di Stefano Levi della Torre
Giornata della Memoria 2026
Giornata di giudizio sul mondo e su noi stessi
- Nel 1938, un anno cruciale per la persecuzione antisemita in Europa, Marc Chagall ha dipinto un grande quadro, La crocefissione bianca. Un uomo nudo con un talled per perizoma sta su una croce che taglia in diagonale il centro della tela e si estende in un largo raggio di luce bianca che sale verso il cielo come la scala di Giacobbe. In alto, in un cielo a macchie tempestose, non angeli piangenti della tradizione dei crocefissi cristiani, ma donne e uomini in talled agitati dall’angoscia. Intorno, un paesaggio di neve con case rovesciate, villaggi incendiati ed ebrei ed ebree dispersi e in fuga, portando stretti rotoli di Torah o pentole e sacchi, a proteggere nella fuga il passato e il futuro o il quotidiano sconvolto dal pogrom. Da destra irrompe sulla scena un gruppo con bandiere rosse, Naziste? Staliniste?
Il messaggio non è cristiano ma ebraico. Il suo appello è però universale, parla della persecuzione dell’umano, nel quadro, crocefisso è il popolo ebraico ma la croce è lo schema simbolico dell’umano, è il supplizio dell’umano in quanto tale: Ecce Homo. La Crocefissione bianca di Chagall denuncia la persecuzione degli ebrei come crimine universale contro l’umanità.
Ma è la stessa pregnanza simbolica della croce ad essersi divaricata nella storia in due direzioni opposte. Da un lato ha rappresentato la denuncia universale contro ogni persecuzione, dall’altro è diventata la giustificazione di ogni prevaricazione fatta a nome della pretesa verità cristiana e del suo potere politico e militare. Da un lato si è allargata a difesa dell’umano, dall’altra si è ristretta a bandiera settaria e autoreferenziale del potere. Questo lato negativo lo vediamo nella storia. Quando ha attraversato la cristianità una corrente che vedendo nella crocifissione il crimine estremo del deicidio, cioè dell’uccisione del suo Dio fatto uomo, ne ha imputato gli ebrei e su quell’imputazione li ha crocefissi lungo i secoli, e nel punire e vendicare quel crimine ha fatto la propria vocazione, il proprio dovere. Ha tolto al crocefisso la sua universalità per ridurlo a proprio vessillo, e l’ha ridotto a debito inestinguibile dei non cristiani verso la cristianità. Così la gravità insuperabile del deicidio ha relativizzato, fino a giustificarle, tutte le efferatezze compiute in suo nome.
È il problema di quando il crimine estremo si impone al centro dell’identità.
Ora, la memoria ebraica ha al suo centro il crimine estremo, la Shoah. Occorre sorvegliare le nostre anime, perché la memoria del crimine estremo della Shoah mantenga il suo messaggio universale in difesa dell’umano, e non venga “cristianizzata” e, al pari del deicidio, non diventi strumento di potere a giustificazione di ogni arbitrio di parte ebraica, non venga declinata a pretesa di un privilegio che esima gli ebrei e Israele da ogni critica, intesa immediatamente come “blasfema” cioè antisemita.
- La Shoah è un crimine estremo ma la sua memoria si divide secondo due interpretazioni: la prima la intende un crimine che separa gli ebrei dal resto del mondo e impone all’umanità un debito perenne verso gli ebrei, a cui viene legittimata di generazione in generazione ogni indiscriminata rivalsa; l’altra la intende invece un crimine estremo contro l’umanità del quale gli ebrei sono state le vittime e ora di generazione in generazione hanno la responsabilità di esserne testimoni. Testimoni delle vittime e testimoni dei carnefici; testimoni dei valori che la persecuzione razzista, la deportazione, l’espropriazione, la riduzione in schiavitù e il massacro hanno radicalmente negato.
Lo Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme, è un monumento dedicato al nazionalismo israeliano, qualunque cosa diventi e faccia, o è dedicato al mondo perché non dimentichi la negazione di quei valori e li riaffermi?
Perché, dunque, fare memoria della Shoah? La risposta rituale è giusta: perché nulla di simile si ripeta. Perché non si ripeta per gli Ebrei, o perché nulla di simile si ripeta, né per gli Ebrei né per nessuno? E se la Shoah, l’annientamento totale riservato agli Ebrei, è un estremo a cui nessun altro evento è “equiparabile”, ciò non esclude che altre atrocità di massa siano con essa “confrontabili”, anche se non equiparabili. E confrontabili per mobilitare le coscienze e l’azione a prevenirli, a contrastarli se in atto, a punirli se compiuti.
Primo Levi, afferma esplicitamente l’unicità della Shoah, e tuttavia si diffonde di continuo in comparazioni. Leggiamo nella prefazione a I sommersi e i salvati (Einaudi 1986):
Fino al momento in cui scrivo, e nonostante l’orrore di Hiroshima e Nagasaki, la vergogna dei Gulag, l’inutile e sanguinosa campagna del Vietnam, l’autogenocidio cambogiano, gli scomparsi in Argentina, e le molte guerre atroci e stupide a cui abbiamo in seguito assistito, il sistema concentrazionario nazista rimane tuttavia un unicum, sia come mole sia come qualità. In nessun altro luogo e tempo si è assistito ad un fenomeno così imprevisto e così complesso: mai tante vite umane sono state spente in così breve tempo, e con una così lucida combinazione di ingegno tecnologico, di fanatismo e di crudeltà (pp. 11-12).
Mentre afferma che Auschwitz è un unicum, Primo Levi non lo isola ma anzi ne trae insegnamenti nel confronto con altre atrocità di massa e persino con più normali rapporti squilibrati di potere:
Da molti segni, pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa (non solo nei Lager nazisti!) le vittime dai persecutori (p. 27). […] Se anche soltanto vogliamo renderci conto di quello che avviene in un grande stabilimento industriale” (pp. 27-28).
Questo impatto tra la normalità e l’unicum di Auschwitz lo incontriamo accentuato nell’ultima pagina de I sommersi e i salvati, in un’affermazione che ci sorprende. Parlando degli operatori del Lager, Primo Levi arriva a mettere tra virgolette la definizione di “aguzzini” perché lo ritiene “improprio” (sic, p. 166): nei campi di sterminio, dice, tra i tedeschi i sadici erano una presenza trascurabile. Ciò che nel Lager è accaduto “fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine. Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni non erano mostri, avevano lo stesso nostro viso, ma erano stati educati male” (pp. 166-167).
Che cosa ci saremmo aspettati? Che quell’atrocità organizzata su vasta scala e senza limiti non potesse venir condotta se non da esseri “disumani”. Questa era la nostra aspettativa “logica”. Un’aspettativa in un certo senso rassicurante: gente normale come noi non arriverebbe mai a fare simili cose; solo dei sadici patologici potrebbero spingersi a tanto, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Questo ci viene in mente, ed è un nostro meccanismo di riparo dall’orrore: spontaneamente cerchiamo un sollievo dall’angoscia pensando “logicamente” che, nel suo complesso, il personale del Lager fosse di una specie animale diversa da noi. Invece il Reich hitleriano e il sistema dei Lager erano la gigantesca e mostruosa organizzazione della normalità umana, la mobilitazione ideologica verso obiettivi mostruosi della banalità che è in ognuno di noi.
L’affermazione di Primo Levi sulla normalità dei funzionari del Lager (“erano fatti della nostra stessa stoffa; avevano lo stesso nostro viso”) non diminuisce l’orrore; al contrario lo aumenta, perché ci dice come la normalità, la nostra stessa normalità, possa trovare mille giustificazioni, private o collettive, che la rendano disponibile a far funzionare, ciascuno per la sua parte, un colossale sistema di distruzione dell’uomo o dell’ambiente. Ora, consideriamo che quando viene avanti l’idea che la nostra vita o la nostra sicurezza possa valere mille volte la vita e la sicurezza degli altri; o quando in nome di una superiorità morale, civile o religiosa ci si abbandona ad atti che contraddicono e smentiscono proprio i principi di cui ci si vanta; o quando nella concorrenza per le risorse del pianeta si decide che alcuni gruppi umani hanno diritto alla libertà e al benessere e si condannano altri alla fame, alla schiavitù e alla morte; allora Auschwitz non apparirà solo come un gigantesco crimine del passato, ma anche come una oscura profezia di qualcosa che è sempre possibile, se non in atto.
- La Giornata della Memoria non è solo un momento della celebrazione delle vittime del passato, è soprattutto il rinnovamento di un nostro giudizio sul mondo e sui noi stessi. È anche un Kippur laico, poiché ci troviamo a prendere posizione su qualcosa che ci riguarda da vicino, e al nostro tempo. Israele è stato colpito dall’aggressione stragista e dai rapimenti di Hamas del 7 ottobre 2023, e Israele ha risposto trasformando la rivalsa necessaria contro Hamas in una guerra indiscriminata contro il popolo palestinese. Nella Striscia di Gaza e nei territori occupati in Cisgiordania. L’obiettivo è dettato dalla destra di governo: farla finita con la questione palestinese. I bombardamenti, la strage, la carestia e la fame come arma di guerra contro un popolo hanno un’eco nella memoria ebraica. La stragrande maggioranza delle vittime non è tale per le proprie azioni ma per la colpa di essere nata palestinese. E anche questo ha un’eco nella nostra memoria ebraica. Per la credibilità stessa della nostra memoria, la persecuzione e lo sterminio in atto esigono un nostro pronunciamento.
Dalla memoria di Auschwitz sorgono due domande attuali, l’una riguarda le vittime, l’altra gli esecutori. La prima è questa: per quali circostanze storiche e politiche che non avremo saputo arginare, e per quale isolamento nell’indifferenza altrui, si possa diventare vittime di persecuzione e di strage? La seconda domanda è questa: per quali circostanze storiche e politiche a cui non avessimo saputo o voluto trovare alternative, potremmo diventare carnefici, o collaboratori, attivi o passivi, dei carnefici? Che cosa ci può accomunare oggi, se non ai carnefici diretti, al conformismo consenziente o anche solo prudente, o indifferente al destino altrui, o al non voler sapere per evitare responsabilità o inquietudine, a tutti quegli atteggiamenti, insomma, individuali e sociali, che hanno permesso che lo sterminio avvenisse? O che una grave negazione d’altri, anche meno estrema di Auschwitz, possa prodursi? Al di là dell’indignazione e della memoria per le atrocità di massa, del necessario ricordo delle vittime, la domanda che si pone per la nostra attualità è questa: che ne è della nostra normalità e delle nostre assuefazioni, dove possono portare o essere portate? Come è successo che in una nazione di alta cultura e scienza (qual era la Germania), grandi masse siano state “educate male”, educate cioè al conformismo di regime, al risentimento, al nazionalismo, al vittimismo istigato alla rivalsa sul mondo, al narcisismo di “razza”, a tal punto da generare un unicum eccezionale e mostruoso? Queste sono le domande che ci impegnano oggi su come pensiamo e su cosa facciamo o non facciamo.
14 novembre 2025





