Perché accettiamo l’antisemitismo?

di Anna Segre

Qualche mese fa un ex alunno ebreo del mio liceo, diplomato nel 2012, mi ha chiesto in tono gentile perché non avessi mai fatto niente per difendere gli allievi ebrei dall’antisemitismo nella scuola. L’accusa mi ha sconcertata perché nei miei ricordi quella era l’epoca d’oro in cui le cose andavano bene, mentre il periodo brutto è adesso. Cosa potrei sentirmi dire tra dieci, venti o trent’anni?

Non so quanto l’accusa sia meritata: forse l’ex allievo ha dato per scontato che fossi informata su cose che in realtà non sapevo. La conversazione mi ha comunque colpita perché dimostra quanto i giovani registrano e ricordano non solo ciò che viene detto e fatto ma anche ciò che viene taciuto e non denunciato. E, soprattutto, mi ha portato per l’ennesima volta a pormi una domanda essenziale: è possibile che noi ebrei talvolta abbiamo effettivamente qualche difficoltà a percepire l’antisemitismo e a darci da fare attivamente per contrastarlo?

È un problema che avevo provato a proporre su questo giornale alcuni mesi fa in un articolo intitolato “Vergogna e responsabilità”, in cui sostenevo che siamo maggiormente responsabili per le cose su cui abbiamo maggiore possibilità di influire; quindi, certamente su ciò che accade nel Paese di cui siamo cittadini, nelle città in cui viviamo, nei luoghi in cui studiamo e lavoriamo, delle istituzioni e dei gruppi a cui apparteniamo, dei partiti che votiamo, ecc. Dunque, se noi non ci diamo da fare per combattere l’antisemitismo nei luoghi che frequentiamo, nei partiti che votiamo, nelle città in cui viviamo, nel Paese di cui siamo cittadini, ne siamo in qualche modo responsabili.

Per sottolineare il paradosso di questa strana apatia avevo notato per contrasto quanto invece siamo tutti prontissimi a mobilitarci per ciò che accade in Israele e quanto ci agitiamo per esercitare la nostra porzione minima di influenza in un ambito in cui la nostra capacità d’influenza è mille volte inferiore.

Purtroppo il senso del mio articolo è stato frainteso: quello che intendeva essere un grido di allarme di fronte a una situazione gravissima che mi pare molti, anche ebrei, tendano a sottovalutare non è stato colto per nulla, mentre quello che voleva essere solo un elemento di confronto per mettere in evidenza l’anomalia di questo silenzio da parte di persone normalmente così pronte ad attivarsi è stato interpretato come un invito a non occuparci di Israele, cosa che non ho mai scritto e non mi sono mai sognata di scrivere! Anzi, ho proprio scritto “non mi vergogno [di quello che fa Netanyahu] perché ritengo di aver fatto e detto tutto quello che era in mio potere di fare e di dire contro di lui”. Come si può interpretare questa frase come un invito a non occuparsi di Israele?

Dunque, per evitare che si ripeta questo fraintendimento, o di generarne altri simili, cercherò in questo articolo di evitare del tutto di parlare di Israele. E per evitare altri equivoci voglio lasciar perdere tutti i casi dubbi, in cui il confine tra legittima critica al governo di Israele e antisemitismo può essere sfumato. Possiamo concordare sul fatto che aggredire o insultare una persona con la kippà è antisemitismo? Possiamo concordare sul fatto che cercare di impedire agli ebrei di sfilare il 25 aprile o al Pride è antisemitismo? Possiamo concordare sul fatto che picchiare un rabbino è antisemitismo?

Certamente c’è chi parla troppo di antisemitismo, ma dobbiamo anche riconoscere che c’è chi ne parla troppo poco. Pensate cosa avremmo fatto e detto se sotto i nostri occhi una comunità islamica torinese fosse stata insultata durante la fiaccolata del 24 aprile, se a un gruppo giovanile islamico fosse stato impedito di tenere un dibattito all’università, se fosse stata insultata una donna che sfilava al pride con un velo arcobaleno, se un imam o un prete ortodosso fosse stato aggredito e picchiato per strada. Se invece queste cose succedono (come sono successe) agli ebrei molti ebrei si ritengono in diritto, o addirittura in dovere, di stare zitti. Perché?

È vero che un ebreo che denuncia l’antisemitismo rischia di essere percepito come uno che si occupa solo dei suoi, della propria tribù, e non dei diritti di tutti. Però non possiamo neppure trascurare il rischio opposto, cioè che una frase, una scritta o un comportamento chiaramente antisemita vengano legittimati dal nostro silenzio (su questo tornerò più avanti). Certo, combattere l’antisemitismo non spetterebbe a noi, sarebbe più giusto se fossero altri a difendere gli ebrei. Verissimo. Ma se non lo fanno? Stiamo zitti anche noi? Senza contare che noi siamo spesso al corrente di episodi e circostanze che altri non conoscono.

È anche vero che ci sono ebrei che si occupano solo dell’antisemitismo e non di altre forme di odio e discriminazione, e questo è altrettanto sbagliato. Dobbiamo sempre tener presente che i diritti sono universali. Ma, appunto, se sono universali devono valere anche per gli ebrei. Un ebreo che si mobilita contro le discriminazioni di genere, contro l’omofobia, contro il razzismo, contro l’islamofobia, e tace sull’antisemitismo sembra dire al mondo che tutti sono uguali, ma gli ebrei sono un po’ meno uguali degli altri (o forse un po’ più uguali e quindi devono sempre comportarsi meglio degli altri, che è anche questa un’idea razzista se con questo assunto legittimiamo l’odio e la violenza contro ebrei).

C’è chi, anche tra noi, dice che queste cose accadono per colpa di Netanyahu e del suo governo. Personalmente questa tesi non mi convince e sono d’accordo con chi ritiene che Netanyahu non sia la causa ma il pretesto; ma se anche fosse vero questo non darebbe una briciola di legittimazione in più a chi aggredisce e insulta gli ebrei, o vorrebbe escluderli da eventi pubblici: sono comportamenti inaccettabili qualunque ne sia la causa. E non si può aspettare che cambi governo in Israele per denunciare questi comportamenti e combatterli.

C’è chi dice che le Comunità ebraiche difendono acriticamente Israele anche quando commette crimini contro l’umanità. Se anche fosse vero (e in molti casi non lo è affatto) questo darebbe il diritto di insultare o picchiare qualunque ebreo si incontri per strada? C’è una sorta di presunzione di colpevolezza: se gli ebrei non prendono le distanze da Netanyahu si dà per scontato che siano a favore. Ma come possono persone che si dichiarano democratiche e di sinistra accettare così alla leggera un simile criterio? (Peraltro non mi risulta che nei casi in cui ebrei sono stati aggrediti e insultati qualcuno abbia prima chiesto loro cosa pensassero di Netanyahu).

Ovviamente, dal mio punto di vista, se alcuni ebrei vogliono sfilare il 25 aprile o al Pride con cartelli che denunciano i crimini di Israele hanno tutti i diritti di farlo. (Non ho mai amato la definizione “ebrei buoni”, né l’accusa che viene loro rivolta di agire solo per il consenso esterno). Ma non hanno diritto di pretendere che tutti gli ebrei lo facciano. Perché se a eventi a cui tutti i cittadini sono liberi di partecipare solo agli ebrei viene imposto di partecipare a determinate condizioni questa è una discriminazione, ed è inaccettabile. Chi dice “che problema c’è? Io ho sfilato con il tale cartello e non mi hanno cacciato” sta legittimando una discriminazione. Personalmente se anche mi chiedessero di sottoscrivere un testo che condivido al 100%, anche se fosse una cosa che ho scritto io stessa, anche se fosse questo stesso articolo, mi rifiuterei di farlo qualora questa richiesta fosse rivolta solo a me e non ad altri.

A proposito degli ebrei che vengono allontanati dai cortei si è sentito dire (per fortuna non mi è ancora capitato di sentirlo nel mondo ebraico) che sono liberi di partecipare ma senza carri, cartelli, niente che li faccia riconoscere come ebrei. Grazie! Anche al tempo delle leggi razziali gli ebrei potevano entrare nei negozi con scritto “Questo negozio è ariano”, oppure “Vietato l’ingresso agli ebrei e ai cani”, purché evitassero di farlo nei negozi in prossimità di casa loro: i cani si distinguono ma gli ebrei no. Dire che gli ebrei possono partecipare a un evento a condizione di non essere riconoscibili come ebrei equivale a dire che non possono partecipare. E questo in uno stato democratico non è accettabile.

L’accusa che ho ricevuto dall’ex allievo, fondata o meno, dimostra che la mancata reazione degli ebrei di fronte all’antisemitismo non passa inosservata e produce conseguenze, anche gravi. Non solo i ragazzi ebrei soffrono per non essere stati difesi da coloro da cui si aspettavano protezione, ma probabilmente anche gli altri allievi, gli altri insegnanti, i dirigenti, ecc. notano subito questo silenzio, e lo interpretano come assenso: se il/la prof. tal dei tali pur essendo ebreo/a non ha niente da ridire vuol dire che quello che ho fatto e detto va bene. Quindi il silenzio rischia di diventare complicità. E questo discorso ovviamente non vale solo per gli insegnanti ma per molte altre categorie di ebrei che hanno la possibilità di esprimersi, dai docenti universitari ai Consiglieri delle Comunità, dagli intellettuali ebrei ai giornali ebraici.

Mi dispiace doverlo dire, ma in questi ultimi tre anni ho potuto constatare spesso quanto le parole di ebrei (attivisti, giornalisti, intellettuali, ecc.) vengano usate per sostenere il principio della presunzione di colpevolezza di tutti gli ebrei, e quindi la legittimità degli insulti, delle violenze, delle discriminazioni. Quando ho raccontato degli insulti che abbiamo ricevuto come Comunità ebraica di Torino alla fiaccolata del 24 aprile 2025 più colleghi mi hanno risposto che quei comportamenti erano legittimi perché “le Comunità ebraiche italiane sono tutte a favore di Netanyahu” e, a sostegno di questa affermazione, più di una volta ho sentito citare testi di Anna Foa in cui si parla genericamente di Comunità ebraiche italiane. Sento il dovere di fare nome e cognome perché per me è stato veramente terribile scoprire che le parole di un’iscritta alla mia Comunità vengono usate per giustificare l’aggressione verbale contro persone della mia Comunità. Ovviamente Anna Foa non ne è direttamente responsabile – e certamente le sue parole sono state fraintese – ma mi piacerebbe capire se e quanto ne è consapevole.  E se non ne è consapevole il mio vuole essere prima di tutto un avvertimento e un invito al dialogo.

Non vorrei tornare sulla questione del Ddl sull’antisemitismo in discussione alla Camera in questi giorni di cui questo giornale si è già ampiamente occupato ma sento di dover dire una cosa alla luce dell’ampiezza e della violenza verbale delle mobilitazioni contrarie. Parliamo di gente che urla addosso a qualunque kippà o Maghen David che vede e dovremmo credere che il problema sia la differenza tra due definizioni accademiche? Cosa c’entrano gli insulti e i tentativi di cacciare chiunque porti una kippà o un Maghen David con la definizione dell’IHRA o la Jerusalem declaration? La mia impressione è che alcuni rivendichino proprio il diritto di insultare gli ebrei e di decidere a quali eventi possono partecipare e a quali condizioni. Basti pensare alla mobilitazione di un numero impressionante di sezioni locali dell’ANPI contro l’intesa dell’ANPI nazionale con l’Ucei che si limitava a riconoscere il ruolo degli ebrei e della Brigata ebraica nella Resistenza e nella Liberazione e il diritto di tutti i cittadini, compresi gli ebrei, a partecipare alle celebrazioni del 25 aprile.

A mio parere tra quindici o vent’anni nessuno si ricorderà delle dissertazioni intorno alla definizione IHRA di antisemitismo, ma tutti ricorderanno che una parte consistente della sinistra italiana si è mobilitata contro una legge per combattere l’antisemitismo e non riusciranno neppure a ricordare perché. Resteranno le foto dei cartelli con la scritta “No al ddl antisemitismo” e l’impressione che faranno per chi ignorerà il contesto sarà ancora più devastante. I ragazzi ebrei ricorderanno bene gli insegnanti e i compagni che li hanno insultati per strada, ricorderanno chi non li ha protetti, ricorderanno chi ha taciuto o legittimato il clima di odio in cui sono stati costretti a vivere la loro adolescenza. Cosa risponderemo quando chiederanno conto di tutto questo?

Tra alcuni mesi ci sarà il 25 aprile, poi l’Europride che si terrà proprio a Torino. Mi piacerebbe che ci mobilitassimo tutti insieme per il diritto degli ebrei a partecipare come cittadini con gli stessi diritti e doveri di tutti gli altri, non migliori degli altri, ma neppure colpevoli per il solo fatto di essere ebrei. È chiedere troppo?

24 settembre