di rav Riccardo Di Segni
In un articolo pubblicato su Ha Keillah nel dicembre 2025, “Un Kippur laico” , Stefano Levi della Torre ha abbattuto un tabù proponendo un insolito e provocatorio confronto tra la crocifissione e la Shoà. Il confronto si basa sul fatto che in entrambe le situazioni c’è un “crimine estremo al centro dell’identità”. L’analogia si esprime poi in una divaricazione presente nelle due situazioni: la crocifissione “da un lato ha rappresentato la denuncia universale contro ogni persecuzione, dall’altro è diventata la giustificazione di ogni prevaricazione”. In parallelo, per la Shoà, “occorre sorvegliare le nostre anime perché la memoria del crimine estremo mantenga il suo messaggio universale in difesa dell’umano e … non diventi strumento di potere a giustificazione di ogni arbitrio di parte ebraica”.
In questa analisi alcuni elementi sono condivisibili, altri no. Condivisibile è la critica delle efferatezze cristiane compiute in nome della croce, e anche condivisibile la denuncia del rischio che in nome della Shoà si possano rivendicare privilegi e impunità. Ma su quali siano le azioni e i comportamenti da condannare probabilmente non siamo del tutto allineati. E neppure sono tanto d’accordo su quanto ho citato prima delle sue parole, sulla croce come “denuncia universale contro ogni persecuzione”.
Ma c’è di più. Quello che traspare dal confronto proposto, come dato quasi scontato e allarmante è il fatto che le due identità, quella cristiana e quella ebraica abbiano al centro il “crimine estremo”. Certo per il cristianesimo la croce è il simbolo centrale e imprescindibile, ma per il cristiano non c’è solo la morte, dopo c’è la resurrezione. E qui stanno le differenze con la memoria ebraica della Shoà: che non è morta una persona, che per noi non era Dio, ma sei milioni di esseri umani del nostro popolo; che non è stato un “sacrificio”, come la definizione purtroppo ebraica ma cristianizzata di “olocausto” suggerisce (su questo anche Levi Della Torre sarebbe d’accordo); che non c’è stata resurrezione (attesa alla fine dei tempi) ma solo morte; e che al centro dell’identità ebraica NON c’è e non ci deve essere la Shoà. purtroppo,o gigantesco, traumatico, unico, questo evento non è l’identità ebraica e anche se per molti ebrei purtroppo, questo è il principale veicolo identitario, si tratta di una deformazione, di una falsa religione laica, di un capovolgimento di tutto quanto c’è e ci deve essere di positivo nell’esperienza ebraica.
La religione laica della Shoà, alternativa mortifera e al negativo dell’ebraismo, si nutre di luoghi e testi sacri, profeti e sacerdoti, pellegrinaggi e giorni speciali, che ovviamente non sono di festa ma di lutto. È coerente con questo quadro il titolo e il contenuto dell’articolo, che parlano del Giorno della Memoria come di un Kippur laico. È un Kippur, scrive l’autore, perché “ci troviamo a prendere posizione su qualcosa che ci riguarda da vicino e al nostro tempo”; il riferimento è a Israele e alla sua politica nei confronti dei palestinesi. Mi permetto di segnalare anche qui delle differenze, non di poco conto. Giorni per riflettere sulle nostre sciagure e sulle nostre responsabilità storiche ce li abbiamo nel nostro calendario, ma si chiamano ad esempio Tishà beAv (9 del mese di Av n.d.r.). Kippùr è il giorno in cui riflettiamo sì sulle nostre azioni, ci confrontiamo con il tema della Teshuvà (ritorno/pentimento n.d.r.), e confidiamo sul fatto che il Signore ci perdoni. Ma nel Giorno della Memoria le colpe da ricordare sono quelle commesse da altri nei confronti dei nostri che non ci sono più e per le quali non c’è richiesta di perdono. Kippùr alla fine è un giorno di gioia. Il 27 gennaio è solo tristezza.
Questo non significa che il comportamento ebraico sia immune da critiche e che ognuno non debba fare un esame di coscienza per quello che lui fa o omettere la critica e la vigilanza rispetto a comportamenti scorretti. Ma c’è il senso delle proporzioni, “il tempo per ogni cosa” che proprio nel Giorno della Memoria viene meno, nell’abuso che se ne fa da una parte (tra vittimismo e impunità) e dall’altra, con accostamenti che servono solo a cancellare la memoria della Shoà in una grande espiazione dei responsabili. Perché allora non è un Kippur laico, è la sua parodia blasfema.





