di Elena Rozzi

 

Elena Rozzi si occupa da più di vent’anni di diritti dei minori migranti. Dal 2018 lavora presso l’organizzazione umanitaria INTERSOS, dove coordina il progetto “Pagella in tasca: Canali di studio per minori rifugiati”. Dal 2011 al 2021 ha fatto parte del Direttivo dell’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione). Tra il 2001 e il 2007 ha coordinato il Programma “Minori migranti” di Save the Children Italia.


Nel 1943 i miei nonni, lei ebrea italiana, lui ebreo polacco, si rifugiarono in Svizzera per sfuggire alle persecuzioni dell’Italia nazifascista. Entrarono in Svizzera illegalmente, di notte, pagando dei trafficanti: “Andammo a Como, ci venne a prendere il contrabbandiere. Gente pagata profumatamente…  Salimmo la montagna a piedi, sotto c’era la strada dove passavano i tedeschi, era molto pericoloso. Aspettammo di notte, nascosti nel bosco, fino a quando arrivarono le sentinelle che erano state pagate dai contrabbandieri. E allora riuscimmo ad attraversare la frontiera”.

Il mio nonno “adottivo”, che mia nonna sposò dopo la morte del nonno polacco, fu meno fortunato. Attraversò la frontiera con suo padre, ma gli svizzeri li respinsero in Italia. Suo padre fu poi deportato ad Auschwitz.

Dopo il tragico naufragio di Cutro e le dichiarazioni del Ministro dell’Interno e del Presidente del Consiglio che ne sono seguite, ho sentito il bisogno di andare a rileggere queste vicende raccontatemi da mia nonna qualche anno prima di morire.

Nella retorica del Governo, tutta la responsabilità della tragedia avvenuta a pochi metri dalle coste calabresi va imputata ai trafficanti e addirittura agli stessi rifugiati. Secondo il Ministro dell’Interno Piantedosi, “l’unica cosa che va detta ed affermata è: non devono partire. Non ci possono essere alternative. Io non partirei se fossi disperato perché sono stato educato alla responsabilità di non chiedermi cosa devo chiedere io al luogo in cui vivo, ma cosa posso fare io per il Paese in cui vivo”.

Le parole del Ministro offendono la dignità delle vittime e dei sopravvissuti, ma anche la memoria dei miei nonni e di tutti gli ebrei che furono costretti a lasciare il loro Paese per cercare asilo.

Le persone che hanno perso la vita nel naufragio di Cutro provenivano da Paesi come l’Afghanistan, la Siria e l’Iran. Come i miei nonni, fuggivano da persecuzioni, guerre, dittature e gravissime violazioni dei diritti umani – ancorché, ovviamente, diverse da quelle che si verificarono durante la Shoah, la cui unicità storica è indiscutibile.

Come i miei nonni, sono stati costretti a pagare trafficanti senza scrupoli per poter arrivare in un Paese in cui speravano di trovare asilo, in quanto non avevano alcuna altra opportunità di entrare attraverso canali regolari e sicuri.

Non sarebbero dovuti partire dai loro Paesi d’origine? O sarebbero dovuti restare in Turchia, che ospita oggi più di 4 milioni di rifugiati e che è stata appena colpita da un devastante terremoto?

Sono senz’altro criminali coloro che organizzano il traffico di esseri umani lucrando sulla disperazione di chi cerca di fuggire. Ma questo traffico inevitabilmente continuerà fino a quando conflitti armati, regimi dittatoriali e condizioni di vita intollerabili costringeranno le persone a fuggire dai loro Paesi, senza che vi siano canali di ingresso regolari e sicuri che consentano a queste persone di entrare nei Paesi dove possono trovare asilo. Oggi purtroppo i corridoi umanitari e i programmi di ricollocamento consentono solo a poche centinaia di rifugiati all’anno di entrare in Italia regolarmente, un numero irrisorio rispetto alle persone bisognose di protezione internazionale costrette a mettersi nelle mani dei trafficanti.

Nessuno si permetterebbe mai di affermare che, ottanta anni fa, si sarebbe dovuto impedire agli ebrei di lasciare i loro Paesi e di rifugiarsi in Svizzera o negli Stati Uniti, né di sostenere che il problema principale fosse rappresentato dai trafficanti che lucravano sulla disperazione dei rifugiati anziché dai rischi che gli ebrei correvano sotto i regimi nazifascisti.

Credo che, come ebrei e come esseri umani, abbiamo la responsabilità morale di ricordare, a chi ci governa e all’opinione pubblica, che – pur ovviamente nelle enormi differenze di contesto storico – quanto accade oggi ha profonde analogie rispetto a ciò che accadde allora. E che a ogni persona che rischi di subire persecuzioni, torture o violenze deve essere effettivamente garantito il diritto, sancito dalla nostra Costituzione e dalla normativa internazionale, europea e italiana, di fuggire dal suo Paese o da un Paese terzo e di ottenere protezione internazionale in Italia, anche attraverso l’apertura di canali che consentano a queste persone di entrare in Italia in modo regolare e sicuro.

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