di David Calef
Betti Guetta ha scritto un accorato articolo per denunciare che l’antisemitismo sta riemergendo in nuove forme legate al conflitto israelo-palestinese e che, per contrastarlo, è necessario un impegno culturale e politico molto più incisivo, capace di favorire conoscenza, dialogo e pensiero complesso. Sintetizzato così, il monito potrebbe apparire (quasi) inconfutabile.
Chi mai potrebbe contestare una strategia basata su dialogo e pensiero complesso? Eppure è difficile concordare con il testo della sociologa del CDEC. E non perché si vogliano sottovalutare le manifestazioni di pregiudizio anti-ebraico che si sono moltiplicate nel corso degli ultimi mesi. Per esempio, anche con una frequentazione molto contenuta dei social media, è facile constatare che il termine “sionista” è ormai usato come ingiuria anche da accademici e giornalisti; anzi, che è stato soppiantato dall’epiteto “nazi-sionista”, affibbiato non solo ai fanatici criminali che governano Israele ma a tutto il popolo israeliano senza fare troppe distinzioni.
Non sono affatto indifferente al tema: i miei nonni materni erano ebrei galiziani, abitanti in quei territori della Galizia orientale (oggi tra la Polonia e l’Ucraina) che durante la Shoah diventarono judenrein. Per salvarsi la vita, entrambi i miei genitori, nati in un’epoca in cui l’antisemitismo era politica di Stato, furono costretti a nascondersi e a fuggire. Eppure ho trovato la denuncia di Guetta reticente e stonata. Il suo testo mostra a mio avviso un serio problema che potrei definire di “asimmetria morale”. Si tratta infatti di una riflessione su recenti episodi di antisemitismo, dunque su un problema reale, che però ignora del tutto i crimini di guerra e le atroci sofferenze inflitte dall’esercito israeliano agli abitanti della striscia negli ultimi due anni. Sofferenze strettamente correlate alla crescente ostilità dell’opinione pubblica mondiale nei confronti di Israele e al contempo ignorate di fatto da quasi tutti i governi occidentali.
Secondo Guetta uno dei fattori che alimenta l’antisemitismo nella società civile è “la demonizzazione dello Stato d’Israele…”. In realtà non c’è bisogno di demonizzare quest’ultimo perché da due anni la classe dirigente israeliana fa del proprio meglio per screditare il proprio paese, non solo attraverso lo sterminio di massa, ma anche esibendo compiacimento per la distruzione di Gaza e dei suoi abitanti.
Non è condivisibile un’analisi che denuncia giustamente l’odio antiebraico ma tace su violenze e crimini contro l’umanità molto più gravi delle pur odiose ingiurie online o delle intimidazioni nelle aule universitarie e non ragiona sui possibili riflessi che questi producono nell’opinione pubblica mondiale.
Concentrarsi sull’antisemitismo senza nominare gli orrori di Gaza neanche una volta tradisce l’intento di assolvere Israele da ogni responsabilità per il crescente sentimento anti-israeliano, rendendo impossibile distinguere tra antisemitismo e critica legittima allo Stato ebraico.
Il testo di Guetta parla di pregiudizi, stereotipi e odio ma non dedica neppure una riga alla carneficina di civili palestinesi, compiuta esplicitamente sulla base di odio e desiderio di vendetta, con l’obiettivo di una radicale pulizia etnica che sradichi i palestinesi dalla Palestina per acquisirne i territori. Non c’è solo “sentimento” di odio e vendetta, ma anche un obiettivo politico.
Questa omissione fa passare l’idea che certe vite contino più di altre. Scrivere un articolo sul pregiudizio e la discriminazione nei confronti degli ebrei, senza menzionare quel vertice di discriminazione nei confronti di un popolo che è la sistematica distruzione di Gaza, perpetrata con il pretesto di distruggere Hamas e riportare a casa gli ostaggi, indica un’insufficiente interpretazione politica e una totale mancanza di empatia verso i palestinesi e conferma l’uso strumentale dell’antisemitismo per occultare i crimini commessi dallo stato di Israele.
Buona parte delle critiche nei confronti d’Israele riguardano le modalità con cui l’esercito israeliano ha condotto le operazioni militari a Gaza. Le critiche si sono fatte progressivamente più diffuse e intransigenti man mano che è diventato chiaro all’opinione pubblica, compresa una parte minoritaria ma significativa di quella israeliana, che il ritorno degli ostaggi è obiettivo marginale e subordinato alla strategia politica del governo Netanyahu-Ben Gvir-Smotrich.
Anziché attribuire l’ostilità nei confronti di Israele esclusivamente ad un antisemitismo eterno, quasi metafisico, è necessario prestare attenzione alle molteplici dichiarazioni dei ministri israeliani che celebrano la distruzione di Gaza, vagheggiano la riconquista della striscia inducendo col terrore dei bombardamenti e della carestia “l’emigrazione volontaria” dei palestinesi. Ed è importante ascoltare le parole dei ministri israeliani quando incarnano e fanno propri i peggiori stereotipi dell’antisemitismo. O è meglio ignorare Bezalel Smotrich quando afferma ridendo che la striscia di Gaza “è una miniera d’oro immobiliare”?
Com’è possibile scrivere di antisemitismo senza cogliere l’importanza di distinguere l’antisemitismo vero da quello pretestuoso di cui Israele si fa scudo per respingere ogni critica allo sterminio che sta perpetrando?
In che modo dovrebbe reagire l’opinione pubblica di fronte alla notizia che l’esercito israeliano ha impedito per 11 settimane l’ingresso di qualunque derrata alimentare nella Striscia? Non bisogna essere esperti di nutrizione per prevedere che, in un territorio dove non è più possibile praticare né agricoltura né pesca, il mancato ingresso di aiuti umanitari causi fenomeni di malnutrizione e di carestia. E le immagini di bambini scheletrici e di neonati sventrati dalle bombe spiegano l’ostilità nei confronti di Israele più di qualunque pregiudizio antisemita.
È senz’altro vero che talvolta l’ostilità verso le azioni del governo israeliano si traduce in ostilità verso gli ebrei tout court. Ciò è senz’altro deplorevole. D’altra parte Israele contribuisce a rafforzare questa sovrapposizione ergendosi come rappresentante e difensore di tutti gli ebrei e veicolando l’idea che sia lecita un’identificazione automatica fra diaspora e Stato ebraico. Per quanto riguarda l’Italia, l’opinione pubblica deve purtroppo constatare che i dirigenti delle comunità ebraiche italiane sono sistematicamente appiattiti sulle posizioni del governo israeliano e in due anni non hanno mai sollevato alcun dubbio sulla condotta dell’esercito israeliano, derubricando qualunque critica a Israele ad antisemitismo viscerale.
L’osservazione di Guetta riguardo al termine “genocidio” merita un’attenzione speciale. Guetta scrive: “La parola “genocidio” viene imposta per schiacciare sotto il peso di un’accusa totale non solo un governo o un esercito, ma un Paese, una società, un popolo”. Qui, l’articolo lascia intendere che ci sia una regia nascosta di movimenti non meglio identificati che manipola il linguaggio pur di mettere in cattiva luce Israele e gli ebrei, come se ci fosse una cospirazione internazionale. Guetta lascia intendere che l’uso della parola “genocidio” sia frutto di un condizionamento esterno e malevolo, più che di un’analisi dei fatti.
Invece di evocare una fantomatica internazionale antisemita che orienta il linguaggio dell’opinione pubblica, neanche fossimo in una distopia di Orwell, sarebbe più utile considerare la possibilità che il termine “genocidio” si sia imposto da sé, sulla scorta delle azioni dell’esercito israeliano che, violando il diritto internazionale umanitario, configurano crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Ad agosto anche lo scrittore David Grossman, orgoglioso sionista, ha evocato la parola genocidio per descrivere ciò che sta succedendo a Gaza. Figuriamoci se un maestro della parola come Grossman si fa imporre da chicchessia l’uso di un termine così grave. Così come nessuno ha imposto agli storici Omer Bartov, Daniel Blattman e Amos Goldberg di pensare che il termine genocidio descriva con buona approssimazione ciò che sta avvenendo a Gaza.





