di Rimmon Lavi

Come posso spiegarvi la mia delusione nell’incontro col rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che si tenne l’8 gennaio a Gerusalemme, per presentare il suo libro “Ebrei in guerra”, pubblicato assieme a Gad Lerner presso Feltrinelli lo scorso settembre? Non certo per “colpa” sua, dato che avevo apprezzato molto, pur non condividendo molte delle sue conclusioni, la sua pacatezza e la sua disponibilità a confrontarsi onestamente e seriamente con posizioni molto critiche e poco facili da “inghiottire” per chi tema che ogni sua parola possa essere usata contro Israele. La mia delusione è dovuta appunto all’assenza totale nell’incontro non solo del dialogo tra le posizioni diverse ma persino delle tesi che il rabbino ha così ben proposto nel libro stesso. Come se non fosse per nulla necessario presentare i problemi, le idee, i dubbi di fronte alla situazione attuale d’Israele, dell’antisemitismo e dell’ebraismo. Come se le posizioni supposte del rabbino fossero indubbiamente accettate e comuni al pubblico, che certo non ha letto il libro, e ai presentatori, assunto che egli sia sicuramente nel raggio della legittimità e del consenso “sionistico”, come si usa dire qui in Israele.

Delusione mia per le scialbe domande fatte dai presentatori che hanno indirizzato il rabbino a presentare quasi solo aneddoti, presenti anche nel libro, su come questo dialogo fosse nato e sulla strano fenomeno che ci possano essere “dissidenti” tra gli ebrei in Italia (se poi veramente possono essere considerati ebrei). Proprio il rabbino Di Segni, invece, nel libro scrive con molta sensibilità che ci sono molte forme d’identità ebraica, anche se spesso coloro che sono critici su Israele meno frequentano il culto in sinagoga, e spiega che il dialogo è appunto l’essenza dell’ebraismo talmudico. E delusione anche dal pubblico, circa 150 ebrei italiani di Gerusalemme: quasi tutti non aspettavano altro che applaudire con reverenza chi evidentemente non può che rappresentare il consenso dei fedeli patrioti, senza dover neppure spiegare lo sbaglio inerente ai “dissidenti”, assenti.

Non proverò certo a presentare qui il dialogo estremamente interessante sviluppato nel libro del rabbino Di Segni e di Lerner. Dialogo che non porta a conclusioni, ma che permette ai lettori di apprezzare l’onestà intellettuale degli autori e la volontà reciproca di ascoltare e cercare di capire le diverse posizioni e le spiegazioni, a volte opposte, che possono essere tratte dalla storia, dai testi sacri, dalle tradizioni e dalle esperienze personali, famigliari e nazionali. Basta ricordare qui i soggetti del dialogo, che appunto furono assenti dall’incontro a Gerusalemme: la necessità del dialogo invece della guerra interna tra ebrei; il nuovo antisemitismo e gli “ebrei buoni” (in Israele li chiamano “anime belle” yefé nefesh) che ne sarebbero complici; il sionismo religioso e la santificazione della Terra Promessa ai soli ebrei; le relazioni tra la Chiesa e la “nuova Israele”; i rapporti tra Israele e gli ebrei  con le destre nazionalistiche, tinte di fascismo e di razzismo, da un lato, e con le sinistre adesso antisioniste e propalestinesi, dall’altro;  il futuro d’Israele e dell’ebraismo sotto la minaccia del fanatismo e dell’estremismo dall’esterno e dall’interno.

Certo qui in Israele manca del tutto appunto il dialogo tra le parti in “guerra”. Le urla, le minacce, le parolacce, le scomuniche reciproche impediscono un vero confronto diretto tra le posizioni politiche, morali, spirituali, religiose. E temo che questo succeda anche nella Diaspora: anzi nelle comunità ebraiche italiane, pare, per quanto seguo su “Pagine Ebraiche”, che si preferisca ignorare del tutto il conflitto interno. Per questo il libro comune del rabbino e del “dissidente” sarebbe un’occasione per iniziare questo dialogo talmente necessario. Forse m’illudo, ma negli anni prima e dopo la fondazione dello Stato d’Israele il dialogo e le discussioni di fondo erano presenti, malgrado gli odi e le divergenze interne che portarono a scissioni gravi e drammatiche, non solo tra la destra e la sinistra ma anche all’interno dei movimenti, delle comunità e delle famiglie. Mentre oggi pare che i problemi di fondo non siano messi in discussione, certo non dalla destra e dai religiosi, ora al potere in Israele e in gran parte delle comunità all’estero. Queste si sentono minacciate dall’alleanza tra la sinistra antisionista e il fondamentalismo islamico, sotto la quale rigoglie l’antisemitismo latente, forse liberato così dal senso di colpa, troppo sfruttato dopo la Shoà.

Per questo spesso posizioni critiche sulla politica israeliana vengono rifiutate senza analisi e senza valutazioni di dati e di contenuto, per paura di essere sfruttati dalle manipolazioni anti-israeliane. Anche il rabbino Di Segni accenna a questo timore di delegittimazione dell’esistenza stessa dello stato degli ebrei. Ma pur sempre io mi sono posto molte domande, leggendo le sue risposte agli argomenti esposti da Lerner nel libro. Ho potuto porne solo alcune, alla fine dell’incontro a Gerusalemme, ottenendo la risposta che il rabbino, non vivendo in Israele, non può prendere posizione su alternative alle scelte del governo attuale. E il pubblico già voleva andar via.

Nel libro giustamente il rabbino scrive che nella nostra Bibbia (come pure nei testi sacri di tutte le religioni) si possono trovare citazioni adatte per giustificare posizioni differenti. Così scrive di non condividere l’idea di cacciare via non ebrei che abitano in Eretz Israel (e certo disapprova, come molti anche in Israele, azioni aggressive contro civili inermi). Gli ho chiesto, allora, cosa pensa della pretesa di postulare, legalmente e politicamente, la supremazia e il monopolio ebraico all’interno d’Israele e nei territori occupati, come sancito dalla Legge della Nazione del 2018, e praticato prima e dopo la sua espressione legale. Ho anche chiesto al rabbino se veramente crede che non ci fosse e non ci sia alternativa: o la guerra vendicativa e distruttiva su Gaza dopo il pogrom spaventoso del Hamas del 7 ottobre, o la passività di fronte all’annientamento d’Israele. Non si possono cercare strategie diverse per la sicurezza d’Israele assieme alla coesistenza con la popolazione palestinese?

Ho trovato spunti molto interessanti, e non aneddotici sulla ricerca d’identità ebraica, che il rabbino giustamente descrive come pluralistica e variata, anche in ebrei non credenti o praticanti, come Lerner (che ha persino insistito per “convertire” all’ebraismo i figli), come gli ebrei del Risorgimento e quelli della Resistenza. E le radici antifasciste e partigiane del padre del rabbino, medaglia della Resistenza, che mi fanno pensare al sionismo in cui sono cresciuto io, dopo la II guerra mondiale, come reazione anzitutto al razzismo e al totalitarismo; come mia madre che fu sionista, come espressione d’opposizione democratica, nell’Italia fascista anche prima delle leggi sulla Razza, e poi nella Romania sotto i comunisti.

Avrei voluto chiedere anche cosa pensa il rabbino del comportamento verso gli arabi all’interno d’Israele e soprattutto in Cisgiordania, dato che egli scrive che la Terra Promessa non è proprietà per diritto divino, non è incondizionata, né definitiva ma bisogna meritarsela, comportandosi degnamente, altrimenti ci sarà tolta e noi ebrei esiliati.  Io, infatti, da patriota israeliano, anche se non più sionista, mi trovo vergognato e disperato dalle azioni dei teppisti ebrei sulle colline della Giudea e Samaria, che fanno veri e propri pogrom sui villaggi palestinesi e sui campi beduini, protetti dall’esercito e dalla polizia, armati e attrezzati dal Tesoro e dai ministeri per lo sviluppo delle colonie. Ieri sera mi sono commosso a Tel Aviv: per la prima volta si è svolta una manifestazione comune araba ebraica di più di 70 mila persone, contro la negligenza connivente della polizia e del governo di fronte alla criminalità organizzata e omicida, lasciata immune se colpisce solo i cittadini e le città arabe

Conclusione personale di chi ha fatto la sua Aliyà da sionista fervente nel lontano 1966: mi chiedo se e come si possa difendere il sionismo della mia formazione ebraica dalle sue degenerazioni attuali? Per chi come me e assieme a me continua a lottare per un futuro migliore per i nostri figli e nipoti, non è in dubbio la legittimità dello Stato d’Israele coi suoi 10 milioni di cittadini, ma la qualità umana e civile, individuale e collettiva della loro vita.

Gerusalemme, 3.2. 2026

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