di Anna Segre
Io non mi vergogno di quello che fa Netanyahu, perché non sono cittadina israeliana, e se anche lo fossi non lo avrei mai votato. Non ho fatto mancare l’unico voto che da ebrea della diaspora ho potuto dare contro la destra israeliana – l’elezione dei rappresentanti italiani al Congresso Sionista Mondiale – voto che peraltro si è rivelato molto utile, come racconta Beatrice Hirsch in questo stesso numero. Non credo di aver mai detto né scritto nulla di favorevole nei confronti di Netanyahu, né a maggior ragione dei suoi alleati più a destra di lui; viceversa ho scritto e sollecitato per anni molti articoli, interviste, vignette e altro estremamente critici nei suoi confronti. Dunque non mi vergogno perché ritengo di aver fatto e detto tutto quello che era in mio potere di fare e di dire contro di lui, e se talvolta ho moderato i toni l’ho fatto solo perché le mie parole potessero raggiungere e possibilmente convincere anche persone che altrimenti non le avrebbero neppure ascoltate.
Non mi vergogno se il governo israeliano afferma di agire a mio nome perché non gli ho mai dato alcun mandato a rappresentarmi; così come non mi vergogno e non mi sono mai vergognata per tutti coloro che hanno preteso e pretendono di agire a nome mio in quanto padana, italiana, europea, occidentale, ecc.
Viceversa ci sono tante cose di cui mi vergogno perché in parte mi sento responsabile e in parte sono consapevole di non avere fatto abbastanza perché non accadessero.
Mi vergogno di vivere in una città in cui gli ebrei con il gonfalone della Comunità ebraica (non con bandiere israeliane o della Brigata Ebraica) non possono partecipare ai festeggiamenti pubblici per il 25 aprile senza essere insultati.
Mi vergogno di vivere in un Paese in cui insegnanti e studenti ebrei non sono liberi di esprimere le proprie opinioni e talvolta evitano del tutto di dire che sono ebrei.
Mi vergogno di insegnare in una scuola in cui viene scelto il 7 ottobre come giorno da dedicare alla musica palestinese e in cui la musica risuona allegramente in ogni angolo dell’edificio; quasi certamente (almeno da parte di alcuni) con il deliberato intento di festeggiare l’inizio della “resistenza” (così, infatti, era stato celebrato il primo anniversario del massacro, il 7 ottobre 2024, in un post della «Scuola per la pace Torino e Piemonte», l’unica organizzazione a cui hanno fatto capo per mesi tutte le iniziative sul tema della guerra a Gaza messe in atto nella scuola). Mi vergogno di aver scritto e cancellato più volte questa riga di questo articolo scartando altre cose da dire a proposito della mia scuola perché anche la denuncia può creare problemi.
Mi vergogno del partito che ho votato (o, per lo meno, di molti suoi esponenti), mi vergogno della Segretaria che ho votato alle primarie, mi vergogno di qualche collega che ho votato per il Consiglio d’Istituto. Mi vergogno di non essere stata capace di evitare o almeno alleviare il disagio dei ragazzi ebrei nella mia scuola e nella mia città.
Mi vergogno di aver ceduto anche io in anni passati al piacere di essere maggioranza dentro la scuola, al gusto di marciare tutti insieme con colleghi e studenti senza preoccuparsi troppo di chi ha opinioni diverse, all’illusione che essere contro il governo legittimi un’esposizione delle proprie opinioni agli allievi che finisce per somigliare a un’imposizione.
Ciascuno è libero di vergognarsi di ciò che vuole (anzi, la vergogna non è una scelta e nessuno può decidere a tavolino di cosa vergognarsi), ma non posso fare a meno di sorprendermi per le posizioni espresse su questo tema da molti ebrei di sinistra, anche su questo giornale. Posso capire che il governo israeliano e la destra israeliana abbiano fatto tali e tante cose orribili che anche chi non è cittadino israeliano e non li ha votati si vergogni per loro. Non capisco, però, quando la vergogna per cose di cui non si è responsabili in alcun modo e su cui si ha pochissima possibilità di incidere arriva ad annullare la vergogna per le cose di cui si è responsabili e per cui si potrebbe fare molto.
Perché molti ebrei ignorano così clamorosamente l’antisemitismo? Perché non dedicano neanche un minuto del loro tempo e un minimo delle loro energie a combatterlo? Perché ignorano o considerano accettabili il rifiuto di Israele in sé e del sionismo anche quando si manifestano in forme violente e intolleranti? Perché sottovalutano e minimizzano sistematicamente episodi gravissimi?
Qualcuno non vede affatto l’antisemitismo e lo considera un pretesto per silenziare ogni giusta critica a Israele. C’è chi lo riconosce ma dà per scontato sia una conseguenza del comportamento di Israele, e che quindi l’unico mezzo per combatterlo sia occuparsi di politica israeliana. C’è chi pensa che di fronte alla gravità del comportamento di Israele non ci si possa permettere di dedicare tempo ed energie a qualunque altro argomento.
Un buon esempio di ciò che stento a capire è l’articolo “Sull’uso strumentale dell’antisemitismo” di David Calef pubblicato sullo scorso numero di Ha Keillah, l’autore sembra dare per scontato che non denunciare i crimini di Israele significhi legittimarli. Non ammette l’idea che si possa scrivere un articolo, come il “Vecchi e nuovi antisemitismi” di Betti Guetta pubblicato sullo stesso numero, trattando di antisemitismo in Italia semplicemente per parlare dell’antisemitismo in Italia. Betti Guetta non giustifica e non condanna Netanyahu, semplicemente non entra nel merito; e sceglie di non entrarci perché, non ritiene che l’antisemitismo sia una conseguenza diretta delle azioni di Israele. La mia esperienza conferma in gran parte questa tesi: le affermazioni sgradevoli dei miei colleghi contro Israele sono iniziate il 9 ottobre 2023 (non l’8 solo perché era domenica), ed erano anche più dure di quelle di oggi perché comunque in questi due anni un minimo di informazione sulle violenze di Hamas in qualche modo è arrivata a tutti. In questi due anni ho sentito i propal più accaniti parlare relativamente poco di ciò che effettivamente stava succedendo a Gaza, e ancora meno di ciò che accade in Cisgiordania; la stragrande maggioranza dei discorsi, e ancora di più degli slogan, verteva sull’esistenza stessa dello Stato di Israele, come e perché è nato, perché non avrebbe dovuto nascere, ecc.; gli slogan più diffusi sono stati “Palestina libera dal fiume al mare”, “Fuori i sionisti”, ecc. Unica leggera eccezione la richiesta di fermare il genocidio, ma anche in quel caso non era chiaro cosa si intendesse con questo termine. Mi pare che chi parla oggi di genocidio quasi sempre dice che dura da ottant’anni, non da due. Infatti ricordo che su Ha Keillah avevamo parlato più volte di questa accusa, già anni prima del 7 ottobre 2023.
Sto facendo riferimento a una minoranza chiassosa? Può essere. Ma allora a maggior ragione sarebbe importante cercare di ridimensionarla per dare più spazio e voce alla maggioranza silenziosa.
Proprio perché non mancano le accuse ben fondate che si possono rivolgere contro Israele e il suo governo mi sembra particolarmente sconcertante che si parli d’altro. Proprio la gravità della situazione in cui versava la popolazione di Gaza avrebbe dovuto spingere le persone a occuparsi di quello anziché discutere di cosa è successo nel 1948. E che si parli di genocidio, crimini di guerra o qualunque altra cosa, non era più urgente fermarlo che definirlo? E per fermarlo non era meglio aiutare l’opposizione israeliana anziché prendersela indiscriminatamente con tutti gli israeliani, tutti i sionisti e in sostanza (come si è visto in molte occasioni) tutti gli ebrei?
Nell’articolo citato in precedenza, si afferma che gli ebrei sono in parte colpevoli perché i dirigenti dell’Ucei e delle Comunità ebraiche italiane difendono acriticamente Israele e giustificano i crimini di Netanyahu. È un luogo comune che si sente spesso, ribadito soprattutto da chi nella sua vita non ha mai visto un ebreo, oppure non ha mai parlato con lui del conflitto, non sa nulla delle Comunità ebraiche, delle differenze tra l’una e l’altra e del dibattito al loro interno. Come vicepresidente della terza o quarta Comunità d’Italia temo di rientrare nella definizione di “dirigente dell’ebraismo italiano”, soprattutto se data su un giornale che si autodefinisce “bimestrale ebraico torinese”; dunque l’affermazione di Calef mi tocca e mi offende personalmente perché sono assolutamente certa di non aver mai detto o scritto nulla che possa suonare come un consenso acritico a Netanyahu.
L’idea che ciò che accade a Gaza o in Cisgiordania sia troppo grave per occuparsi dell’antisemitismo in Italia mi pare illogica. Distinguere le critiche fondate a Israele dall’antisemitismo vero e proprio non indebolisce affatto le critiche e le denunce, anzi, le rafforza, le rende più credibili, fa sì che possano essere lette e ascoltate anche da chi altrimenti chiuderebbe gli occhi e le orecchie.
Quali opinioni si faranno i ragazzi ebrei che vengono insultati se partecipano a qualunque evento rendendosi riconoscibili come ebrei, che sentono ripetere ossessivamente nelle loro scuole e università “fuori i sionisti”, che sentono invocare il massacro dei loro amici e parenti che vivono in Israele, che vedono i loro compagni ballare e cantare per celebrare l’anniversario di una strage di ebrei? Possiamo convenire almeno sul fatto che non è questo il modo migliore per convincerli a non appoggiare acriticamente Israele? Anziché accusare l’intero ebraismo italiano di andare a destra non sarebbe meglio cercare di aiutare chi sta tentando di evitare che ci vada?
Un giornale ebraico di sinistra autorevole come Ha Keillah potrebbe fare moltissimo per migliorare le cose, soprattutto a Torino. Una denuncia circostanziata di alcuni episodi, in particolare se avvenuti a Torino, se venisse da Ha Keillah sarebbe presa certamente molto sul serio in molti ambienti. Superfluo dire quanto sarebbe utile per cambiare il clima anche all’interno della Comunità. Se Ha Keillah dimostra di saper vedere e denunciare correttamente ciò che accade a Torino acquista più credibilità agli occhi di molti in ogni altra sua denuncia.
La vergogna dal mio punto di vista è direttamente proporzionale alla responsabilità. La responsabilità è direttamente proporzionale alla possibilità di ottenere risultati. Le mie possibilità di influenzare Netanyahu sono pressoché nulle; le mie possibilità di influenzare quello che accade nella mia città sono scarse; le mie possibilità di influenzare quello che accade nella mia scuola sono leggermente meno scarse ma comunque poco significative; le mie possibilità di aprire un dibattito su Ha Keillah mi sembrano un po’ più consistenti. Non vorrei dovermi un giorno rimproverare di non averci provato.





