di Barbara Giovannini

Prima testimonianza diretta di uno dei protagonisti, o meglio dei sopravvissuti, al massacro del 7 ottobre, L’ostaggio racconta l’esperienza vissuta dall’autore nei quasi 500 giorni di prigionia, dal rapimento nella sua casa alla liberazione in uno scambio di prigionieri e al ritorno.

Il lettore “avveduto” ha già visto e sentito e letto di tante, troppe, atrocità, tanto che il 7 ottobre è diventato per molti la rappresentazione dell’orrore per antonomasia. È quindi con timore che ci si accosta al libro, timore di non reggere il carico emotivo di una testimonianza diretta.

Ma Sharabi evita fin dall’inizio di indulgere in particolari agghiaccianti, sia che racconti i fatti che ha vissuto – rapito da casa e caricato su una macchina a occhi bendati – sia che esprima le sue sensazioni: L’auto riparte e so che è la fine. Ci stanno portando dentro. Dentro Gaza.

Bastano questo stile asciutto, queste parole scarne a darci l’idea che si sta per leggere “l’indicibile”.

Il primo mese di prigionia lo trascorre in una casa, in condizioni materialmente accettabili, pur nascosto e legato. Viene a crearsi una specie di connessione tra lui e i rapitori: Non è la sindrome di Stoccolma, è semplicemente una dinamica umana cui è difficile resistere.

Quando altri ostaggi vengono portati nella casa, al sollievo per l’arrivo di compagni di sventura che parlano la sua stessa lingua si sostituisce ben presto un’angoscia profonda. Dai loro racconti infatti prende forma l’ampiezza del massacro; i nuovi arrivati provengono da luoghi diversi e ognuno ha vissuto o visto esperienze traumatiche. Ed è come se nella testa di Eli prendesse forma un atroce “puzzle” di cui lui possedeva una tessera soltanto, la sua, slegata da tutte le altre.

Scopre che anche donne e bambini sono stati rapiti e presi in ostaggio e terrorizzato comincia a pensare alla possibilità che anche sua moglie e le sue figlie possano essere state vittime come lui se non peggio.

La disperazione iniziale si trasforma ben presto in una volontà ferrea di sopravvivere a qualunque tortura pur di uscire e di andare alla loro ricerca.

Il periodo di permanenza nella casa dura poco, e quando il gruppetto di prigionieri viene fatto uscire per essere portato altrove Sharabi con lucidità intravede il pericolo imminente. Che li facciano entrare in una moschea non è un bel segno, pensa, e difatti vengono condotti in una stanzetta dove la prima cosa che nota è una botola.

Tutto ma non un tunnel, ti prego Dio, non un tunnel.

Ma tunnel è, scendere o morire, passando per uno stretto condotto che finisce nel buio e che viene sigillato dopo il loro passaggio.

“TUNNEL” potrebbe essere un altro titolo appropriato per questo libro: perché è il tunnel il protagonista oscuro e agghiacciante del resto della storia di Eli fino al suo rilascio. Anzi i tunnel, perché ce ne sono più di uno, a profondità diverse con scalette a pioli che sembrano portare nelle viscere della terra, alcuni più “confortevoli” con luce elettrica e acqua, altri semplici antri di cemento col pavimento di sabbia.

E i prigionieri vengono fatti “traslocare” spesso da uno all’altro senza spiegazioni, ma con un progressivo peggioramento delle loro condizioni.

Qui non è più solo la claustrofobia che assale il lettore, ma l’orrore e l’incredulità per le condizioni in cui sono costretti a vivere gli ostaggi, spesso senza cibo, acqua o medicine per lunghi periodi.

Privazioni che conducono inevitabilmente anche a liti tra i quattro prigionieri, liti per futili motivi ma che forniscono a Sharabi l’occasione per riflettere sull’anima, e non solo sulle sofferenze del corpo.

L’animo umano reagisce in maniera differente nelle situazioni estreme, soprattutto se in diverse età della vita: Sharabi ha cinquant’anni, gli altri tre prigionieri sono giovani, è lui che deve assumere il ruolo di adulto responsabile, quasi di padre, affinché i ragazzi imparino a condividere, a non lamentarsi per non sprecare energie, a capire anche il carattere dei loro aguzzini, che si alternano o cambiano atteggiamento nei loro confronti – con l’unico scopo di riuscire a sopravvivere.

Arriva la liberazione, infine, e insieme le notizie sulla sorte di familiari e amici.    

Il “puzzle” non si è ricomposto come sperava: sull’automezzo della Croce Rossa su cui viene fatto salire Eli piange.

Al lettore però non lascia le sue lacrime bensì la sua forza morale: Questo è il fondo. L’ho visto. L’ho toccato. Ora mi resta la vita”.

 


Eli Sharabi – L’ostaggio – Newton Compton Editori, 2025 (pp. 288, € 12,90)

 

 

image_pdfScarica il PDF