica dei cittadini è attiva e non si limita all’espressione di un voto quando in occasione delle elezioni. La forza vera di un sistema democratico consiste nella sua opinione pubblica, nella capacità della società civile di mobilitare forze per portare avanti battaglie politiche e sociali che rinforzino i valori etici della società e dello stato.

Oggi viviamo in un mondo fortemente interconnesso, in cui le azioni dei vari paesi e le prese di posizione politiche che in essi avvengono, possono influenzare in modo anche molto significativo le azioni di altri stati.

Le opinioni pubbliche di uno stato hanno tutto il diritto di mobilitarsi per chiedere al proprio governo di agire in una determinata direzione verso un paese terzo, se lo ritengono coerente al proprio senso di giustizia. A volte queste azioni sono vane, ma in altri casi hanno indubbiamente contribuito a produrre cambiamenti di portata storica.

È errato porre dei limiti a quello che deve essere il “raggio di azione” dell’opinione pubblica. Questa si mobilita per le cause per le quali ritiene giusto mobilitarsi, a prescindere che si riferiscano al proprio luogo di lavoro, alla propria città o al proprio paese. Che cosa dovremmo dire allora di coloro i quali lavorano come cooperanti nei luoghi più svantaggiati del mondo, oppure di quei medici che con Emergency a Medici Senza Frontiere offrono i loro servizi sui fronti di guerra di mezzo mondo, oppure di coloro i quali novant’anni fa si arruolarono nelle brigate internazionali per combattere contro i fascisti in Spagna, pur provenendo dai paesi più disparati?

Ciascuno di noi è responsabile per la società in cui vive ed è responsabile per la comunità umana che lui ha scelto come propria comunità di riferimento, ampia quanto lui vuole.

La responsabilità sociale e l’impegno che noi decidiamo di dedicare agli altri ed alla società è strettamente legato a ciò che noi riteniamo giusto e ingiusto, tollerabile o intollerabile. Questo sentimento di responsabilità ed impegno è legato strettamente al sentimento di vergogna che noi proviamo quando vediamo offesi i principi in cui crediamo.

L’opinione pubblica non si mobilita solamente valutando l’efficacia della propria azione, ma si mobilita anche valutando la gravità dell’offesa cui si sente investita o per la vergogna che prova rispetto a chi dovrebbe rappresentarla.

19 gennaio 2026


Immagine: Parigi – Giardino delle Tuileries – statua della vergogna
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